Questo_uccidera_quello

Questo ucciderà quello

Negli ultimi tempi ci siamo  occupati con particolare frequenza di “Intelligenza artificiale” soprattutto con articoli di Sandro Petruccioli e di Roberto Calvino; articoli a nostro giudizio molto importanti e stimolanti. I nostri due collaboratori non si conoscono se non – forse – leggendo i loro reciproci scritti che appaiono qui. Noi siamo colpiti dal fatto che, pur utilizzando strumenti culturali diversi, le loro analisi tendono a convergere; come risulta con evidenza da questi ultimi due scritti che pubblichiamo in sequenza (La redazione)

Nel capitolo più visionario di Notre-Dame de Paris, Victor Hugo scrive che il libro ucciderà l’edificio. Le lettere di pietra di Orfeo cederanno il posto alle lettere di piombo di Gutenberg. Hugo intendeva dire che la stampa non avrebbe distrutto l’architettura come materia, ma che le avrebbe sottratto la funzione di testo collettivo, di memoria condivisa scolpita nel corpo delle cattedrali. Ogni nuovo medium non si limita a trasmettere il sapere, ne ristruttura la forma, e con essa il pensiero che lo indaga.
Con l’avvento del digitale, le lettere di piombo si smaterializzano. La scrittura non è scomparsa, ma ha perso la sua centralità esclusiva nella trasmissione del sapere, entrando in un ecosistema in cui immagini, suoni e interazioni co-producono il senso in una crescente ibridazione. I computer, internet, la diffusione dei media audiovisivi hanno accentuato il ruolo dell’immagine, comprimendo almeno in parte il ruolo della scrittura.
Oggi l’intelligenza artificiale introduce una nuova torsione: le lettere dell’alfabeto tornano centrali, ma all’interno di un regime profondamente mutato. I modelli attuali di intelligenza artificiale sono sotto gli occhi di tutti, interagiscono con noi attraverso la scrittura. Non più soltanto come strumenti di espressione umana, ma come elementi di calcolo, unità minime di processi probabilistici. Non attingono a un sapere umano nel senso pieno del termine, ma a tracce linguistiche che ne riflettono porzioni e regolarità. Nel momento in cui interagiamo con un prompt, non assistiamo alla nascita di un pensiero, ma alla sua simulazione algoritmica: una dinamica autonoma del senso che emerge senza bisogno di un pensatore.
L’AI cambia in continuazione, ricalibra le probabilità, ridefinisce le associazioni tra segni. Il rischio è che iniziamo a considerare sensato ciò che è statisticamente probabile, il senso statistico, appiattendo i guizzi creativi e l’anomalo che non rientrano nel database. Se questi sistemi producessero testi incomprensibili non li prenderemmo in considerazione. Ma quando i testi risultano comprensibili, pertinenti, persino toccanti, pur non essendo stati pensati da una coscienza, finiscono per incrementare la fiducia che riponiamo nell’AI. Funzionano come senso senza essere stati voluti come tale, e spesso non ce ne accorgiamo.
In questo scenario il senso statistico finisce per interagire spesso, per molti argomenti, con il senso comune. Ma il senso comune non è la saggezza collettiva che il nome suggerisce. Per Gramsci “il senso comune è il folklore del pensiero, stratificazione acritica di concezioni del mondo eterogenee e spesso contraddittorie, ereditate passivamente, terreno su cui si esercita l’egemonia culturale. Non è la voce del popolo, è la voce di chi ha già vinto, sedimentata nel tempo fino a sembrare naturale”.
Il senso statistico ne è, strutturalmente, l’erede più sofisticato e invisibile: svolge una funzione sociale analoga, riprodurre e legittimare le regolarità dominanti, ma lo fa con l’apparenza della neutralità scientifica. Normalizza. Ciò che serve non è il senso comune né il calcolo algoritmico, è il senso critico. È esattamente quella capacità che rischia di atrofizzarsi nel silenzioso adattamento a ciò che la macchina considera probabile.
Hugo aveva ragione. Questo uccide quello: lo ridefinisce, lo decentra, lo costringe a riorganizzarsi. Le lettere di pietra non sono scomparse con la stampa. Quelle di piombo non sono scomparse con il digitale. Le lettere generate dai sistemi di intelligenza artificiale non sostituiranno la scrittura umana. Convivranno con essa. E proprio in questa convivenza si apre una triangolazione tra senso comune, senso statistico e senso critico. Non una successione, ma un equilibrio instabile in cui si decide, di volta in volta, che cosa consideriamo davvero sensato.

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1 commento su “Questo ucciderà quello”

  1. In Notre-Dame de Paris, Victor Hugo scrive che le lettere di piombo di Gutenberg uccideranno le lettere di pietra di Orfeo. Ma non spiega perché le lettere di pietra siano di Orfeo. Forse uno dei motivi potrebbe essere che il lettore dell’Ottocento conoscesse i miti greci e latini meglio dei lettori odierni e quindi reputasse inutile spiegarlo. Hugo si riferiva più che alla vicenda di Orfeo ed Euridice alla capacità di Orfeo di suonare con la lira in modo così sublime che le pietre, gli alberi, le bestie feroci, si muovevano per andarlo ad ascoltare. Hugo usa questo mito come metafora, per dire che l’architetto medievale era un erede di Orfeo, ordinava la materia grezza, la pietra, secondo un principio armonico, così come Orfeo faceva con le note musicali suonando melodie meravigliose. Le pietre ordinate in questo modo comunicavano; La cattedrale era un linguaggio visivo che “parlava” a chi non sapeva leggere. Se Orfeo incantava le pietre con lo sforzo del suo genio e del suo dolore, oggi è l’uomo a restare incantato davanti alla velocità e alla risposta del proprio prompt. Ma Orfeo era un uomo in carne e ossa e la sua sensibilità e abilità le aveva sviluppate vivendo nella mondo reale. Le lettere che rispondono al nostro prompt si allineano con un ritmo e una velocità sorprendente in modo spesso armonico e seducente, ma da dove vengono? dove hanno vissuto? Meglio interrogarle con attenzione se non vogliamo ritrovarci in una situazione paradossale in cui noi siamo le pietre e AI è Orfeo.

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