Prima_di_nascere

Prima di nascere

Pubblichiamo il primo dei  racconti del Corso di Scrittura Narrativa marzo 2026 della SCUOLA di SCRITTURA  VALERIA VIGANO’

 

Ho scoperto che sapore avesse l’odio il giorno del matrimonio dei miei genitori. Fino a quel momento non c’era stato attimo in cui mia madre non mi avesse caparbiamente ignorata ma, mentre il prete pronunciava la sentenza che la condannava all’unione eterna con mio padre davanti a Dio, si rivolse direttamente a me facendomi arrivare, attraverso il cordone ombelicale, i grumi rancidi e avariati delle parole È colpa tua.
Lo spazio attorno a me si era da poco ridotto e ormai le mie possibilità di movimento erano molto limitate, quindi deglutii con rassegnazione il suo umore amaro. Rimpiangevo non tanto quando il mare in cui galleggiavo era così grande che non ne percepivo la fine e non c’era distinzione tra quello che sentivo io e quello che provava lei; quanto piuttosto, dopo che lo spazio attorno a me aveva appena cominciato a restringersi, quando potevo ancora esprimermi con delle capriole di gioia o assestandole qualche colpetto qua e là. Come la volta che le ho dato un calcio sui reni perché mi aveva chiamata “cosa”.
Le passeggiate sono sempre state una delle mie cose preferite, il rollio ritmico dei passi di mia madre si accorda con il tamburare profondo del suo cuore, che in quelle occasioni danza con piglio allegro e non con la cadenza noiosa e sonnecchiante di quando siamo in casa. Quel giorno una voce l’aveva chiamata per nome e il battito aveva dato una brusca accelerata, innescando una rapida virata del suo incedere che mi aveva scaraventato di faccia contro la parete venosa alla mia destra. Non era però bastato per fuggire e la voce ci aveva raggiunte.
Dov’eri finita, aveva chiesto, ti ho cercata all’uscita della carteria un sacco di volte. Era una voce maschile morbida e sorridente. Sentivo la tensione nei muscoli di mia madre, cercava di dissimulare quanto fosse agitata ma le era impossibile nascondere a me il frastuono del suo cuore, così forte che quasi faticavo a sentire le loro parole. Non ci devono vedere insieme, aveva risposto lei fredda, mi volete rovinare? Non facciamo niente di male, aveva detto lui, parliamo.
Il suono delle sue parole mi arrivava con lo stesso schioccare del caminetto acceso durante le serate più fredde, quando il tepore del legno che brucia si irradiava fino a me attraverso il ventre di mia madre come una calda carezza. Nessuno vi ha mai visto parlare con una come me in vita vostra, e questo non è certamente quello che succede a due che non fanno niente di male, aveva ringhiato lei premendo il tessuto del vestito contro il suo ventre prominente, contro di me.
Dopo un lungo attimo di silenzio la voce aveva ripreso a parlare, ridotta a legna bagnata e cenere dalla secchiata d’acqua gelida del gesto di mia madre. Ci penso io, aveva detto flebile, ne parlerò con la mia famiglia, andrà tutto bene. Mia madre aveva emesso uno sbuffo di scherno. Io non la sopporto la vostra famiglia, anzi la odio proprio. Tutto il paese vi odia. Ma penseranno che questa cosa l’abbia voluta io per costringervi a sposarmi, aveva sibilato con disgusto afferrandosi con entrambe le mani il ventre, stringendomi fra i palmi come a volermi staccare da lei.
Con gli occhi che pizzicavano segnalando un pianto che altrimenti sarebbe sparito inosservato nel liquido che mi circondava, mi ero ritrovata a cercare di zittirla premendo con forza i piedi contro le sue viscere, ottenendo come risposta solo un flebile gemito prima che continuasse. A me il vostro nome mi fa schifo, preferisco mettere al mondo un figlio di nessuno che essere considerata una di voi.
Mia madre aveva proseguito per la sua strada, la voce aveva smesso di seguirci.
Qualche giorno dopo avevo sentito bussare alla porta di casa. Di solito ne ero molto felice, voleva dire sentire voci nuove oltre quelle della mamma e della nonna. In casa con noi viveva anche il nonno, che però non parlava mai ed era quindi mortalmente noioso. Non era però mai successo che alla vista di chi si celava dietro la porta il cuore di mia madre saltasse un battito. Presa alla sprovvista, mi era venuto il singhiozzo.
L’improvvisa interruzione dello scricchiolio della sedia a dondolo, la cui ritmica e perpetua cadenza era l’unico contributo sonoro del nonno alle nostre giornate, e il suo lento incedere verso la porta aveva sottolineato l’importanza dei nostri ospiti: quando non era in carteria, il nonno non smetteva mai di dondolare se non per sedersi a tavola a mangiare o per andare a dormire, sicuramente mai per accogliere i nostri rari visitatori. La sua voce baritonale, roca per il poco utilizzo, li aveva accolti pronunciando con deferenza uno stesso nome preceduto dagli appellativi Signor e Signorino.
Quest’ultimo aveva risposto con un timido saluto che mi aveva permesso di riconoscerlo come l’uomo che ci aveva fermate per strada, rimanendo poi in silenzio per tutta la durata della visita. L’unico a parlare era stato Signor che, con parole ben scandite e prive della sporcizia che ero solita sentire dentro casa nostra, si esprimeva con cortese fermezza. La sua voce mi arrivava da una certa distanza, mia madre doveva essersi spostata in un angolo del soggiorno nello spontaneo e rabbioso tentativo di mimetizzarsi con lo scarso mobilio mentre ascoltava quell’uomo che, semplicemente in virtù del nome che portava, stabiliva quando e dove si sarebbe sposata e come avrebbe condotto la sua vita negli anni a seguire. La sua postura rigida e contratta mi aveva risucchiata al suo interno, ero rimasta legata tra i suoi fasci muscolari fino al momento in cui i nostri ospiti non erano andati via e lei non aveva ricominciato a respirare.
Quando ho finalmente sentito di nuovo la voce di mio padre ero ormai irrimediabilmente scivolata a testa in giù. Il capovolgimento era accaduto durante un fermento emotivo in cui mia madre era passata da furia cieca a vuota rassegnazione, ma in quei primi giorni ribaltati era ancora tutto troppo confuso perché riuscissi a dare retta al suo trambusto. Il giorno del matrimonio ero invece ormai abituata alla nuova geografia e ho potuto dedicarmi con attenzione all’ascolto della voce di mio padre che, nel pronunciare i voti nuziali, mi scendeva in gola con la stessa dolcezza del latte e miele che bevevamo la domenica mattina.
Durante il giuramento di mia madre, invece, il latte non fu più quello fresco bevuto nel giorno di festa ma quello che veniva portato ai gatti randagi perché inacidito. Fu proprio in quel momento che sentii in bocca i grumi avariati del suo odio. Avevo aspettato per tanto tempo che si decidesse a parlarmi e avrei accettato di buon grado qualunque cosa avesse scelto di dirmi, ma mai avrei immaginato che le parole tanto agognate sarebbero arrivate così indigeribili, immerse in un bolo denso viscoso e quasi del tutto insapore che mi aveva ricoperto le pareti della bocca. Era il sapore della consapevolezza che la mia esistenza era l’origine del suo male, che se io non ci fossi stata tutto questo non le sarebbe mai successo.
Sto per fare il mio ingresso nel mondo, mancano solo una manciata di ore. Ho le ginocchia incastrate contro il petto e le braccia costrette in un abbraccio che non mi dà alcun conforto. Sto cominciando a dimenticare. Quando i miei occhi vedranno la luce avrò ormai perso tutto, i nomi delle cose e il succedersi degli eventi di cui sono stata testimone. Appena prima che tutto sparisca, vedo tutto ciò che sarà.
L’unione tra i miei genitori non durerà che pochi mesi. Mia madre non accetterà mai più che scelte e azioni degli altri sanciscano ciò che le è permesso fare e vivrà con sfrontatezza. Sarà questo, più di qualunque altra cosa, a renderla così odiata da tutti tanto da spingerla ad andarsene dove nessuno la conosce per poter essere libera. Mio padre tornerà a vivere con la sua famiglia, giustificato dalla fama che mia madre avrà sulla bocca di tutti.
Io invece rimarrò con i nonni, le uniche persone per cui amarmi non significherà sentirsi incatenati o in colpa. Nessuno in paese mi permetterà di dimenticare che sono la figlia della donnaccia che si è fatta ingravidare dal figlio del padrone per avere i suoi soldi, che amava tutti gli uomini tranne il suo, che ha abbandonato una bambina per andarsene a vivere in città. Agli altri bambini verrà proibito di giocare con me, sarò il mezzo tramite il quale la piccola società in cui vivo impartirà gli insegnamenti morali alla sua comunità.
La pellicola densa e viscosa che ricopriva solamente l’interno della mia bocca si è già espansa fino alla mia gola; scenderà lungo l’esofago e infine ricoprirà tutto ciò di cui sono fatta inquinando ogni sapore, ogni pensiero. Primo tra tutti il pensiero di mia madre che, conosciuta solo attraverso i racconti che di lei mi faranno gli altri, finirà per avere lo stesso sapore rancido e avariato scoperto il giorno del suo matrimonio.
Faccio il mio primo respiro.

6 commenti su “Prima di nascere”

  1. Che tristezza quando la prepotenza calpesta i sentimenti e distrugge una vita dopo l’altra.
    Sentirsi amati è il sostegno che ci aiuta a superare le difficoltà in cui ci troviamo!
    Scoprire che, al di là dell’umanità crudele, c’è l’Amore di Dio per ciascuno di noi ci salva.
    In qualsiasi epoca e situazione, pensare agli innocenti che vivono l’inferno, porta dolore a chi ha ancora una coscienza e amore per il prossimo.

  2. Un racconto davvero intenso e potente. Mi ha colpito moltissimo il modo in cui riesci a trasformare l’odio, il rancore e la solitudine in sensazioni quasi fisiche, attraverso i sapori e le percezioni della bambina. È una storia dolorosa, ma scritta con una voce molto originale. E quel finale, così semplice e netto, lascia il segno.
    Brava Sarah!!

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