RUN FOR YOUR LIFE
God Jeff si muove nel maleodorante sottobosco artistico romano come un ghepardo nella savana, un procione costantemente in cerca di picnic da funestare, all’occorrenza anche come un alligatore nelle Everglades.
Ricordate gli insopportabili vitelloni stazionanti al bar S.Calisto? Sono ancora lì a cazzeggiare.
Ma gli altri, quella manica di idioti, non se ne sono proprio accorti della botta di adrenalina che gli è arrivata tra capo e collo vedendo quella finestra aperta dopo cinquant’anni. Lui, invece, è ringiovanito di colpo. Eccolo salire, liquidati in fretta gli imbecilli, le antiche scale, ora tirate al lucido e brilluccicanti di targhette di ottone con cognomi doppi, spesso altisonanti. Eccolo riprendere fiato sul pianerottolo del quinto piano, l’ultimo.
Che fare adesso? Chi sarà quel tizio che innaffiava?
Non è il tempo delle domande, è il tempo di agire. Lo sa, God Jeff, che nel frattempo se n’è andato mezzo secolo e che l’appartamento potrebbe essere passato di mano in mano chissà quante volte. Ma nel profondo una vocina gli dice che non è così. E alle vocine, in genere, è meglio dar retta.
Proprio mentre sta per suonare il campanello, la porta si apre.
“Ehm. Signore mi scusi, il mio nome è Go…Goracci, Guido Goracci. La figura che sta ora scrupolosamente richiudendo le varie serrature, reagisce con assoluta noncuranza. Indossa stivaloni e una tuta di cotone verde, e ora fissa Jeff con aria vagamente interrogativa, mentre bofonchia: “Io… conosco la signora, mi ha capito? Almeno… la proprietaria di tanti anni fa. Tanti, proprio tanti. Ecco, non so se è ancora la proprietaria, a dire il vero. Ma siccome è la prima volta che vedo qualcuno sul terrazzo… non che io stia a controllare tutti i giorni il terrazzo eh? Insomma, lei sa se la signora è a Roma?”
“Che sta a dì scusi?”
Jeff è affranto. Il tizio è venuto a dare acqua alle piante, non sa una beata minchia della casa, del terrazzo, di Trastevere e tantomeno della proprietaria, è evidente.
“No, niente, era solo per curiosità, sono un amico della signora, che forse però vabbè, scusi, niente, niente.
“ Io so solo che aa signora ariva ‘nsettimana, daamerica. Coi colleghi cianno dato du’ ggiorni soli pe’ rimette tutto a posto, li mortacci loro.”
Jeff s’illumina, rinfrancato come un bambino che ha appena ritrovato il pacchetto di bruscolini che credeva scivolato via da un buco della tasca.
Due minuti dopo è a cavallo dello scooterone, direzione piazza del Popolo. Superato il tradizionale ingorgo del lungotevere prima dell’Ara Pacis, brucia una mezza dozzina di semafori ed eccolo parcheggiare davanti al portone numero 33 di via Margutta, reso celebre da decine di film.
“Gustafsson Communication”, c’è scritto sul citofono.
Risponde Livia, direttamente.
Livia Gustafsson non ama i filtri, le segreterie, i trucchi italiani da mezze calzette.
“Ciao Jeff. Sali, sali, che sorpresa.”
Jeff trasalisce per un attimo, fa un lungo respiro. Poi affronta deciso l’antica scalinata, attraversa cortili ed altane pittoresche, ingombre di piante lussureggianti e disordinate, raggiunge l’ultimo portone dove una bella donna dallo sguardo sicuro, appena venato da un’ombra di malinconia, lo sta aspettando sulla porta socchiusa. (Continua)
Ricordate gli insopportabili vitelloni stazionanti al bar S.Calisto? Sono ancora lì a cazzeggiare.
Ma gli altri, quella manica di idioti, non se ne sono proprio accorti della botta di adrenalina che gli è arrivata tra capo e collo vedendo quella finestra aperta dopo cinquant’anni. Lui, invece, è ringiovanito di colpo. Eccolo salire, liquidati in fretta gli imbecilli, le antiche scale, ora tirate al lucido e brilluccicanti di targhette di ottone con cognomi doppi, spesso altisonanti. Eccolo riprendere fiato sul pianerottolo del quinto piano, l’ultimo.
Che fare adesso? Chi sarà quel tizio che innaffiava?
Non è il tempo delle domande, è il tempo di agire. Lo sa, God Jeff, che nel frattempo se n’è andato mezzo secolo e che l’appartamento potrebbe essere passato di mano in mano chissà quante volte. Ma nel profondo una vocina gli dice che non è così. E alle vocine, in genere, è meglio dar retta.
Proprio mentre sta per suonare il campanello, la porta si apre.
“Ehm. Signore mi scusi, il mio nome è Go…Goracci, Guido Goracci. La figura che sta ora scrupolosamente richiudendo le varie serrature, reagisce con assoluta noncuranza. Indossa stivaloni e una tuta di cotone verde, e ora fissa Jeff con aria vagamente interrogativa, mentre bofonchia: “Io… conosco la signora, mi ha capito? Almeno… la proprietaria di tanti anni fa. Tanti, proprio tanti. Ecco, non so se è ancora la proprietaria, a dire il vero. Ma siccome è la prima volta che vedo qualcuno sul terrazzo… non che io stia a controllare tutti i giorni il terrazzo eh? Insomma, lei sa se la signora è a Roma?”
“Che sta a dì scusi?”
Jeff è affranto. Il tizio è venuto a dare acqua alle piante, non sa una beata minchia della casa, del terrazzo, di Trastevere e tantomeno della proprietaria, è evidente.
“No, niente, era solo per curiosità, sono un amico della signora, che forse però vabbè, scusi, niente, niente.
“ Io so solo che aa signora ariva ‘nsettimana, daamerica. Coi colleghi cianno dato du’ ggiorni soli pe’ rimette tutto a posto, li mortacci loro.”
Jeff s’illumina, rinfrancato come un bambino che ha appena ritrovato il pacchetto di bruscolini che credeva scivolato via da un buco della tasca.
Due minuti dopo è a cavallo dello scooterone, direzione piazza del Popolo. Superato il tradizionale ingorgo del lungotevere prima dell’Ara Pacis, brucia una mezza dozzina di semafori ed eccolo parcheggiare davanti al portone numero 33 di via Margutta, reso celebre da decine di film.
“Gustafsson Communication”, c’è scritto sul citofono.
Risponde Livia, direttamente.
Livia Gustafsson non ama i filtri, le segreterie, i trucchi italiani da mezze calzette.
“Ciao Jeff. Sali, sali, che sorpresa.”
Jeff trasalisce per un attimo, fa un lungo respiro. Poi affronta deciso l’antica scalinata, attraversa cortili ed altane pittoresche, ingombre di piante lussureggianti e disordinate, raggiunge l’ultimo portone dove una bella donna dallo sguardo sicuro, appena venato da un’ombra di malinconia, lo sta aspettando sulla porta socchiusa. (Continua)


Chi sarà la signora che sta per arrivare daamerica?
E Livia e Jef si conoscono!
Tante domande….
Si conoscono…