Paiper

E’ indubbia la forza evocativa degli slogan pubblicitari. Rivedendo per caso una foto dove Patty Pravo pubblicizza il Paiper, scritto così come si legge, non la discoteca, a cui è ovvio il riferimento e di cui Patty era l’icona, bensì un gelato dalla strana forma – (l’immagine ambigua all’epoca rischiò la censura) – faticosissimo da mangiare senza che scappasse via dalle mani, ecco tornarmi in mente quell’estate del ’68 dove l’unico Piper che mi fosse concesso era appunto il gelato.
Rovistando nei cassetti della memoria, mi rimbomba in mente la frase “Posso dire una parola? c’è un Algida laggiù che mi fa gola” e lo slogan “il gelato del nuovo mondo “. Come alla moviola scorre davanti ai miei occhi il carosello in bianco e nero: quanta gioia sui volti di quei ragazzi che scorrazzavano in libertà sulla spiaggia o sulle loro vespe alla ricerca di un gelato!
Così immaginavo dovessero essere le comitive di amici, allegre e spensierate, ma ero ancora troppo giovane per scorribande in compagnia e per i locali notturni.
Il ricordo diventa più nitido e fluente,imperversava il motivetto “Luglio (col bene che ti voglio)” e la novità dell’estate fu che a casa si presentò, all’improvviso, il figlio di una cugina di mio padre.
Non credevo ai miei occhi, Enzo indossava la stessa camicia di Mal dei Primitives, prova la copertina di un disco che avevo a casa, sempre di colore aragosta e bianco ma in contrasto inverso, era alto, snello i lunghi capelli biondi da figlio dei fiori non mascheravano però l’aria da catanese di buona famiglia. Erano anni che non lo vedevo, ne rimasi colpita e affondata.
Lui ci disse che era stato promosso alla maturità ed era in viaggio premio. Nonna lo accolse come il figliol prodigo, nutrendolo con caponata e parmigiana – poverino aveva studiato tanto e poi (u’ figghiu) era così magrolino!- In casa l’odore di salsa, melanzane fritte e basilico faceva da colonna olfattiva alle nostre calde giornate estive.
Papà e mamma si assicurarono di farlo divertire. Facemmo quindi i ciceroni per Roma e ci avventurammo in scampagnate e gite fuoriporta. Per fargli un regalo mamma lo portò anche da un parrucchiere alla moda, ci voleva un bel taglio a quei lunghi capelli e, perché no, qualche colpo di sole, insomma fu un bel periodo.
Durante il giorno ad Enzo bastava fare il turista, ma la sera cominciò a chiedere la macchina per uscire. Il locale che impazzava a Roma in quel periodo era proprio il Piper di Via Tagliamento. Mio padre, nonostante lui si dichiarasse diciottenne patentato, non volle dargli la sua auto, era comunque minorenne, si prese quindi la briga di portarlo ogni sera al locale e di andarlo a riprendere a notte fonda.
La prima volta che papà mise piede in quella tana di giovani scatenati ne uscì sconvolto (per anni raccontò il suo ingresso al mitico Piper come un incubo), da vero matusa cominciò a lamentarsi del tipo di musica e del volume: i bassi erano troppo alti, i suoni erano avvertiti come pugni nello stomaco e via via giù tutti gli improperi sulla confusione e poi le minigonne e orrore, orrore, tutti quei capelloni!
Io avrei venduto la mia stilografica nuova per passare una serata al Piper con l’aitante cugino che, nel frattempo, mi aveva affabulato con racconti di vita londinese (si spacciava per amico di Mal e di Maurizio Arcieri e figurati, certo che aveva conosciuto i baronetti!) Uno così non poteva che essere, ai miei ingenui occhi, un mito, nonostante tutto rifiutai, chinando la testa ed arrossendo fino al midollo, un suo leggero bacio sulle labbra mentre eravamo da soli in ascensore.
Dopo qualche giorno una interurbana per Catania fu galeotta, così i miei genitori scoprirono che Enzo non aveva ancora compiuto 18 anni ed era scappato di casa perché bocciato a scuola. Fecero finta di nulla, d’accordo con i cugini, suoi genitori, per impedire che se ne andasse da Roma e per tenerlo d’occhio finché fossero venuti loro a riportarlo a casa. All’improvviso come era arrivato se ne andò e quell’estate prese un altro colore.
Che delusione quando mi accorsi che mi aveva rubato la stilografica dal pennino d’oro, regalo della cresima. Aveva rubacchiato anche qualche banconota nel borsellino di nonna, e dai cassetti era sparito qualche oggettino d’argento, forse venduto per pagare le sigarette (spero).
Dopo la sua partenza fummo tempestati da telefonate di ragazze che chiedevano disperate di un tizio dal nome straniero. Un giorno suonarono alla porta: una bellissima ragazza, minigonnata, dai capelli rossi, guarda un pò, cercava concitata un ragazzo inglese.
Ricordo ancora lo sguardo sbieco di nonna e la sua tagliente risposta in siciliano che disintegrò le aspettative della giovane:
“Signurina bedda, si nni iu, e poi chiddu e’ Nglisi comu iu sugnu Tedesca” (Signorina bella, se ne è andato, e poi quello è Inglese come io sono Tedesca).
Al Piper ci sono entrata molti anni dopo, lo trovai squallido, forse in fondo non mi ero persa nulla. Mio cugino era un improvvisatore pazzoide ed a modo suo un artista. Ora non c’è più, se chiedete però, nei locali notturni di Catania, di Renato O (una specie di clone di Renato Zero ma con la lettera O al posto dello 0), lo ricordano tutti.

 

4 commenti su “Paiper”

  1. Maria Gabriella Corbo

    Una bella, ironica, divertente narrazione, in cui la parola, come spunto evocativo, rimanda ai fotogrammi colorati di un film breve ma intenso, l’adolescenza.

  2. Fabrizio Ferzi

    Quel gelato evocato all’inizio del piacevolissimo racconto mi aveva contraddittoriamente scaldato il cuore ma poi il cugino bricconcello ha pensato bene di raffreddarmelo😂. Comunque amichetta vai avanti con queste splendide briciole di memoria che ci fanno una gradevolissima compagnia.❤️

  3. Paolo Delicato

    Il Piper entroʻ nella mia giovinezza come un tram. Già essere cresciuto tra I Parioli ed il Quartiere Trieste significava passare il sabato pomeriggio/sera sempre a ballare a casa propria o di qualche compagno di scuola, L’apertura del Piper accese “le voglie da 17enne” insieme agli amici e le amiche più “sensibili”, riducendo drasticamente le nostre risorse finanziarie settimanali divenute oggetto di transazione economica in famiglia rispetto ai risultati scolastici attesi. Ci divertivamo tanto “anche troppo”. Anche il modo di vestire iniziava a cambiare, specie delle ragazze, come anche fare “nuovi incontri” con ragazze della famosa Scuola angloamericana (sede nella vicina via Nomentana) che accendeva in noi l’interesse per culture un poʻ diverse e maggiormente libere. Il Piper era il punto di riferimento della bella gioventù e rapidamente il luogo d’incontro del jetset specie attrici giovani e nuovi cantanti. Per me duro’ un paio d’anni intensi ma poi liceo ed università mi assorbirono del tutto e preferii viaggiare. Ma fu una parte della mia vita indimenticabile!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto