“Opera” e “Prodotto” – La differenza

Leggo e, spesso, rileggo.
«Cosa non hai capito?» domanda scherzoso il mio consorte.
Di solito, rileggo qualcosa che mi è piaciuto per rinnovare il piacere. Questa volta ho riletto perché quello che ho visto mi ha lasciato il dubbio che la mia memoria – già provata dalla vecchiaia in arrivo – manifestasse sintomi di peggioramento o fosse davvero perduta.
Sarà l’età appunto, ma temo che chi è cresciuto in compagnia degli sceneggiati televisivi Rai non riesca a guardare senza occhio critico (che non dovrebbe mai mancare, in ogni caso) le serie “ispirate a” romanzi di successo. Vero che la Rai di Sandro Bolchi o Anton Giulio Majano era un altro mondo: la letteratura “alta”, l’opera d’arte realizzata anche attraverso il mezzo tecnologico con l’intento educativo di alzare il livello culturale, la necessità di essere popolari senza perdere qualità, anzi, perseguendola. Cose dell’altro mondo. Ma c’era il rispetto del testo.
Dopo aver visto in televisione le puntate di Prima di noi, prima di criticare o commentare, ho dubitato della mia memoria: mi aspettavo di rivivere ad esempio gli anni settanta a Milano, gli anarchici e le fabbriche, la periferia verso Saronno dove ho insegnato, la Martesana dove ho vissuto, il dialetto concreto e laborioso della mia città e invece mi sono ritrovata a… Torino.
Come, a Torino? Cambia! E non è solo geografia, ma storia, tessuto economico e sociale. Aria, persino.
Ma non era questo l’unico ricordo sballato.

La copertina del romanzo di Giorgio Fontana

Ho perciò deciso di rileggere il romanzo per verificare le tante – troppe – cose che non tornavano.
Ho così ritrovato un romanzo che mi ha catturato più che in prima lettura. Una saga, accurata, minuziosa eppure di ampio respiro, attenta a molti aspetti, storici e sociali/sociologici, solo in apparenza marginali, in realtà dettagli che ricostruiscono con precisione; una saga che attraversa tempi a me noti per averli vissuti: indirettamente, attraverso i racconti di famiglia o lo studio, e di persona, perché c’ero e ci sono e li ho visti e percepiti con la stessa sensibilità, spesso confusa e in perenne contraddizione, dei penultimi e poi degli ultimi Sartori, quando la famiglia si slabbra come si sfilacciano il mondo e i tempi; ma la riduzione (di nome e di fatto) televisiva si ferma molto prima.
Nel libro di Giorgio Fontana, Nadia Tassan non è la voce narrante e non è lei che va a riprendere il biondino scappato dalle responsabilità di padre come dal fronte della prima guerra mondiale. Renzo Sartori non si trasferisce a Torino e sua moglie non è la locandiera comprensiva che lo sfamerà per sempre. Eloisa non si innamora del cugino senza saperlo tale e non si interessa di Flaviut in carcere. Libero è il padre non di una femmina, ma di Dario, l’ultimo dei Sartori: e sono solo alcuni dei “ritocchi” apportati.
Dov’è finita la potente figura di Tassan padre? Dove sono i tormenti letterari di Gabriele Sartori che ama Margherita in modo così diverso nel libro? Margherita non se ne va per incontrare Gino perché Gino è e resta disperso in Russia. Renzo nel libro non ha figli naturali e suo fratello Gabriele non educa inconsapevolmente un nipote ma classi di studenti della scuola pubblica, e non senza frustrazioni.
Perché stravolgere così? In nome di cosa? E perché far tornare tutti al casale in Friuli quando la cosa più difficile per i Sartori è trovarsi e neppure la morte di Nadia risolve un profondo conflitto?
Rinuncio a comprendere certe dinamiche, più oscure del cjalcjut, l’opprimente senso di colpa tradotto in nube minacciosa. Mi aspetto però altre puntate dato che la vita di Letizia e Dario, come la morte di Diana, non si sono sviluppate sullo schermo.
Non mi pongo più il vecchio dilemma: meglio il libro o il film/serie tv. Per me è meglio il libro, e non solo in nome del negletto principio del rispetto di quanto scritto. In realtà non è possibile un confronto tra due narrazioni di genere completamente diverso, due prodotti che pochissimo hanno a che spartire l’uno con l’altro. Anche se sento già le reazioni che invocano la necessità dell’adattamento, forse la risposta ai perché più sopra sta in questo termine: prodotti. Una lo è senza dubbio, l’altro è opera.

1 commento su ““Opera” e “Prodotto” – La differenza”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto