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Racconti

Quirinale in controluce, Le cinque dimissioni

CLAUDIO PETRUCCIOLI
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Uno dei tanti capolavori del grande Altan

Su undici Presidenti della Repubblica, cinque (comprendendo Napolitano) hanno fatto ricorso alle dimissioni; escludo le dimissioni “di cortesia”, anticipi di qualche giorno cui si ricorre (Ciampi, lo stesso Napolitano) per rendere fluido il passaggio da un presidente all’altro. Cinque su undici non sono pochi. Le dimissioni di De Nicola furono diverse da quelle degli altri perché dettero luogo ad una rielezione. Tutte le altre chiudono il periodo presidenziale.

Una curiosità statistica: due sole città italiane hanno espresso più di un Presidente. Sono Napoli con tre (De Nicola, Leone, Napolitano) e Sassari con due (Segni e Cossiga). Tutti loro (e nessun altro) si sono dimessi. Roba da “Cabala”? o da “Smorfia”?

Scherzi a parte, le dimissioni “conclusive”, sono del tutto differenti una dall’altra. Quelle di Segni furono conseguenza di un malanno. Le dimissioni di Leone furono, invece, provocate da ragioni strettamente politiche. Ci fu una virulenta campagna che mirava a coinvolgerlo nella vicenda del cosiddetto “scandalo Lockheed”. Il sospetto era infondato, ma nel giugno del 1978 la situazione italiana era carica di tensioni e di veleni; il 15, Leone anche a seguito di esplicite richieste, si dimise. Il mandato ordinario sarebbe scaduto sei mesi dopo.

Francesco Cossiga si dimise il 28 aprile del 1992, 23 giorni dopo le elezioni politiche. Abbreviò il suo mandato di 66 giorni. Evitò in tal modo, di essere coinvolto nel cosiddetto “ingorgo istituzionale”, che si verifica quando una nuova legislatura agli obblighi usuali deve aggiungere quello di eleggere un nuovo Capo dello Stato. Qualcuno insinuò che lo abbia fatto sperando anche lui in una rielezione; ma non ci sono indizi che autorizzino simile lettura.

Senza considerare gli inizi del 1948, quando la coincidenza era inevitabile, quello del 1992 fu il primo “ingorgo istituzionale” nella storia della Repubblica. Il secondo si è verificato nel 2006, quando la esigua maggioranza uscita dalle urne, non sufficiente per tenere in piedi il governo, riuscì – però – ad eleggere da sola il Capo dello Stato. Il terzo “ingorgo” è del 2013 e, per uscirne, è stato necessario ricorrere alla rielezione – senza precedenti – del Presidente uscente. Il settennato di Napolitano è cominciato e finito con un “ingorgo”.

Le dimissioni di Segni, Leone, Cossiga sono state, a vario titolo, “imprevisti”; nel caso di Napolitano l’ ”imprevisto” si verificò con la rielezione. Dopo due anni di “assestamento” le dimissioni annunciate dovrebbero, adesso, aprire la strada al “ritorno alla normalità”. Lo ha detto lo stesso Presidente nel messaggio di fine anno; e così si spera. Le certezze sono, però, fuori luogo; perché il Parlamento è sempre lo stesso e le turbolenze dentro i partiti non sono scemate.

Due dati di fatto, però, danno fondamento alla speranza. Il primo è l’azione tenace coerente ed esplicita messa in atto da Napolitano, per decongestionare il clima politico e istituzionale del Paese. Il secondo è che nel 2013 non c’era un governo né una maggioranza e sembrava impossibile mettere insieme l’uno e l’altra. Negli scrutini per la elezione del Presidente si scaricavano, così, le diffidenze, i timori, le incertezze in cui tutti si dibattevano.

Oggi un governo e una maggioranza ci sono; c’è chi vuole liquidarli ma anche chi è deciso a difenderli. Non sarà facile; ma non sarà neppure il remake di due anni fa. Del resto, mai l’elezione – o le dimissioni, non rare – di un Presidente sono la ripetizione di un qualche precedente.

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CLAUDIO PETRUCCIOLI

Nella vita ho fatto molte cose, ho avuto esperienze diverse, ho conosciuto tantissime persone; alla mia età (sono nato nel 1941) possono dirlo più o meno tutti. Mi piacciono molto le esplorazioni di luoghi poco frequentati perché i più preferiscono evitarli Ci sono stati momenti in cui sono stato “famoso”. Ad esempio nel 1971 quando a L’Aquila ci furono moti per il capoluogo durante i quali furono devastate le sedi dei partiti, compresa quella del Pci, di cui io ero segretario regionale. Ma, soprattutto, nel 1982 per il cosiddetto “caso Cirillo”, quando l’Unità pubblicò notizie sulle trattative fra Dc, camorra e servizi segreti per la liberazione dell’esponente campano dello scudo crociato sequestrato dalle BR. Io ero il direttore de l’Unità e mi dimisi perché usammo un documento “falso”; che, però, diceva cose che si sono dimostrate, poi, in gran parte vere. Sono stato in Parlamento e nella Segreteria del Pci al momento in cui cadde il Muro di Berlino, e anche Presidente della Rai. Con queste funzioni sono stato “noto” ma non “famoso”. La fama te la danno i media. Io, durante il caso Cirillo, ho avuto l’onore di una apertura su tutta la prima pagina de La Repubblica: “Petruccioli si è dimesso”. Quanti altri possono esibire un trattamento del genere? PS = Una parte di queste avventure le ho raccontate in “Rendiconto” (Il Saggiatore) e “L’Aquila 1971” (Rubbettino)

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