Il Monòpoli è, forse, il gioco da tavolo più diffuso nel mondo. E’ assodato che, dalla metà degli anni trenta in poi, la famosa scatola è stata pubblicata in 47 lingue diverse in 110 paesi, con oltre un miliardo di pezzi venduti.
Il gioco riflette i paradigmi del libero mercato, a cominciare dalla figura del banchiere, un soggetto che può tanto partecipare in proprio, tanto regolare i flussi finanziari. Nella funzione, apparentemente accessoria di controllore, è uno dei principali pilastri della competizione, come le banche delle società occidentali, rischiando il minimo e applicando patti leonini alle transazioni. Prendiamo, infatti, nota che “in qualunque momento, la banca compra case dai giocatori a metà del prezzo originario”. Quanto al tasso d’interesse applicato ai prestiti, lo deduciamo in sede di riscatto d’ipoteche, che è trattato al 10%. Qualche volta la banca è munifica, come quando corrisponde, al passaggio dal Via, Lit. 20.000, una specie di reddito di cittadinanza per il solo fatto di sedere al tavolo, oppure paga Lit. 5.000 per gli interessi maturati sul conto corrente o liquida le cedole delle cartelle di rendita. E’ arcigna, invece, la banca che interviene quando un concorrente, per illiquidità sopravvenuta, deve ritirarsi dal gioco. Da un lato provvede al pagamento integrale dei creditori, dall’altro incamera tutti i beni e mette all’asta le proprietà del fallito.
La misura nominale degli importi nel testo è quella della leggendaria scatola rossa dell’immediato dopoguerra, nella quale le lire avevano un valore ben diverso da quello dei decenni successivi.
Alla partenza, i giocatori sistemano dinanzi a sé i titoli di proprietà e la dotazione di liquidità, uguale per tutti. Lo svolgimento successivo evidenzia lo “spirito animale” del capitalismo avanzato. Alla fine, uno solo vincerà, prediletto dalla bravura e dalla provvidenza. Le logiche del gioco si rifanno all’etica della Riforma Protestante del XVI secolo. In quel contesto, l’apprezzamento per gli sforzi individuali era esaltato, assurgendo a dimensione religiosa. La disuguaglianza economica era giustificata dal fatto che i ricchi erano più virtuosi dei poveri.
Rammentiamo il meccanismo a chi eventualmente l’avesse dimenticato. Si utilizza un tabellone quadrato o rettangolare e dei segnalini che rappresentano i giocatori, in movimento su un percorso prestabilito. Sul tabellone sono segnati nomi di strade e di società di servizi; si aggiungono poi le infrastrutture (il punto di partenza, la prigione, un parcheggio). Si rilevano altre sei caselle suddivise tra “Probabilità” e “Imprevisti”, possibili varianti allo svolgimento del gioco.
Inattese, compaiono due tasse (la “patrimoniale” e quella “di lusso”), solo nominalmente minacciose, che costituiscono l’arrendevole voce dell’Erario. Se ben riflettiamo, l’alea di incorrere in una tosatura pubblica è pari appena al cinque per cento delle opportunità (due soli riquadri su quaranta). La misura è temperata dalla “probabilità” che lo Stato rimborsi qualcosa sulla tassa sul reddito. Ricompare l’autorità pubblica quando, negli “Imprevisti”, si abbatte sul giocatore la tegola del “contributo per migliorie stradali”, oppure si è multati “per aver guidato senza patente”.
Il luogo dello scontro è, ovviamente, il mercato immobiliare: bisogna acquistare dei lotti e diventare speculatori edilizi. Oltre alla rendita connessa al titolo di proprietà, è possibile costruire stabili nei quali gli altri giocatori, costretti a sostare, dovranno pagare aggio.
La finalità della contesa è di celebrare un unico attore, poiché gli altri avranno progressivamente dichiarato fallimento.
Il regolamento inizia con una dichiarazione programmatica che ne denuncia lo spirito. Le prime parole che si leggono sono, infatti, le seguenti: “Lo scopo del gioco è di trarre profitto… sino a diventare il giocatore più ricco e possibilmente, il monopolista”.
Appena appresso, con parole asciutte, è introdotto un principio fondamentale: “Chi possiede una proprietà ne gode una rendita”. Segue l’incitamento a investire in manufatti da erigere sul terreno, perché “è consigliabile di fabbricare il più possibile sull’area posseduta”. Affinché questi precetti non cadano nel nulla, ecco l’altro consiglio interessato: “Per aver maggior denaro liquido e intensificare le costruzioni, si possono ottenere dalla Banca ipoteche su terreni, stazioni e imprese”. Siamo all’incitamento al debito per fare altro denaro, qualunque siano costi e condizioni. Tuttavia, la proprietà non può essere abbandonata a se stessa: ecco che arriva il preventivo per gli stabili da riparare: “2.500 lire per ogni casa e 10.000 per ogni albergo”.
Che il concorrente sia un capitalista avanzato, è asseverato da due elementi tratti dalle “Probabilità”: “Avete venduto delle azioni” ed “è maturata la cedola delle vostre azioni”. Il giocatore non è certo uno sprovveduto in materia di finanza. Si copre pure con assicurazioni: difatti, deve pagare un premio di Lit. 5.000 (in “Probabilità).
“Imprevisti” e “Probabilità” introducono alcune previsioni di vantaggio o svantaggio (spese del dottore, matrimoni in famiglia, premi di lotteria o nei concorsi di bellezza). A ben vedere, le varianti citate rientrano nelle normali situazioni di una vita individuale. Sconcerta, invece, il fatto che si possa essere incarcerati senza giudizi di sorta (Imprevisti: “Andate in prigione direttamente e senza passare dal Via!”). Tuttavia, proprio nel Regolamento, è pronto un rimedio non del tutto ignoto a noi Italiani: “si può anche andare a finire in prigione e uscirne, o per condono o mediante il pagamento di una somma”. In nessuna normativa contemporanea si era mai trovata una più succinta aspettativa delle inclinazioni della politica nazionale, come in quell’icastica citazione.
Abbiamo tralasciato la liturgia del gioco, che sarà senz’altro nota alla maggior parte dei lettori. Terminiamo con l’osservazione che il regolamento, nella nuova edizione in Euro, conclude in maniera risolutiva con un motto, ideologico e in grassetto: “Vince il più ricco”.

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