Un ragazzo e una ragazza innamorati, lui belga, lei di origine siciliana. Un amore vero, pulito. Poi il matrimonio in pompa magna che ricorda per sfarzo quelli di Il padrino. Ma qui la mafia non c’entra niente, siamo fra gente perbene che lavora. Come il neosposo entrato a far parte della famiglia, Paul Chartier, idealista, impulsivo. Alle spalle ha un’infanzia difficile, una famiglia d’origine disastrosa. È entrato in polizia animato da un senso di riscatto, con una fede totale nella giustizia. Si troverà a indagare sul più buio caso della storia recente del Belgio: gli omicidi compiuti da Dutroux. Che lo coinvolgeranno così tanto da guastargli la vita privata.
Marc Dutroux, elettricista, un uomo come tanti, fra il 1985 e il 1996 rapì sei ragazze dagli 8 ai 19 anni, abusando di tutte loro. Solo due sopravvissero. Il “mostro di Marcinelle”, come venne chiamato, aiutato nelle sue orribili azioni dalla seconda moglie, venne arrestato e condannato nel 1996 ma i contorni della storia rimangono oscuri e forse intorno a lui c’era una più ampia rete di pedofili, di cui facevano parte anche personaggi importanti. Impuniti. Quattro ragazzine morirono, due di stenti, dimenticate chiuse in cantina, due sopravvissero.
Il film prende ispirazione dalla cronaca, abbracciando il punto di vista degli investigatori in un momento in cui fra le tre forze di polizia belghe, la polizia municipale, la polizia giudiziaria e quella nazionale, non c’erano scambi, ma solo competizione e scarico di responsabilità, una contingenza che ha danneggiato enormemente il corso degli indagini.

Questo il contesto storico, che però il regista usa solo come quinta perché l’ambizione è più alta ed è quella di trarne una parabola emblematica sul Male. Il giovane poliziotto inizierà una discesa agli inferi e vedrà l’abisso. Un incontro fatale che fin dal titolo, Maldoror, richiama Les Chants de Maldoror del Conte di Lautréamont. Il Male non sono solo gli orridi delitti di Dutroux (nel film ribattezzato Marcel Dedieu) ma è anche l’ignavia di chi non si ribella all’ingiustizia, è la vigliaccheria delle forze dell’ordine che per paura, per pigrizia, per ottusità, si tirano indietro. Il Male è la burocrazia di uno Stato che rifugge dai suoi principi. Resta solo Chartier, giustiziere solitario che si perderà nelle sue ossessioni.
Marcel Dedieu, il personaggio ispirato a Dutroux, è incarnato da un bravissimo Sergi López che mette al servizio la sua stazza per trasformare l’uomo in un vero orco, in cui si fondono malvagità, ottusità e inconsapevolezza. Il suo cacciatore, Paul Chartier (immerso nel ruolo Anthony Bajon) ha la visionarietà e l’ardore di un giustiziere divino.
Le giovani vittime passano fugaci sullo schermo, come sfocate, fantasmi che camminano per strada pronte per essere ghermite dal lupo, bambine sgomente prigioniere, complici spaventate, ombre chiuse nelle cantine. Chartier intuisce, combatte, i superiori gli mettono i bastoni fra le ruote, perché non vogliono seccature, non hanno la forza e il bisogno di giustizia del giovane collega non li tocca. Si abbandonano alla passività.
Al di là della vicenda, orribile, dolorosissima e ancora con aspetti mai chiariti, quello che colpisce nel film è lo stile, tutto interiorizzato, come se la macchina da presa si muovesse dentro la mente di Chartier. Non ci sono scene splatter, nessun compiacimento morboso, il sentimento dominante è la frustrante impotenza del poliziotto che capisce, intuisce, sa di essere vicino al Male eppure non può fermarlo. Proprio per accentuare questa angoscia le riprese sono sporche, con un montaggio disordinato, piene di ombre e chiaroscuri, e una tecnica che richiama il cinema horror vecchio stampo, quello degli anni Settanta, epurato però dall’orrore materiale e concentrato solo su quello mentale.
Regia di Fabrice du Welz – Con Anthony Bajon, Alba Gaia Bellugi, Sergi López – Nella sale dal 20 agosto

