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GALATEA VAGLIO
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Passeggiando per i negozi di una quieta cittadina del Nordest, nel caldo africano di un settembre che pare agosto, ho capito che quest’anno la moda propone colori da influenza intestinale: carota omogeneizzato plasmon, verdognolo mal di stomaco e un fenomenale beige-melange che pare un frullato di pane integrale raffermo con spolverata finale di semi di soja, e va accoppiato al marrone lenticchie lessate troppo.
Spopolano i leggins, gli antichi pantacollant degli anni ’80, che erano già orribili negli anni ’80, ma lì almeno avevamo l’alibi di essere ancora negli anni ’80, e quindi consumisti sì, fessi pure, ma più innocenti.
Di quella felice età dell’oro in cui l’Italia era da bere e da mangiare e Berlusconi era già ricco ma non ancora presidente, tornano anche gli atroci maglioni a trapezio con maniche enormi e collo a ciambella, adatti forse alle modelle svedesi lunghe come una notte artica, ma improponibili a noi mediterranee piccole e tendenzialmente chiattone, anche ad ammazzarsi in palestra.
L’unica buona notizia è che nessuno ha osato riproporre le spalline, ma solo perché alla fine degli anni ’80 medesimi sono state ufficialmente iscritte nella lista dei crimini contro l’umanità. Questo è quanto, se ci saranno aggiornamenti nelle vetrine di provincia, vi terrò informata.
(La vostra inviata alla periferia dell’impero)

 

GALATEA VAGLIO
GALATEA VAGLIO

Così pigra che non scrive nemmeno le note biografiche...

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