I SHOULD HAVE KNOWN BETTER
Livia e Jeff si conoscono da quando Livia è nata, ma dire che siano amici non descrive in modo esatto il rapporto che c’è tra loro. Li divide una linea sottile, quella che colloca da una parte i predestinati e dall’altra i combattenti.
Livia appartiene alla prima categoria quasi senza volerlo: non ha mai ricercato fama e gloria anzi, li ha
sempre evitati con cura. Jeff al contrario ha fatto dell’affermazione personale una ragione di vita, con enorme profusione di energia e senza arretrare davanti a nessun compromesso che potesse garantirgli il passaporto per il successo.
Come quella volta che Yoko Ono in persona sbarcò a Roma negli anni sessanta. L’enigmatica giapponese, già nota in tutto il mondo come artista di avanguardia, avrebbe incontrato John Lennon solo un anno dopo. Prima invece, col favore della dolce primavera italiana, si era tuffata anima e corpo nell’effervescente boheme romana del tempo. Della quale faceva parte un giovanotto di notevole prestanza fisica, un artista ancora neanche maggiorenne che bazzicava con pervicacia la fucina creativa della Capitale, all’epoca ribollente di talenti.
Aveva già strappato la carta d’identità che lo presentava come Diotallevi Rosario e si faceva chiamare, un po’
ingenuamente, Shadow. O per lo meno avrebbe voluto, perché il gruppo dei ‘’grandi’’ lo chiamava semplicemente “er pischelletto”.
Insomma il futuro God Jeff si dava da fare, e a concludere una serata a tu per tu con miss 小野 洋子, nel meraviglioso attico affacciato su S. Maria in Trastevere ci aveva pure fatto un pensierino.
Non successe niente, e il pischelletto, in ogni caso, sparì alla velocità della luce dalla vita di miss Ono, salvo mangiarsi unghie e mani fino ai gomiti seguendo, nel tempo, la carriera artistica e personale della futura signora Lennon.
Tutte queste cose erano riaffiorate nei meccanismi psicologici di Jeff, come a volte accade, alla semplice percezione di un dettaglio: una foto sul giornale, una musica inaspettata, una finestra che si riapre dopo mezzo secolo.
Va però detto che il nostro aveva anche motivi piu’ seri, in quel turbolento momento storico, per sottrarsi al richiamo dell’eccentrica sirena giapponese.
Un’altra donna, ben piu’ affascinante di lei, occupava, allora, la sfera emotiva del futuro God Jeff. E non solo: praticamente tutto il gruppo dei “grandi” considerava Ingrid Gustafsson la propria musa artistica ed erotica, ritenendosi ognuno, con ingenua maschile presunzione, il titolare esclusivo delle sue attenzioni sentimentali.
Lei invece, con nordica nonchalance, praticava il libero amore in modo puro, avulso da qualunque pregiudizio. Dava se stessa fisicamente ed intellettualmente con totale naturalezza, a chi di volta in volta accendeva la sua curiosità. Una curiosità che portò la bellissima Ingrid nel letto del pischelletto per due settimane di
ininterrotta passione. Due settimane che lasciarono un’eredità molto concreta nella vita dei due improbabili amanti.
Quell’eredità stava ora lì, in piedi, sorridente e tranquilla, completamente ignara del legame che la univa al suo vero padre biologico: Rosario Diotallevi, detto Shadow, detto er pischelletto, detto God Jeff. (Continua)
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