Romanzo d’appendice – 33

REAL LOVE

Al bar Consolini il trambusto è evidente e il nervosismo palpabile. Al primo debole sole i tavolini all’esterno già pullulano di sfaccendati di prestigio, i camerieri hanno i piedi gonfi e il proprietario saltella, sogghignando mellifluo, tra la cassa e i clienti più di riguardo.
La mostra di Yoko Ono è ormai alle porte, questione di una diecina di giorni.
Il fatto è, però, che la schiera è divisa da un’immaginaria linea, sottile ma spietata: da una parte gli artisti che hanno ricevuto un invito, dall’altra gli esclusi. Anzi, a essere precisi, c’è un’ulteriore suddivisione. Pochissimi tra gli artisti, praticamente solo God Jeff, hanno ricevuto sia l’invito a mettere in scena la loro performance, sia a partecipare alla grande festa Vip che si svolgerà nei saloni della meravigliosa Villa
Madama, sulle pendici di Monte Mario. Senza contare che le varie opere saranno collocate in ambienti diversi, dei quali il gruppo ha già stilato una classifica in ordine di allure e importanza.
God Jeff spadroneggia, incontrastato e adulatissimo, mentre tra gli altri serpeggia una guerra intestina fatta di sguardi in cagnesco, sorrisini e complimenti: regnano odio e ipocrisia, allo stato più puro.
Per giunta stasera circola tra i tavolini l’allampanata figura di Flavio Abete, ricercatissimo dai dannati dell’apericena. Ora si è accostato a God Jeff e mille orecchie appizzate apprendono in diretta che Abete ha intenzione di proporgli un intera puntata di “Telediscuti”. Un video di otto minuti che farà il giro del mondo internettiano, centrato sull’anziano ma significativo artista. Pare che l’ormai mitico God Jeff si esibirà in una clamorosa performance acrobatica, rigorosamente top secret, addirittura all’interno della controversa Nuvola di Fuksas, ma non è ancora detto. Sono voci.
Libonatti e Cogliani (il primo raggiante, invitato col suo “cortissimo” della durata di 5 secondi a una rassegna minore, il secondo, incazzato come una biscia in quanto escluso a tappeto da tutto, non si parlano ostentatamente. Ma pensano, rimuginano, congetturano. Ecco, grosso modo, i loro delicati pensieri incrociati:
“Stavolta ve l’ho piazzato nderposto, a tutti, brutti stronzi. Ma ndovà Cogliani, con quella faccia da pesce lesso che manco le fiction di Teleprocida. La giustizia è lenta ma implacabile, Alvaro va a comandare, cazzo!”
“Libonatti cineasta di prestigio, questa me mancava proprio. Cane di portata sesquipedale, nullità cosmica. Lo sapevo che sta mostra era una buffonata, sai che ti dico? Mejo stare alla larga, che i conti li facciamo dopo.”
Ulrico Bozzi ha strappato, in nome della lotta senza quartiere da tempo lanciata contro ogni forma di censura, il lasciapassare per la proiezione pubblica della sua più scandalosa produzione: una storia maledetta di degrado urbano ambientata nel mondo transgender che popola i bassifondi della capitale, con filmati dal vero colti da videocamere nascoste, autentici pugni nello stomaco del mondo benpensante.
Era ora. Era ora che qualcuno si accorgesse in che paese di merda viviamo, dove se uno propone mezza cosa che va contro Santa Romana Chiesa lo segano in tre secondi netti. “Cazzi amari” (il geniale titolo, ndr) sfonda, me lo sento. E Bozzi prende il volo. Era oraaaa.”
Saturnia sprizza felicità per l’invito a mettere in scena la sua opera cyberotica astrale “Sesso dallo spazio profondo” mentre Gianni Pistolesi, altro trombato senza appello, marca strettissimo God Jeff nella speranza che sbuchi fuori una wild card per lui all’ultimo momento.
“Ma guarda se mi tocca andare appresso come un barboncino a sto pallone gonfiato, raccomandato demmerda. Roba che Pistolesi Gianni ha fatto la storia del cinema di serie B, come lo chiamavano prima di Tarantino. Ecco, se veniva Quentin allora sì.
God Jeff. Ma vaffanculo, và.”
Chi sembra poco toccato dall’atmosfera mefitica che aleggia, come un nembo denso di pioggia acida, sul consesso intellettuale riunito con la compattezza delle grandissime occasioni, è Lucianino il pittore. Continua a tracciare segni sui fogli che porta sempre disordinatamente con sé, ignorando beatamente le battaglie intestine (sic) in atto. Ha già deciso che piazzerà un banchetto davanti all’ingresso del MAXXI, il museo principale della mostra, e forse sarà l’unico a fare qualche affare concreto.
Un brusìo impercettibile accoglie l’arrivo, in impeccabile blazer blu, di Massimo Sbrodoli, incontinente numero uno della critica globale, indimenticato organizzatore a gettone di epocali risse televisive. E’ in compagnia di un altro idolo delle folle in pantofole, l’inguardabile tuttologo Piercarlo Mugugni, inguainato in una precoce sahariana guarnita da un enorme sciarpa-foulard multicolore. I due gesticolano e discutono rigorosamente tra loro, rivolgendo fuggevoli e svogliati sorrisi di circostanza a chi rivolge loro un saluto gonfio di rispetto e ammirazione.
Rita Rossini, inossidabile soubrette ex fidanzata d’Italia, inchiodata al primo tavolino a destra da almeno trent’anni, sorride sventolando garrula il suo invito col solito gruppetto di colleghe, eternamente indecise tra l’invidia e un’antica e quasi sincera amicizia. A pochi centimetri di distanza, spettrale, la considerevole presenza fisica di Michela Mortini, la nazivegana ormai bandita da una buona metà dei ristoranti romani per la sua predisposizione ad aggredire a male parole commensali e semplici avventori nel momento in cui addentano, trasognati, una mozzarella di bufala. La sua espressione mesta non rende onore alla soddisfazione per l’insperato invito a mettere in scena, naturalmente nell’ex Mattatoio, il discusso numero in cui penzola nuda a testa in giù, appesa con una robusta corda a un gancio da macelleria, ricoperta da ettolitri di sangue autentico.
Edgardo Besozzi, il Piranha della critica, tace, inalberando come sempre il suo sorriso, stavolta più perfido e beffardo che mai. Lui ci sarà, dappertutto, in nome della libertà di informazione, assoluta e senza limite alcuno. (Continua)

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