La storia che sto per raccontare è una storia vera; posso dirlo con assoluta certezza, anche se non l’ho vissuta personalmente o non l’ho vista con i miei occhi, perché me l’ha riferita un mio conoscente, Sebastiano, che è un testimone del tutto attendibile. Intendiamoci, la sua affidabilità non dipende dalla sua onestà intellettuale ma dalla sua semplicità: la fantasia di Sebastiano è insufficiente per inventare alcunché. Molti nostri comuni conoscenti lo considerano poco più di uno sciocco semplice ed ingenuo. Questi lo ritengono del tutto impermeabile all’ironia, inerte a qualsiasi sarcasmo, incapace di capire i sottointesi e i non detti. Lo paragonano ad un muro di gomma.
Io, che lo conosco da molto tempo, credo che non sia proprio così. Ricordo, o mi pare di ricordare che, quando eravamo giovani, Sebastiano esibiva una normalissima gioia di vivere, il banalissimo impulso di esistere, di sedurre, di godere della compagnia altrui, di innamorarsi, di indignarsi, di provare piacere per i successi degli amici. Non lo ricordo diverso da un qualsiasi ventenne indaffarato con la transizione dall’adolescenza all’età adulta, come il contrabbasso che litiga col pianoforte in certi brani Jazz.
Tuttavia, devo ammettere che Sebastiano è invecchiato male. Con l’età, progressivamente è diventato proprio un muro di gomma, apparentemente insensibile al mondo esterno, quasi anaffettivo. Pare che per lui la vita non sia più che un susseguirsi di secondi, minuti, ore e giorni appiccicati gli uni agli altri da un metronomo, senza accelerazioni e senza emozioni. Pare che gli basti respirare.
Alle battute di qualche conoscente o di qualche cliente risponde con cortesia ma senza alcuna empatia. O, almeno, così pare. Non sembra mai a disagio ma neanche nel posto giusto. Ha un modo di fare da automa, innaturale e robotico.
Gestisce una tabaccheria dove vende anche quotidiani, riviste, cartoline per turisti, biglietti della lotteria e vari altri articoli di cui non ricorda nemmeno l’esistenza. Era il negozio dei suoi genitori e non è cambiato granché durante gli ultimi vent’anni. È lì che da sempre, ogni mattina, compro la mia copia del Monde e del Dauphiné, accanto alla fermata del tram che porta al quartiere universitario. Di solito, non ho il tempo di leggere per davvero questi due quotidiani, perché sono troppo indaffarato con varie faccende, ma la faccia di Sebastiano è come il cucù dell’orologio: mi dice che la giornata ha veramente inizio, come la tromba in caserma.
Spesso, specialmente in estate, alcuni clochard stazionano alla fermata del tram, elemosinando qualcosa dai passanti e passeggeri in attesa dei loro vagoni. Ce n’è di vari tipi. Alcuni sono anziani, solitari e malinconici nei loro sporchi stracci grigi. Sono sempre maschi, di donne manco una. Probabilmente le donne clochard scompaiono prima di invecchiare. Altri sono giovani, decisamente più colorati, spesso in gruppetti di tre o quattro persone, sia maschi sia femmine. Non sembrano per niente tristi e abbattuti, spesso sono accompagnati da cagnetti mansueti e malinconici che paiono meno sporchi dei loro padroni. Conversano amabilmente tra loro, talvolta si sentono le loro risate e sono molto intraprendenti. Uno, per esempio, mi ha chiesto se potessi “sponsorizzare” la sua cena e un’altra mi ha proposto di leggermi la mano, specificando che si tratta di una pratica inutile e idiota ma non dannosa.
Non credo che Sebastiano abbia mai sponsorizzato alcuna cena o si sia mai fatto leggere la mano anche se mi pare che i clochard lo rispettino. Oppure, forse, lo considerano meno utile ed espressivo degli ippocastani che ombreggiano la vicina piazza Victor Hugo. Quel che è certo è che li tollera, per quanto potrebbero infastidire la sua clientela, che però e composta, per la maggior parte, da gente tosta e dura che non si farebbe disturbare da nulla. La maggior fonte di reddito di Sebastiano, negli ultimi anni, non deriva infatti dalla vendita di tabacco e quotidiani, ma dal gioco d’azzardo: non c’è infatti momento della giornata nel quale il suo negozietto non ospiti almeno un cliente intento a grattare una schedina o a infilarne un’altra in uno scanner collegato in rete. Si tratta di banale ludopatia, una dipendenza che non è nata di recente. Chi avesse qualche dubbio al riguardo può procurarsi la commedia “Il giuocatore” di Carlo Goldoni, scritta nel 1750.
Analogamente, credo che Sebastiano non abbia mai puntato un copeco su uno qualsiasi dei giochi che offre ai suoi clienti aficionados, pur non avendo mai dissuaso nessuno di essi dal gettare i loro risparmi in un pozzo senza fondo.
Credo anche che non abbia mai letto, almeno negli ultimi venti anni, nessuno dei quotidiani che mette in vendita. Probabilmente non ha nemmeno mai sfogliato nessuno dei settimanali o mensili esposti sui suoi scaffali, quelli sui computer e tecnologia entrando a destra, quelli di gossip e moda sotto la cassa, quelli di politica in fondo a sinistra a fianco dei periodici di cucina e gastronomia. Non si tiene informato di quel che succede al mondo perché non gliene frega niente. Non l’ho nemmeno mai visto appiccicato al suo smart phone a consultare le ultime informazioni o filmini porno.
Ma, purtroppo per lui o per sua fortuna, ci vede e il suo sguardo, vagando a caso qua e là, può carpire dettagli e particolari che altrimenti resterebbero per sempre sullo sfondo della sua noia.
Un primo piano del senatore Grandboullie, deceduto per cause naturali il giorno prima, occupava la foto grande della prima pagina del Dauphiné. Era un’istantanea scattata parecchi anni prima, quando il senatore era ancora l’uomo dinamico che non perdeva nessuna occasione per frequentare i propri elettori, passando da una sagra paesana a un matrimonio per poi sbucare a un battesimo e finire con la cena della società operaia dopo avere preso l’aperitivo presso l’associazione degli amici dei musei civici. Malignamente, si diceva che fosse stato clonato e che, grazie a questo espediente, godesse del dono dell’ubiquità.
Naturalmente anche Sebastiano conosceva il senatore Grandboullie, sapeva perfino il suo indirizzo, una villetta modesta oltre Porte de Paris, e gli era capitato alcune volte di stringergli la mano, ma non fu per questo che fu stregato dallo sguardo stampato in prima pagina.
Quegli occhi sottili e brillanti gli ricordavano qualcosa, anche se non ricordava che cosa. Era uno sguardo vivace che comunicava sia astuzia sia generosità, sembrava lo sguardo di un uomo che è sinceramente interessato a chi o cosa sta osservando e che, contemporaneamente, sia occupato in mille altri pensieri. Ci sono persone così. Personalmente mi capitò di conoscere un tizio molto interessante che sapeva leggere un articolo di giornale mentre contava i secondi passati a leggerlo e ascoltava, traducendola in francese, una canzone italiana. Il tutto eseguendo diligentemente esercizi di stretching.
Sguardi simili ce li hanno, talvolta, cani da caccia che seguono disordinatamente il loro istinto e gli ordini del padrone, processando in parallelo impulsi diversi e perfino contraddittori.
Come capita a tutti, quando cerchiamo di ricordare il nome di una persona o di un oggetto senza riuscirci, anche Sebastiano fu leggermente turbato dal fatto di non riuscire a collegare quel primo piano sul Dauphiné a qualcosa che proprio non gli veniva in mente e rimaneva ostinatamente nascosto in qualche piega della sua memoria. Un piccolo tarlo gli stava avvelenando quella mattina piovigginosa e fresca, tanto più fastidiosa dato che si era vestito troppo leggermente, con pantaloni di cotone e una polo di lino dal collo coreano, che mal coprivano il suo corpo slanciato e ciondolante. Un piccolo tarlo insignificante ma fastidioso, destinato a rovinargli la mattinata e forse anche il pomeriggio. Al di là del caso in particolare, poteva anche trattarsi di un sintomo di quella senilità che lo spaventava, soprattutto perché suo padre e suo nonno prima di lui erano sì vissuti fino quasi a cent’anni, ma ridotti allo stato vegetale negli ultimi venti.
Dopo essersi sistemato i capelli sale e pepe passandosi una mano sull’ampia fronte oramai sguarnita, fu costretto a servire alcuni clienti, che gli apparvero più molesti del solito, compreso il solito babbeo che voleva francobolli, che si comprano alla posta, proprio lì di fronte, e non in tabaccheria.
A seguito arrivarono i primi ludopatici, qualcuno dall’alito leggermente etilico. Nessuno vinse niente, come previsto dalle leggi della statistica, anche se un paio di essi fecero il bis, sciupando un altro po’ di denaro.
Al primo raggio di sole apparve anche il primo clochard, un uomo di mezza età, forse una cinquantina d’anni o forse di più, perché queste persone, si sa, invecchiano presto. Vestito in una tuta da ginnastica, originariamente bianca e celeste ma macchiata da molteplici avventure, infilò la testa per chiedere in regalo qualche cartina e un po’ di tabacco. Sebastiano, ancora turbato dallo sguardo stampato in prima pagina, rispose istintivamente e sgarbatamente di no, fissando negli occhi il poveraccio e lì, in una manciata di nanosecondi, riconobbe quello sguardo: era come avere una copia in carne ed ossa del senatore. Non ci aveva mai fatto caso, era una delle facce che si incontrano senza badarci, poco più di un’ombra. Eppure, da qualche parte nel suo cervello si era radicato il ricordo dello sguardo ferino di quel clochard. Ed era la fotocopia di quello in prima pagina.
Era, certamente, una versione molto meno borghese di quella del senatore, una versione poco pulita, una versione ringiovanita, ma non ci poteva essere nessun dubbio: era proprio lo stesso sguardo. Forse uno dei cloni del senatore di cui si parlava? Forse un parente? Chissà, un figlio illegittimo? O un erede legittimissimo ma venuto male? Un nipote? Ci doveva per forza essere una relazione genetica tra i due, era impossibile che il caso avesse fatto convergere due vite completamente estranee. Una tale incredibile somiglianza non poteva essere in alcun modo casuale. Ci doveva essere una spiegazione scientifica e razionale.
Il clochard, per niente sorpreso dalla risposta maleducata del tabaccaio – questi poveracci, si sa, sono usi a tali manifestazioni di simpatia – vide la prima pagina del Dauphiné e, intuiti i pensieri del tabaccaio, scappò via come una faina.


Oh oh…