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Masterpiece, si pronuncia Masterpiss

Cristina Cilli e Stefano Bandera
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Mr e Mrs Piece  di Stefano Bandera

«Scenografia?»
«Cela!»
«Stroboscopica?»
«Cela!»
«Cessi chimici?»
«Celi!»
«Concorrenti?»
«Celi!»
«Stracciacazzi in ascensore?»
«Cela!»

«Giuria?»
«Cazzo… la giuria…»
«Sono tre. Chi legge di più? Le donne: quindi serve uno figo.»
«Ok, il figo celo.»
«Poi cosa mettiamo?»
«Chi comanda in Italia, oggi?»
«I gay?»
«I magistrati, non leggi il giornale?»
«Di Pietro?»
«Non scherziamo, è un talent di scrittura!»
«Comunque il magistrato celo, so’ io!»
«Poi una donna, se no ci rompono il cazzo.»
«E il negro?»
«Il negro?»
«Non c’è il negro. Ci rompono il cazzo uguale.»
«Cazzo, il negro. Vabbè, la donna la mettiamo negra.»
«Donna, scrittrice, negra… ‘spetta che cerco su Google!»
«Cela?»
«Cela!»
«Chi?»
«Asp… Tale…Talye… Taiye Telasi… Daiye Selasi… ‘na roba così.»
«E chi è?»
«Volevi la donna negra?»
«Ma è bona?»
«Bona, bona… ‘na negrona di quelle che t’ammazzano.»
«Se è bona…»
«Cela!»

«Dai che registriamo.»

Masterpiece, che la festa cominci di Cristina Cilli

Masterpiece è così ben fatto da non sembrare realizzato in Italia. Non è sciatto, è girato con gran ritmo, fotografia curatissima. I giurati-scrittori del talent sono un po’ meno carogne di quelli di Masterchef, meno sfrontati, perché in fondo in fondo i letterati, almeno per sentito dire, sono sensibili.
Il nuovo talent di Rai3 è costruito su stereotipi perfetti, che assurgono a dogmi culturali. Il casting degli aspiranti scrittori è da manuale: il drop out, l’operaia, l’anoressica, il carcerato palermitano, il malato psichiatrico ex ebreo, quindi reietto due volte. Un capolavoro. Il format è ben oliato, buono per tutte le stagioni e per annacquare qualsiasi contenuto, financo la letteratura. Perché noi non vogliamo insegnarti a scrivere, lo diciamo a inizio puntata: qua si fa la tua fortuna e fama. Nel bel mezzo dei provini, la voce sillabata e allegra dello speaker intona: «A chi la giuria concederà il riscatto?».
Talento o meno, vite sballate e faticose o meno, non importa: ti consentiamo, per nostra inconfutabile grazia, otto puntate di visibilità e una scala di fogli di carta verso il successo.
Forse ti permetteremo di farcela, a patto che tu ci incuriosisca, ci faccia divertire, ci intrattenga con i tuoi fallimenti, che a noi, giurati e telespettatori, fanno sentire magnanimi. Palpitiamo con te, ma soprattutto esercitiamo il nostro sadismo nel ridere di te e delle tue illusioni.
In Masterpiece il piatto della scrittura è propinato per ingredienti semplici: basta un pizzico di osservazione da versare dentro te come fossi una ciotola, da mescolare con vigore aggiungendo emozioni a volontà e cuocere istantaneamente. Gli strumenti dello scrivere vengono celati con cura dietro luoghi comuni che accompagnano non la scrittura, ma il personaggio dello scrittore. Vengono raccontati personaggi con i quali ci si può identificare, e mai, invece, la fatica dello scrivere. Poi, chi lo dice che scrivere sia solo sudore silente, spaesamento, dolori agghiaccianti e opera di titanica scultura tra la materia informe che sono le parole?
Le parole scritte, noi te le abbiamo messe là, a tappezzare la scenografia scintillante, ad attorniare il tavolo tondo come l’arena del Colosseo, dove i giurati faranno pollice verso o alzato. Ti abbiamo immerso nel tuo sogno di riscatto attraverso le parole. Diventerai uno scrittore, andrai alle feste, tutti ti inviteranno, parteciperai alle cene condite di particolari piccanti sui politici e le loro amanti snob.
Masterpiece: la festa è cominciata.

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