Inevitabile un bilancio finale, a volo d’uccello sulla riviera ligure, a chiosa della kermesse più odiata dagli italiani. Tanto odiata che un’audience intorno agli 11 milioni sembra una miseria, come dire “Ti detesto, ma in fondo non posso fare a meno di te”.
Va detto, a onor del vero, che per la prima volta dopo decenni, l’attenzione del pubblico sembra in leggera flessione, e nella migliore tradizione italiana, è già scattata la caccia al colpevole: Conti è moscio, Pausini una Morticia Addams in grandangolo, perfino i comici fanno storcere il naso, depotenziati dall’ ansia da prestazione. Lo sarebbe stato anche il temutissimo Pucci? Ah, saperlo. E le canzoni? Se ne parla poco o niente.
Ma lì si tratta di musica, tema che notoriamente non appassiona più di tanto i sanremisti, ormai integrati, inconsapevoli ma irriducibili, in quella nube tossica che l’ irascibile Guy Debord aveva intravisto avanzare implacabile, già a metà anni sessanta del secolo scorso, col nome di “Società dello Spettacolo”.
Chissà se il situazionista francese aveva però immaginato che lo spettacolo, previsto come inevitabile deriva dell’ esistenza stessa, avrebbe avuto in capo a sessant’anni le rimarchevoli fattezze di Elettra Lamborghini, il cuore lacrimevole del furbo Ermal Meta o la spudoratezza dell’uomo di legno in persona, incarnato nel corpo di tale Dargen D’Amico.
Come da copione, trionfa l’attempato scugnizzo Sal Da Vinci, ovvero l’immarcescibile tradizione canora mediterranea, gloriosa in passato e ora deprimente tout court. Non male, come nuovo che avanza. Unico segnale di vita, la verve della vispa coscia lunga Ditonellapiaga, terza in classifica con meriti professionali degni di nota.
Per concludere con una nota lieta, si registrano anticorpi in via di sviluppo. Consistenti nel vero fatto nuovo del terzo millennio, ovvero l’ attitudine in noi ormai consolidata della modalità multitasking: siamo capaci di seguire, contemporaneamente a Sanremo, due o più partite di Champions League, le previsioni del tempo e almeno un aggiornamento di “Chi l’ha Visto” sul caso di Emanuela Orlandi.
Anche qui spettacolo, solo spettacolo.

