Racconto fantastico (Eine fantastische geschichte)

Da casa al piccolo parcheggio di scambio sotto il Monte Petz vi erano pochi colpi di pedale della mia bicicletta. Poi occorreva prendere la funicolare verso la Stazione di Base, Prössliner, e dopo un altro quarto d’ora circa a piedi, il luogo di lavoro mi accoglieva. Da quando la pianura era divenuta un inferno di calore e smog, uomini e animali avevano cercato rifugio sulle montagne, lungo tutto l’arco alpino. Noi eravamo approdati sulle Dolomiti, all’Alpe di Siusi. Vivevamo in un quartiere denso di viuzze strette e basse case di legno, sullo Sciliar, Schlern, a 2500 metri, dove un tempo pascolavano le mucche.
La sera, dopo giornate dense di fatica, mi piaceva fermarmi al Caffè Monte Petz. Seduto sulla terrazza panoramica a rimirare le luci della popolosa città di Seiser Alm che brillavano fino a ridosso del Sassolungo, sovrastate dalla sua ancora scura presenza. In realtà potevo permettermi solo pochi attimi in quel luogo: a casa mi attendevano mio padre, ultranovantenne, e mio figlio di dieci anni. Lui non parlava più. Da quel giorno.
Una storia amara, prova che l’uomo non impara mai. Avevano costruito case sui fianchi della montagna senza criterio, ignorando la stabilità del terreno. E una di quelle, ancora in cantiere, crollò. Un torrente di pietre e detriti travolse la strada. Mia moglie guidava, nostro figlio accanto. Lei non tornò. Lui, miracolosamente, si salvò con poche ferite. Ma da allora un silenzio soffocante gli serrava la gola. Nei suoi occhi, una domanda muta: Perché? Io non ero riuscito mai a preparare una risposta convincente, né per lui né per me. Nonostante tutto questo, la nostra vita procedeva semplice e tranquilla, come tanti in situazioni analoghe.
Quella sera d’autunno sembrava uguale alle altre. Dopo cena, mio padre si era ritirato sulla sua poltrona, il giornale aperto tra le mani. Io, rigovernate le stoviglie, lo raggiunsi in salotto. Lo osservavo scuotere il capo, contrariato da una qualche lettura. Poi, alzando lo sguardo, sbottò:
— Ormai non si può più vivere sotto i duemila metri!
— Non è del tutto vero, papà — risposi — Ci sono persone che vivono a 1500 metri, e alcuni medici dicono che a mille si può ancora abitare.
— E secondo te quelli che “vivono” a mille metri ci arrivano alla mia età?
— No, non credo proprio.
— Ecco, quindi ho ragione! — fece un gesto brusco — Io ho sempre vissuto a duemila metri, ma allora era una scelta. Oggi è un obbligo imposto da un’umanità scellerata che ha ammalato la terra! Viviamo come naufraghi dell’alta quota! Siamo già sulla cima dell’albero maestro… dove andremo? Dove andrete … dopo? — la voce si fece rovente — E continuano peggio di prima! Se avessero costruito con discernimento, se avessero lasciato il Touristenweg com’era, invece di trasformarlo in una superstrada, oggi tua moglie sarebbe viva, tuo figlio parlerebbe!
— Papà, non così — abbassai il tono — Non davanti a lui.
Socchiuse gli occhi, il petto ansimante, le emozioni in tumulto. Poi, riaprendoli lentamente, riprese con voce grave:
— Ieri ho visto una coppia di aquile volteggiare sopra Rosszähne. Anni che non vedevo uno spettacolo simile. Quello è un luogo ancora buono. Ricordati: tra l’Alpe di Tires e noi c’è l’ultimo sentiero che non possono toccare.
Era vero. Dopo la tragedia, lì non avevano costruito più nulla.
— Mi dicono che ci siano ancora marmotte — continuò — Devi portarlo laggiù. Solo i silenzi delle montagne possono guarire il suo mutismo. Promettimi che lo farai! Devi promettermelo!
Il volto gli si accese di rosso, il corpo contratto dall’agitazione. Mi chinai, gli accarezzai i capelli:
— Tranquillo, papà. Così non aiuti nessuno. Sai che l’ho portato da tutti gli specialisti possibili. E sono vent’anni che non ci sono più marmotte sull’Alpe. Non illudiamoci. Non illudiamolo.
Alla fine, si assopì. Un sorriso tra il gioioso e il beffardo gli fiorì sul volto. Dormi, sogna pure, papà, cullati nel tuo passato mio dolce bambino, fatto di vagabondaggi senza meta per le montagne e di silenzi alpini. Lascia a noi questo presente incerto, questo futuro di poche speranze. Gli aggiustai alla meglio la copertina che aveva sulle ginocchia e mi diressi verso mio figlio, che giaceva immoto sul divano, lo sguardo rivolto al soffitto.
— Ehi, vecchio mio, vieni con me. —
Lo presi per mano, lo condussi alla finestra. La spalancai: l’aria fresca della notte irruppe nella stanza. Con un braccio gli cinsi le spalle, l’altro teso verso l’oscurità.
— Ti immagini questo? — gli sussurrai — Ti immagini questo coperto d’erba?

Come vorresti proseguisse il racconto e con quale finale?  Puoi completarlo qui sotto nei commenti; “com’ei ti ditta dentro”. Un esperimento di scrittura collettiva. 

1 commento su “Racconto fantastico (Eine fantastische geschichte)”

  1. Giovanna Nuvoletti

    bello – triste. Non saprei come farlo finire. Mi sembra impossibile che gli uomini abbiano il potere di far fare marcia indietro al cambiamento climatico.
    La gente starà male. Diminuirà la popolazione mondiale.
    I tecnonazimiliardari staranno nei loro luoghi tecnonazirinfrescati, serviti da schiavi, schiave, robot e tanta tanta intelligenza artificiale – pompata questa da tanto tanto petrolio..

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