Romanzo d’appendice – 38

IF I FELL

Ormai solo un irriducibile pianista si accaniva sulla tastiera, estraendone note degne più del Rick’s American Cafè di Casablanca che di un party selvaggio come quello appena archiviato.
Rimasti quasi da soli nel grande salone devastato dal baccanale, senza neanche l’aiuto del collante naturale che l’innata estroversione di Zippo e Maricla garantiva, Susan, Livia e Gualtiero si resero conto che in fondo, nonostante l’ambaradan della nottata e nonostante i precedenti virtuali accumulati, erano solo tre sconosciuti che si guardavano in faccia, perplessi.
Livia, come sempre la più saggia, decide di ricominciare da zero.
“ Gualtiero, io mi chiamo Livia Gustafsson e questa è la fantastica Susan Radcliffe, americana di Galway, promoter imbattibile e amica del cuore di Yoko.”
“…e scusate se è Yoko”
Non si sa bene come questa battuta fosse affiorata sulla bocca, solitamente avara di frizzi, lazzi e calembour, di Gualtiero. Fatto sta che accadde, provocando una bella risata liberatoria da parte di Livia. Susan pretese la traduzione immediata e, insomma, questo facilitò non poco la rottura del proverbiale ghiaccio.
“Certo cara Susan che ci hai fatto impazzire, a me e al mio amico, con la storia di Mrs Yoko al pc…perché eri sempre tu, vero?”
“Oh, no, Gualtiero…! Yoko was amaaaazed, really. Her life is not so brilliant, now, you know. She’s always home, she’s 90…but she’s smart still! You’ll see…
Gualtiero sbircia il manoscritto di “Nothing is Real” che con Zippo le hanno consegnato ufficialmente una mezz’oretta prima e che Susan tiene ancora in mano, incrociando mentalmente le dita.
“Complimenti per il tuo frac, Gualtiero. Ci hai spiazzati tutti, eri il più up to date della festa. Vero? Wasn’t he the best dressed man of the party?” fa Livia rivolta a Susan, che fa sì con la testa, convinta.
Il frangente in cui si trovava Gualtiero era davvero straordinario. Prima di tutto perché le donne che si trovava davanti erano due: entrambi belle, intelligenti e ricche di fascino, che esercitavano in modo diverso e complementare. Come sappiamo, la storia, individuale e di famiglia di Gualtiero Berardi ne aveva fatto non diciamo un orso, ma certamente una persona più incline alla riflessione che all’azione, al sogno in sé più che al modo di realizzarlo.
Ma alle cinque del mattino un pensiero gli era sicuramente chiaro: la Bionda la “sua” Bionda si chiamava Livia, ed era bellissima. E avrebbe scommesso che, una volta fuori da quel salone, da quella villa, da quella notte pazzesca, avrebbe pensato solo a rivederla il prima possibile. (Continua)

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