… non solo sulle tamerici…

Qualche tempo fa, un po’ per l’obsolescenza inevitabile della struttura, un po’ per un forte evento piovoso e il conseguente smottamento di una scarpata, un muro di sostegno sul ciglio della Strada provinciale *** ha subito un apprezzabile spostamento ed un accenno di ribaltamento che ne hanno consigliato la demolizione e il successivo rifacimento.
La viabilità è stata gestita con un senso unico alternato regolato da semaforo, così che più volte mi sono trovato nell’evenienza di sostare, a causa del “rosso”, esattamente in prossimità del cantiere.
Sorvolo su quanto mi è capitato di osservare in fase di scavi e di preparazione della nuova struttura. Evito di entrare nel merito della geometria dell’armatura e sull’uso di casserature metalliche (in una stagione dove le temperature notturne possono toccare facilmente alcuni gradi sotto lo zero termico). In genere, ogni volta che passavo di lì confidavo di trovare il via libera dell’impianto semaforico, così da non dover volgere neppure uno sguardo alla realizzazione del costruendo manufatto.
Ma quanto è successo il 29 ottobre, ha un aspetto tanto bizzarro che meriterebbe un minimo di notazione nella cronaca locale ed ancor più una considerazione da parte di chi, sulle opere pubbliche, dovrebbe avere un compito di controllo tecnico ed economico.
Ci si attendeva, già da qualche giorno, l’arrivo di una perturbazione atmosferica di un certo rilievo e puntualmente, dalla notte del giorno precedente, ha iniziato uno stillicidio ostinato, che verso il mattino è andato gradualmente irrobustendosi. Vi lascio dunque immaginare la mia sorpresa quando giunto verso le 7.30 in prossimità del cantiere ho scorto la sagoma maestosa di un’autobetoniera, contornata dalle maestranze dell’impresa. Il mezzo stava finendo lo scarico del conglomerato cementizio e gli operai, muniti di frattazzi(!) s’industriavano a spingerlo nello scavo e a farlo andare tra i ferri di una fondazione, sotto la pioggia che ormai era diventata battente. Non so se i loro volti fossero silvani e se nei pressi vegetino delle Tamerici (non credo), ma quella che veniva giù come Dio la mandava era incontestabilmente H2O, monossido di idrogeno, volgarmente acqua.
Ora, non v’è tra gli operai edili chi non sappia che il calcestruzzo fresco teme l’acqua in eccesso come fosse Criptonite per Superman, ma soprattutto, viene da domandarsi dove fosse e a cosa pensasse in quel momento il responsabile del cantiere. Ebbene, per i meno pratici, vale la pena di citare brevemente quali siano le problematiche legate a una tale pratica assai poco virtuosa.
Innanzi tutto, si ha un comprensibile effetto di diluizione della componente cementizia più fine, con diminuzione anche drastica delle caratteristiche meccaniche del calcestruzzo. In secondo luogo, aumenta la porosità del conglomerato e la possibilità che un’accentuazione del ritiro in fase di maturazione porti ad un vero stato di fessurazione.
Oltre a questo, sotto quella pioggia v’era la non trascurabile occorrenza che parte della scarpata sovrastante lasciasse percolare sul getto una colata di fango e questo si mescolasse addirittura con la malta più superficiale (vedere fotografia originale in testata).
Tutte queste eventualità, per quanto deplorevoli, sarebbero magari sopportabili in qualche punto meno nevralgico di una struttura, ma è lampante che in quella zona (sezione di collegamento tra fondazione e paramento verticale del muro) sono rigorosamente da evitare.
Ci si può chiedere: “cosa è dunque successo quella mattina”? Un fraintendimento con il fornitore del calcestruzzo? Il sito meteo preferito dal responsabile dell’impresa andato inopinatamente offline?
Io continuo a vedere rafforzata la mia opinione. L’idea, cioè, che la professionalità in questo nostro Paese stia diventando merce rara e al contempo ben poco apprezzata. Perché se è vero che un Geometra di quaranta anni fa sarebbe inorridito davanti a quella scena, è evidente che il “possibilismo ignorante” sta diventando la sfraghis di questa nostra epoca, un marchio di fabbrica che soprattutto nell’ambito pubblico banalizza tutto, svilisce ogni attività. Quando le cose non si fanno con amore, meglio lasciar perdere. Per non parlare dei soldi pubblici buttati via.
Mio zio era Geometra, di quelli con la G maiuscola, di quelli che erano orgogliosi delle proprie competenze e consapevoli delle loro responsabilità.
Mi raccontava di un collega che aveva seguito la realizzazione di un carroponte industriale. Sono due travi sostenute da pilastrate parallele sopra le quali sono fissati i binari di un sistema di sollevamento. Solo che quelle due strutture, per un errore di picchettamento, erano leggermente divergenti e a fine corsa il carroponte tendeva ad incastrarsi, a bloccare la propria corsa. Il Geometra aveva preso il suo strumento topografico e aveva controllato quale fosse il problema; poi, quando si era reso conto che dipendeva dal suo tracciamento maldestro, aveva salutato gli operai che avevano provato a dirgli qualche frase di conforto ed era andato negli alloggiamenti di cantiere. Lo avevano trovato qualche minuto dopo, impiccato a uno dei ponteggi che sorreggevano una baracca di lamiere. Altri tempi, del resto.
Ecco, per intenderci, non si pretende che qualcuno si impicchi per un muro mal eseguito. Intanto, non lo farebbe nessuno, tranquilli. Ma l’idea di un licenziamento e dell’applicazione di qualche penale non sarebbe auspicabile?

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