Romanzo d’appendice – 13

I’LL BE BACK

“Scusa Gualtiero, io ho un dubbio. Un dubbio che devo risolvere perché sennò qui non si va avanti.”
“Dimmi.”
“Ecco. Non ti pare che questa cosa clamorosa, che i quattro Beatles si ritrovano tutti insieme, a parlare, a discutere come se niente fosse… insomma John e George sono morti e nessuno resta a bocca aperta? Io ho le idee un po’ confuse, so’ sincero. Tanto per dire, John, nel film, lo rappresentiamo all’età che avrebbe oggi o come era quando gli hanno sparato? E lo stesso vale per George. Tu già lo so che mi rispondi “Nothing is real”, e va bene. Ma io non riesco a entrarci.
“Fregatene.”
“Ah bè.”

Flash back – Liverpool, esterno giorno, 1947.
Julia tiene per mano un bambino di sei anni, lo lascia a casa di un’altra donna, dall’aspetto austero. La donna è Mimi, sorella di Julia. Dice a Julia che ha fatto la cosa più giusta per tutti. Vediamo Julia suonare il banjo in un pub fumoso e allegro, pieno di uomini.

Sussex, iperrealtà, interno sera.
Paul è appartato con Julia, la sta salutando. La mdp si sposta su Epstein e Martin che rientrano in sala, Julia non si vedrà più.

“ Certo che…”
“Cosa?”
“No pensavo, la storia di Lennon, la madre, zia Mimi, il padre che nessuno ne sa niente, agghiacciante.”
“Non se ne sa niente lo dici tu.”
“Ecco.”
“Alfred era un bel soggettone, ha una storia che conoscono in pochi, è un personaggio ancora oggi piuttosto controverso. Stavo appunto per farti leggere poche righe che pensavo di inserire nella sceneggiatura”

Nel salone appare un nuovo personaggio. Un uomo basso, anziano ma non troppo, con l’aria di quello che ne ha viste di tutti i colori senza perdere il buonumore. John lo fissa per un attimo, il suo sguardo è perso nel vuoto. “Ciao, figliolo”. Dopo alcuni secondi di assoluto silenzio, Lennon jr. replica “Come dovrei chiamarti? Freddy? Alf? O magari papà? Dimmelo tu. Come ti chiamano i tuoi figli? Come ti chiamano Robin e David? E Pauline, come sta tua moglie Pauline?” Un ultimo, lungo sguardo tra i due, Alfred Lennon lascia il grande salone senza più aggiungere niente.

“Questo è proprio buono. Ti faccio i miei complimenti in forma ufficiale, perché sono quasi commosso. Però mi viene da farti una domanda. I tuoi sono vivi? Che rapporti hai con loro? Io per esempio mia madre l’ho persa a ventun’anni. Mio padre è vivo ma non è che ci sentiamo spesso. Ora che ci penso anzi, direi mai”.
“E manco io. I miei li vedo sì e no a Natale. Io, noi, i Berardi dico, conviviamo con un fantasma. Mia sorella era la persona più bella, dolce, intelligente e adorabile che abbia mai conosciuto, e non c’è più semplicemente perché uno stronzo ubriaco non ha rispettato uno stop. Capirai che non ne parli volentieri, anzi non ne parli affatto.
Preferisco raccontarti un’altra cosa, invece. Sono un buon conoscitore della storia dei Beatles, in effetti, ma da un paio di mesi ho una marcia in più, sull’argomento. C’è una persona, una donna che ho conosciuto su internet, che mi lascia a bocca aperta. Le cose che dice, anzi, che le scappano dette, sui Beatles, non si trovano su
nessuno degli ottocentosettantasei libri che parlano di loro.”
“Sono ottocentosettantasei?”
“No, ho buttato un numero a caso.” (Continua)

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7 commenti su “Romanzo d’appendice – 13”

  1. Daniela Agostini

    La comparsa di madre e poi padre di John fa pensare ai propri genitori…Ma allora è vero che lo scrittore scrive sempre la sua storia…

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