Romanzo d’appendice – 40

FLYING
La tanto sospirata Nuvola, nuovo tempio dell’intellighenzia romana, atteso per decenni e costato una follia, era gremita. Livia e Maricla avevano lavorato alla grande, non c’è che dire. Anche il parterre era decisamente all’altezza, annoverando personalità del calibro di Unterwasser & Bricchi, la coppia di dj svizzeri che stava infiammando l’Europa, della discussa parlamentare transgender Satania, degli stilisti top Smith & Wesson. Non mancavano naturalmente il sopraccigliuto critico Eraldo Moskovitch e il superchef Gunther, peraltro già in ribasso nel gradimento del volubile pubblico televisivo. Lady Gaga invece era già ripartita, il giorno seguente alla movimentata festa VIP, giurando che non avrebbe mai più messo piede a Roma.
Lo zoccolo duro dei seguaci di Jeff si era comunque assicurato una dozzina abbondante di posti in prima fila per godere, more solito, di qualche sprazzo di luce riflessa e remunerativa.
Edgardo Besozzi, l’unico a conoscere nei dettagli cosa sarebbe avvenuto di lì a poco, si limitava a strizzare gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga, come un maligno gattone.
God Jeff aveva accarezzato da sempre il sogno (o l’ossessione?) di questa serata.
Oltrepassati i settant’anni, pur dotato di una vitalità inesausta, sapeva che non avrebbe avuto che poche, pochissime occasioni per realizzare i suoi sogni. Ricchezza, certo. Ma, e se ne rendeva conto con chiarezza solo ora, al di là di ogni bene materiale desiderava un’unica cosa: essere apprezzato. E non per una stupida, effimera gloria da esibire come trofeo davanti ad amici idioti, a critici prezzolati e viscidi. No, quello che davvero voleva con tutte le sue forze era che la sua arte fosse capita.
Uno strano apparecchio, formato da due minirotori installati in due cilindri di metallo, aveva fatto la sua apparizione, portato da due giovani, bellissime donne dal volto ieratico. A quel punto God Jeff indossò il casco, sistemando con cura i capelli bianchi che aveva raccolto in una lunga treccia arrotolata, poi accese i motori, che provocarono nello smisurato ambiente un fumo e un frastuono infernale. A quel punto, con studiata lentezza, si allacciò le cinture che lo assicuravano all’apparecchio per poi afferrare, con aria di sfida, un grosso pennello che intinse in uno dei barattoli colorati già preparati sul palco.
Jeff, da consumato istrione, seppe aspettare il paio di minuti necessari a ricondurre su di sé l’assoluta attenzione della platea.
A quel punto, non restava che dare gas e librarsi in aria. Il grande telo bianco appeso con leggerezza alla struttura della Nuvola, alto almeno una quindicina di metri, cominciò a riempirsi di segni: linee, volute, arabeschi che cambiavano colore ogni volta che Jeff scendeva a intingere un nuovo pennello in un nuovo barattolo. Il disegno andava via via prendendo forma, suggerendo interpretazioni sempre più intriganti, mentre il pubblico seguiva, rapito, le evoluzioni dell’artista.
Ciò che accadde dopo fu assolutamente imprevedibile: God Jeff aveva in serbo un diabolico asso nella manica. L’esibizione stava raccogliendo consensi entusiastici, a giudicare dagli applausi e dagli “Ooooh” eccitatissimi del pubblico, ma l’inconcepibile doveva ancora avvenire. Con una brusca virata, il vecchio artista puntò dritto verso l’enorme struttura candida a forma di nuvola che riempiva quasi per intero lo spazio e, con un gesto di inaudita, iconoclasta potenza, cominciò a tracciare segni colorati direttamente sulla Nuvola.
In un primo momento la folla assistette muta a quell’atto scandaloso, limitandosi a sgranare gli occhi senza riuscire a formulare un pensiero di senso compiuto. C’era pur sempre la possibilità che fosse tutto previsto, che l’opera fosse salvaguardata da qualche diavoleria protettiva. Ma quando, poco dopo, cominciarono a vedersi gruppi di steward e uomini della sicurezza correre come mosche impazzite, urlando ogni genere di invocazioni (presto tramutate in improperi e insulti ) si capì che era in corso un gesto perverso, memorabile.
God Jeff era letteralmente in estasi, così inebriato dalla consapevolezza di aver realizzato il sogno della sua vita da non rendersi conto che la sua performance aveva sforato i tempi previsti: uno dei motori, rimasto senza carburante, semplicemente si bloccò. Jeff era nel punto più alto dello spazio scenico, concentrato nell’esecuzione di una serie di grossi pois blu proprio sulla punta della Nuvola, e non si accorse di niente. Il piccolo apparecchio precipitò, col suo pilota attaccato, schiantandosi come un grosso pompelmo maturo sul pavimento con un tonfo sinistro.
Ai presenti, attoniti, furono necessari dieci interminabili secondi per metabolizzare ciò cui avevano assistito. Poi, ritenendo che la performance fosse definitivamente terminata secondo un copione meticolosamente programmato, scoppiarono in un applauso irrefrenabile, liberatorio.
Gli uomini della security fecero defluire con veloce professionalità il pubblico verso le ampie vetrate, opportunamente spalancate per l’occasione mentre God Jeff il Grande guardava smarrito per qualche secondo ancora Livia, che gli era già vicina correndo sconvolta al fianco della barella che lo trasportava nell’ambulanza.
Gli restarono pochi attimi di lucidità, prima di perdere i sensi, ma sufficienti per rendersi conto che la sua morte gli aveva assicurato un posto nei libri di Storia dell’Arte, per sempre. (Continua)
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