THE END
Arte, amore, speranze. Ricordi, passato, futuro, entusiasmo, delusione. Vita, morte.
Alla fine, chi distribuisce le carte è sempre lui: Fato, Dio, Destino, chiamatelo come preferite.
A salutare Rosario Diotallevi, anzi, il grande God Jeff, nella chiesa degli artisti a piazza del Popolo sono veramente in tanti.
Si dirà che l’impressione, in città, era stata grande come non succedeva da parecchio. Che Jeff era un personaggio conosciuto, nel suo ambiente e fuori. Che i media avevano subito colto l’occasione per strillare titoli e articoli variamente declinati sui temi dell’orrore e della trasgressione. Qualcuno, vivaddio, anche della tristezza per la perdita di un uomo che aveva saputo distinguersi, nella palude culturale stagnante da tanti anni.
Fatto sta che la chiesa è gremita. Le donne, in occhiali scuri per nascondere le lacrime, gli uomini con le sopracciglia aggrottate e le mani dietro la schiena. Tutti hanno sul volto l’espressione tipica degli indifesi davanti all’inspiegabile, alla normalità del mistero che ti prende sempre di sorpresa.
Libonatti, Cogliani, Pistolesi, Ulrico Bozzi, per una volta sono umani tra gli umani.
Edgardo Besozzi piange davvero il suo amico, al ricordo che ne dovrà scrivere sulla rivista comincerà a pensare domani. Saturnia, Lucianino e la piccola Fair singhiozzano senza ritegno. Un po’ defilato, perfino tutto il gruppo dei Vip, con Mugugni, Abete, Sbrodoli, lo spettrale Moskovitch e tanti altri, appare sinceramente colpito.
Ma in piazza c’è anche la gente comune. Quella ha un sesto senso per le storie speciali. Le storie dei gladiatori, dei figli del popolo che hanno lottato e hanno perso, ma da eroi, da combattenti. Che forse invece, a ben vedere, hanno vinto, conquistando la cosa più importante: un posto nella memoria.
Naturalmente il dolore, quello vero, è schierato nel banco in prima fila.
Livia è una statua di marmo, un’aliena sospesa in un’altra dimensione. No lacrime, no parole inutili, no manifestazioni esteriori ad uso e consumo della folla curiosa.
Accanto a lei, la presenza discreta ma preziosa di un nuovo amico. Un tipo taciturno, con strani capelli a caschetto e lo sguardo perso, fisso sulla punta di mocassini neri molto fuori moda. “Chi è quello?” si sussurra in chiesa. “Boh, un certo Gualtiero, mai visto.”
Nel momento degli abbracci, della commozione, delle centinaia di fiori lanciati sulla bara che sta per lasciare la penombra per tuffarsi un’ultima volta nel sole romano, le antiche volte barocche della chiesa rimbombano di un suono a tutti caro e familiare: l’accordone iniziale di “A Hard Day’s Night” (per ascoltare clicca qui).
Maricla fulmina Zippo con lo sguardo, tutti si scambiano occhiate sconcertate, cariche di riprovazione. Poi a qualcuno sfugge un sorriso e la tensione si allenta. I sorrisi si moltiplicano, l’incantesimo è rotto.
La vita continua.
Here, there and everywhere. (E così sia – La Redazione 😘)
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