Alle fronde dei salici.
“E come potevamo noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
Fra i morti abbandonati nelle piazze
Sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
D’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
Della madre che andava incontro al figlio
Crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
Anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento”.
Il commento di Franca Quatrini – Questa famosa poesia di Salvatore Quasimodo è la sintesi del dolore che tutte le guerre procurano, devastanti, alle popolazioni afflitte sotto un violento intervento straniero. Indesiderato intervento che porta morte, fame, miseria, distruzione.
Quasimodo è poeta ed è costretto davanti allo scempio nazista ad abbandonare la sua arte, posare la cetra, appenderla ai salici piangenti come se fosse impiccata insieme ai ragazzi appesi ai pali del telegrafo.
La scelta simbolica del salice indica quale rinuncia attua il poeta che in genere canta, descrive, esprime, opere d’arte. Rinuncia al proprio mestiere di scrivere, come voto, religiosamente, per la risoluzione del conflitto, della barbarie.
Come si può scrivere, cantare, poetare con l’oppressore addosso, che ogni giorno uccide, affama, distrugge?
Il piede straniero è posto con violenza sopra il cuore, lo blocca, lo sopraffà, toglie le emozioni, annienta il suo battito vitale.
Non si può vivere, non si può produrre.
Lo scenario di morte, i corpi abbandonati sul ghiaccio duro della strada, la madre rimasta viva che come la Madonna corre incontro al figlio appeso sul palo del telegrafo, su una croce come Cristo, come tanti martiri del potere. Che come Cristo muoiono sacrificati in nome di una rivoluzione del pensiero e della storia impossibile.
Gli agnelli che gemono sono i bambini sacrificati su un’ara blasfema.
Digiuni, esanimi nella loro terra distrutta, coi padri che muoiono per procurare un po’ di cibo.
L’impianto religioso di questo testo rende sacro il martirio ingiusto, l’idea del sacrificio .
Ma contemporaneizza però gli eventi dal passato più remoto al presente di ogni tempo di guerra, di falcidie, di demente uso della forza.
La croce dei tempi della Palestina biblica diventa con un sottile enjambement il palo del telegrafo dei giorni nostri, diventa il patibolo quotidiano di che è condannato senza colpa.
Poesia dunque senza tempo e nel tempo.
Quasimodo allarga il metro e lo inonda di dolore. Non può fare poesia, perché ha dovuto impiccare quasi la sua cetra di cantore. Il poeta spegne la sua lampada e si immerge nel duro mestiere di vivere, più prosastico, come diceva Pavese.

