Ha il volto di una giovane donna poco più che trentenne la ragazza che oggi compie cent’anni. È nata a Los Angeles il primo giugno del 1926. Due anni dopo Marlon Brando, cinque prima di James Dean. Un mito tra i miti ribelli, Norma Jeane Mortensen Baker, in arte Marilyn Monroe. Una leggenda già in vita e definitivamente nel vento della storia da quella maledetta notte d’agosto del 1962 in cui morì. La trovarono nella camera da letto della sua casa di Brentwood. Secondo il medico fu suicidio, un’overdose di barbiturici. Ma restano i dubbi, resta il mistero. Non si può escludere l’omicidio. Troppa gente si affollò intorno a quel letto. Marilyn aveva minacciato una conferenza stampa sull’amore tra lei e i due Kennedy, John e Bob. Chi la trovò morta aspettò dalle tre alle cinque ore per chiamare le autorità.
Una donna famosa che sta per uccidersi, può avere progetti? Marilyn li aveva. Comprò i diritti per un film su Jean Harlow, la diva cui lei si ispirava, e voleva fare la protagonista. Intendeva portare in scena “Un tram che si chiama Desiderio” di Tennessee Williams. Stava inoltre discutendo per ottenere i ruoli da protagonista di “Irma la dolce”, di “ La signora e i suoi mariti” e di “Baciami, stupido.”. Stava girando il film “Something’s got to give”, che poi venne affidato a Doris Day. La parte interpretata da Marilyn, nel 1999, fu montata e se ne ricavò un racconto cinematografico di circa 40 minuti. Sia durante quest’ultimo film che nel precedente “The Misfist”, “Gli spostati”, in cui offrì una grande interpretazione drammatica, Marilyn stava male, arrivava sul set in ritardo, faceva aspettare per ore i colleghi.
Il coroner archiviò la sua morte come “probabile suicidio”. Il suo corpo fu adagiato in una bara foderata di seta. La vestirono con un abito verde di Emilio Pucci. E con la morte si alimenta il mistero e il mito di Marilyn. Marlon Brando, amico e amante, si disse convinto che era stata uccisa.
“Quel che ho dentro nessuno lo vede/ho pensieri bellissimi che pesano/come una lapide” recita una poesia di Marilyn. Versi che comunicano triste malinconia, ma lei era tutt’altro che una diva fragile. O meglio, sapeva essere forte nella sua fragilità. Aveva vissuto un’infanzia terribile. Da un orfanotrofio a una famiglia affidataria, dopo i problemi psichici della madre. Solitudine, molestie, estraneità. Lascia il primo marito, sposato a 15 anni, e va a Hollywood. Ma prima lavora in fabbrica, dove la sua bellezza fulmina un fotografo e presto diventa modella. Un colpo di reni e costruisce la sua carriera con i grandi successi, uno su tutti, “A qualcuno piace caldo” diretto da quel genio di Billy Wilder.
Marilyn odia Hollywood che odia Marilyn. E fugge a New York, dove studia recitazione con Lee Strasberg e tesse le sue trame intellettuali. Ma niente da fare con i padroni della fabbrica dei sogni. Non le riconoscono la statura di attrice drammatica. Mette su una casa di produzione, seconda donna dopo Mary Pickford. Chi le dà fiducia è John Huston che, dopo averla fatta esordire in “Giungla d’asfalto”, la vuole nel cast de “Gli spostati” con Clark Gable, Montgomery Clift e Eli Wallach.
“Sei proprio una bella donna, è un onore stare vicino a te, non capisco perché sei così triste”, dice Gable a Marilyn, e il confine tra finzione e realtà si fa labile. È proprio grande cinema. E pensare che, nonostante alcune ottime critiche, non ebbe successo. Fu girato nel 1960, nelle sale nel ‘61, solo più tardi fu rivalutato. Si è parlato di western ecologico.
Quattro spostati che credono di essere “ribelli senza padrone”, ma vivono una vita di sofferenze e frustrazioni. Finiscono nel deserto del Nevada a catturare cavalli selvaggi. Ma poi li liberano, sconvolti dalla loro stessa violenza. È metafora della precarietà della vita, della società, di Hollywood. E i quattro protagonisti sono bravissimi. Per Marilyn Monroe è probabilmente la migliore interpretazione, a un anno dalla morte. Il film è scritto per l’attrice da Arthur Miller, terzo marito di Marilyn, dopo quell’amore di gioventù e il campione di baseball Joe Di Maggio.
Marilyn Monroe straordinaria interprete, come lo sarebbe stata in un film mancato, “Colazione da Tiffany” . Affascinante Audrey Hepburn, probabilmente irripetibile, ma Truman Capote aveva pensato a Marilyn, cui qualcuno consigliò di non accettare quel ruolo disdicevole. Holly è come Norma, che tenta la fortuna a Hollywood, in piccole parti. Ingenua e sincera quanto basta per essere cacciata dal “mercato dove si comprano bugie”, come Brecht definisce la mecca del cinema. Nella realtà Norma Jeane è talmente caparbia, coraggiosa e brava, che il traguardo lo raggiunge. Ma quel traguardo è sinonimo della sua fine tragica. I matrimoni, le sofferenze, le gioie e tutto il resto, probabilmente le passano davanti come un film visto da un’auto in corsa.
Tra Marilyn e Montgomery Clift c’era un rapporto speciale. Lui omosessuale, e per lo star system doveva essere macho. Lei malata d’infelicità, e doveva essere l’immagine della gioia. Li univa l’insostenibilità di quella vita. L’uno si preoccupava dell’altro. Entrambi sensibili. Entrambi ribelli. Entrambi ai margini.
Cos’è il successo? Per Marilyn l’abbraccio del pubblico è essenziale. Per Vivian Maier, bambinaia e oscuro genio della fotografia, è una parola senza senso. Vivian gira il mondo, al seguito di ricche famiglie borghesi, cresce i loro figli, e intanto ritrae mirabilmente mezzo secolo di storia. Lei è consapevole di avere in mano un patrimonio artistico e culturale. Ma se lo tiene per sé. Le sue foto sono le sue foto. Non un mezzo per apparire sulla scena del Pianeta. Anche se si comporta come una che sa. Sa che un giorno quegli scatti porteranno al successo il suo immenso talento. Ma lei non ci sarà più. Lei è soddisfatta della sua vita. I divi le interessano soltanto come soggetto da ritrarre. L’umile bambinaia mette in scena la storia del cinema.
Marilyn e Vivian. Due donne americane nate nel 1926. Vivian il primo febbraio, Marilyn il primo giugno. Mettiamo che s’incontrino negli anni cinquanta. Esterno giorno – strada di New York – Manhattan. Due ragazze di 25 anni o poco più, curiose, intelligenti. Due artiste straordinarie. Una in pubblico, l’altra in privato. Una frequenta il successo, l’altra se ne tiene alla larga. Dialogano. Accompagnano le parole con ampio movimento delle braccia. Poi si salutano. E spariscono con passo affrettato dallo spazio della macchina da presa. Di che hanno parlato? Sono amiche? Si sono conosciute per caso? Sicuramente hanno in comune il senso dell’inquadratura. Della bellezza. Dell’armonia. Dell’eleganza. Cercano l’equilibrio, il centro di gravità. La realizzazione per una giovane donna americana anni cinquanta.
Marilyn aveva ottimi gusti musicali, la sua cantante preferita era Ella Fitzgerald. Un giorno l’attrice viene a sapere che, alla possente voce nera, era stato impedito di esibirsi al Mocambo, il locale hollywoodiano di Sunset Boulevard. Marilyn telefona al proprietario del locale e insiste finché egli non accetta l’allettante proposta dell’attrice: “Fai cantare Ella Fitzgerald nel tuo locale, ed io mi impegno a sedere in prima fila ogni sera, per una settimana.” Nel marzo 1955, Ella Fitzgerald debuttò al Mocambo. Come promesso, Marilyn occupò il tavolo centrale ogni singola sera, attirando l’attenzione di tutta la stampa internazionale. Ella Fitzgerald ricordò l’episodio anni dopo in un’intervista:”Devo a Marilyn Monroe un debito enorme… chiamò personalmente il proprietario del Mocambo e gli disse che voleva che fossi prenotata immediatamente. Dopo di allora, non ho più dovuto suonare in piccoli jazz club. Era una donna insolita, un po’ avanti rispetto ai suoi tempi. E lei non lo sapeva nemmeno.” Tra Marilyn Monroe ed Ella Fitzgerald non solo una storia di amicizia, ma un atto rivoluzionario di solidarietà femminile e civile in un’America ancora profondamente segnata dalla segregazione razziale.
Marilyn paladina dell’integrazione e della solidarietà, intellettuale, appassionata, alla ricerca di un’identità, donna coraggiosa e ricca di talento non riconosciuto. Tutto finisce quella notte tra il 4 e 5 agosto 1962. Ha 36 anni, una vita segnata da sofferenze, ma ha saputo rialzarsi, competere in un mondo diabolico, che ha respinto anche Francis Scott Fitzgerald, un genio della parola, come l’alta società americana ha respinto il suo Gatsby.
Ma il talento di Marilyn s’è spento nel veleno dei barbiturici o un intreccio inquietante tra invidie e interessi di palazzo l’ha travolta senza pietà? Resta un mistero. E resta però di Marilyn Monroe un mito che racconta la storia di una grande attrice sfortunata, secondo una retorica francamente insopportabile. In realtà una donna combattiva e nobile, schiacciata dal mostro di Hollywood. Una donna a cui Pier Paolo Pasolini ha dedicato dei versi che tra l’altro recitano:
“…tu sorellina più piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non ha mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.
Sparì, come un pulviscolo d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata.
Così la tua bellezza divenne sua…”

Marilyn Monroe a trent'anni: Foto di Elliott Erwitt (1956)

Che meravigliosa voce!
I Wanna Be Loved By You: https://www.youtube.com/watch?v=fWHsAmTrOIA&list=RDfWHsAmTrOIA&start_radio=1