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Melting pot

DIEGO C. de la VEGA
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Foto di famiglia dell'autore

Mia nonna materna era straniera, molto straniera e anche molto meridionale.
Così meridionale che persino il suo consorte, siciliano di Lentini, tra i più meridionali di noi, poteva dirsi al suo confronto nordico più nordico dei nordici.
Mia nonna nacque vicino a montagne altissime, sotto altre stelle di un cielo diverso dal mio, in un continente lontano e davanti a un mare così distante che per arrivarci non basta superare le Colonne d’Ercole ma, con più coraggio di Ulisse, bisogna oltrepassare la Terra del Fuoco. Arrivò in Italia in un’epoca in cui essere stranieri, non proprio di ”razza pura”, era molto complicato, per di più traditi dal color caffè latte (molto caffè) della pelle non assimilabile a un’estetica abbronzatura estiva. Mia mamma, di conseguenza vera mestiza, a scuola veniva emarginata e relegata in un banco con una ragazza greca. I greci, in quel tempo, non avevano affatto la nostra “stessa faccia” a causa del ridicolo italico impero. Due ragazze nate in Italia, ma discriminate entrambe per l’origine dei genitori. Fortuna che nella graduatoria della purezza non erano agli ultimi gradini, altrimenti avrebbero subito la sorte dei tanti ancor-meno-ariani come specificato da dieci italianissimi scienziati nel “Manifesto della razza”. Nonostante queste e altre difficoltà, mia nonna ha vissuto sempre qua lasciandomi, di battesimo, il nome straniero di suo fratello e, in eredità ineluttabile, un po’ di geni ormai distribuiti tra me, mia sorella, nipoti e pronipoti. Quattro generazioni in cui, con regolarità mendeliana, spunta sempre quella caratteristica andina che dipinge un taglio degli occhi particolare o che, al primo sole, ci colora la pelle di tonalità insolitamente ambrate.
Ora si discute tanto di migranti, clandestini, Ius Soli, così ripenso a mi abuela, tra una filastrocca in quechua e un no te preocupes Dieguito, e la rivedo sorridere nel suo fare sempre allegro e un po’ svampito, intriso di quella serena fatalità, tutta sudamericana, di chi un futuro non se l’è mai potuto permettere dovendo morire senza poter rivedere casa.
Gli uomini viaggiano da sempre, c’è davvero qualcuno che pensa di poter fermare tutto questo? Sorrido anch’io.
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DIEGO C. de la VEGA

… l’ex-moglie (probabilmente l’ultima) lo definisce “un delinquenteeeee!”. I più non lo reggono oltre gli 11 minuti, ma per i pochi che hanno sopportato con benevolenza i suoi difetti: De la Vega è una persona d’oro! Ha vissuto dividendosi tra Madrid, l’ex Repubblica di Genova per approdare a colonizzare, attualmente, il sub-Piemonte. Autentico fantasista, ha svolto innumerevoli attività. Filoenologo, musicista, cuoco-pop, musicoterapeuta pentito, ex politico in erba, sartina-smart, giusperito incompiuto, lobbysta, elettricista, falegname, idraulico, appassionato d’arte contemporanea, genio dell’informatica fai-da-te. Ama la musica antica e le opere di Philip Glass saltando a piè pari tutto l’800 che trova disgustoso. Un uomo meraviglioso se non fosse per un solo piccolo difetto: riesce a volgere tutte queste sue doti in armi letali con cui produce catastrofi inimmaginabili pur non volendo! I suoi insegnanti delle scuole elementari, capendone il valore, dopo il classico “è intelligente ma non si applica” lo promossero a un definitivo: è una Mancata Promessa! Attualmente, non volendo farsi mancare nulla, si è dato anche alla scrittura essendo stato ospitato su LaRivistaintelligente.it dalla benevolenza di Giovanna Nuvoletti, e pubblicando racconti in due antologie di Edizioni2000diciassette, grazie all’invito di Maria Pia Selvaggio che, chissà come, lo ha scoperto. .DeLaVega si chiama Diego e non è uno scherzo cosi come è vero quanto detto sopra.

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