Siamo di fronte a una patologia dell’informazione: la pretesa di ricolorare di nero il passato mediterraneo. È una distorsione più insidiosa dei vecchi colossal anni ’50, dove i tratti somatici palesemente yankee dei protagonisti erano un artificio ingenuo. Qui l’intento è ideologico: si cambiano i connotati a Cleopatra, macedone endogamica, e si appiattisce la Galilea su un registro monocromatico e monocorde.
Se non che le fonti — dalla letteratura all’archeologia — puntano tutte verso la varietà. Nel Levante del I secolo, Davide ed Esaù sono descritti come “rossicci”, tratti che Gesù eredita per via genealogica. Nelle Lamentazioni i giovani sono “splendenti d’oro” e il Cantico celebra chiome dorate. La verità è che il mondo antico non si divideva per linee cromatiche: la linea di demarcazione era tra liberi e schiavi, cittadini e barbari. Il fenotipo era un dettaglio.
I Greci offrono una palette sorprendente: Achille e Menelao biondi, Atena con gli occhi cerulei, Alessandro Magno biondo-ramato. E l’elogio di Alceo dei “capelli di viola” di Saffo non avrebbe avuto senso se i capelli corvini fossero stati così scontati. A Roma, tra le élite giulio-claudie bionde o ramate e la massa di schiavi traci, galli e germani, la mescolanza era la struttura stessa della società. Una realtà che produceva costantemente prole meticcia nelle case romane, rendendo impossibile, oltre che insignificante, ogni catalogazione rigida.
In questo scenario, la tesi di Alessandro Barbero su RaiStoria — secondo cui i capi dei Celti Insubri si tingevano i capelli di nero per somigliare ai Romani e ingraziarseli — è pura invenzione. Le fonti dicono l’esatto opposto: i Celti usavano la calce per schiarire le chiome e indurirle in criniere verticali per sembrare giganti e terrorizzare i nemici.
Dalla mitologia alla storia, l’arte e le testimonianze archeologiche ci restituiscono un’immagine assai “chiara” di quel mondo: tutto il contrario di un monolito nero.

Fandonie Pelle e capelli Umanità antica

Lo scempio ideologico degli aspiranti storici televisivi
Manca la risposta del prof.Barbero alle questioni poste dall’autrice.
Mi pare molto piu verosimile la tesi di Margherita di quella di Barbero.