Romanzo d’appendice – 36

A HARD DAY’S NIGHT

Villa Madama non era nuova a certi eventi. Anzi, ne è sempre stata, a Roma, il teatro ideale, immersa com’ è in un parco mollemente adagiato sulle pendici di Monte Mario, con vista incomparabile e ampio parcheggio.
Dalla sua postazione al riparo del banano, Curzio era strisciato pian piano, risalendo il pendio fino quasi a raggiungere il giardino all’italiana antistante il maestoso edificio rinascimentale cui lavorarono ignari Raffaello, Sangallo e tutti i migliori architetti del Rinascimento. Col favore delle tenebre, occultato dalle siepi che disegnano un aggraziato labirinto proprio davanti alle immense vetrate d’ingresso, Curzio aveva tirato fuori dalla sua bisaccia il primo asso nella manica: una divisa da cameriere perfettamente identica a quella dei componenti lo staff del catering: giacca candida con collo alla coreana e bottoni dorati, indossata la quale si sentì James Bond all’inizio di “Thunderball”, quando emerge in muta da sub per poi sfoggiare a sorpresa lo smoking bianco con tanto di garofano.
Così abbigliato, non incontrò particolari difficoltà ad entrare nel salone principale.
All’interno, la festa era bella che avviata. Dieci grandi pianoforti a coda bianchi erano stati dislocati nei saloni, a disposizione degli invitati, e Sean Lennon stava già incantando la bella gente con una serie di celeberrime melodie composte da suo padre. Kyoko, un po’ confusa, dialogava in inglese con Sbrodoli e Gallino Piva, i due critici top, mentre drink e vettovaglie venivano consumati dalla selezionata platea al ritmo del fabbisogno medio mensile di un paese della costa africana occidentale.
God Jeff stazionava con aria tronfia, sorseggiando un cocktail nell’antisalone, forse per la prima volta libero dall’urgenza di mettersi in mostra. L’espressione del suo volto era però rilassata, quasi dolce, in particolare quando incrociava la sua Livia, instancabile padrona di casa. Solo all’amico Besozzi rivolgeva ogni tanto l’occhiata guappa dei vecchi tempi, tanto per non perdere l’abitudine.
A mezzanotte passata Lady Gaga non si era ancora vista, ma l’espressione che aleggiava sui volti del trio Susan-Livia-Maricla lasciava trasparire sicurezza e completo controllo della situazione.
L’esatto contrario poteva essere detto di Gualtiero, la cui condizione emotiva era al livello di guardia. L’incontro fissato via chat con Susan (“Alle 23.30 all’ingresso principale!”) era saltato causa indescrivibile confusione dovuta all’arrivo contemporaneo di Vip, Vippetti, Nip e fans comunque decisi ad entrare, più un gruppo di minacciosi No Tav armati di uova marce e picconi.
Vergognosissimo, in frac nero (preso a nolo con considerevole esborso), guardava attonito la multicolore piccola folla ridanciana, stringendo la copia rilegata in brossura del soggetto, finito e stampato a tempo di record. Quello che più gli faceva rabbia era guardare Zippo, apparentemente rilassato nei suoi jeans e giacca di tweed, senza cravatta ma con foulard etnico mollemente drappeggiato intorno al collo, motteggiare allegro e disteso con Maricla.
Verso l’una un brusio intenso segnalò all’intera assemblea che la carismatica regina della serata era arrivata. Lady Gaga fece il suo ingresso completamente nuda, salvo, se così si può dire, un’acconciatura azzurra alta non meno di ottanta centimetri e puntellata da grossi bigodini gialli e blu ottanio. Un look perfetto, ideale per sottolineare la bellezza torbida della diva, da ragazza della porta accanto improvvisamente uscita di testa ma di brutto.
Letteralmente mesmerizzati Sean, Kyoko, i vip nostrani, tutti si accendevano sigarette in silenzio o tracannavano robusti drink in solitaria, facendo finta di niente. In particolare gli stilisti afro-scandinavi Smith & Wesson, veri cultori del mito di Lady Stefani Joanne Angelina Germanotta in Gaga nonché smaniosi di diventarne i sacerdoti fashion, annotavano tutto su un mini tablet ammiccando e scambiandosi occhiate significative.
Era il momento atteso da Curzio.
Scivolando impalpabile tra la gente ipnotizzata, non faticò a identificare la sua spaesata vittima. Ci vollero meno di due secondi per trafugare il fascicolo, che Gualtiero aveva appoggiato su un pianoforte giusto il tempo di asciugarsi le mani sudate per la tensione, e farlo sparire sotto la giacca da cameriere.
Pochi istanti dopo l’infingardo era in una toilette a cambiarsi di nuovo, con la velocità di un Clark Kent quando c’è bisogno di Superman. Uscito dal locale di servizio in completo giacca e pantaloni rossi su camicia hawaiana, capelli sconvolti e un tot di vistosi anelli distribuiti sulle dita, era già accanto al pianoforte dove Sean Lennon abbozzava le ultime note di “Imagine”. Ormai in piena trance adrenalinica, porse il cinque a Sean, che ricambiò con un sorriso accondiscendente il gesto che Spuntarelli Curzio non si sarebbe mai aspettato di compiere in tutta la sua vita. Poi, avendo scorto Kyoko un po’ in disparte, le si avvicinò sorridendo con intenzione.
Stava vivendo la serata più straordinaria della sua vita e nessuno si sarebbe dovuto azzardare a rubargliela. (Continua)

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