C’è chi disse no… c’è chi dice no… Non si può non cantare con Vasco, si sa. Lui trascina.
Non riesco a pensare a titolo migliore per questo documentario sugli Internati Militari Italiani: oltre all’attinenza con la vicenda di Giovanni Rossi, padre di Vasco, c’è – prima di tutto – la forza intensa e breve del no pronunciato da oltre 650.000 Uomini (il maiuscolo è voluto).
No al ricatto, all’acquiescenza, al disonore. No al regime fascista, no al nazismo.
In nome di cosa?
In nome della fedeltà a un giuramento.
In nome della propria dignità di Uomini.
[Perché mi pare di sentire qualcuno che ridacchia? Che tristezza]
Quanto e cosa vale un uomo che non rispetta la parola data?
[Ancora nelle orecchie suoni di lontane ilarità. Che tristezza]
C’è stato un tempo in cui questo aveva un valore altissimo, il valore della vita.
Niente era più importante di potersi sentire Uomini, di essere liberi anche chiusi dentro una baracca circondata di filo spinato. Signori della propria volontà, anche se umiliati, numerati, sfruttati e ridotti a larve, però pensanti e determinati. Resistenti nonostante i giochi di parole utilizzati per togliere loro ogni diritto, prima, durante e dopo la prigionia: internati militari al posto di soldati, lavoratori civili al posto di internati; mentre il nemico scappa come un pezzente qualsiasi, loro, i 650.000 Uomini pronti a morire patendo ma non a cedere, sono lì, risoluti e giganteschi esempi, nel loro monosillabo monumentale. NO!
È prezioso: eppure, imbarazzante. È stato ridotto al silenzio non dai nazisti, fermati dai russi o dagli alleati, ma dagli italiani stessi, che definire compatrioti forse è corretto solo in senso letterale. L’Italia liberata, per decidere di sé, del futuro suo e di tutti coloro che avevano combattuto, non ha aspettato che tornassero tutti gli IMI (Internati Militari Italiani) tutti i prigionieri; non li ha considerati combattenti. La “nuova” società civile li ha ignorati, oppure li ha guardati con sospetto, come imputati ai quali spetta dimostrare la propria innocenza.
Loro hanno scelto ancora una volta. Hanno deciso di tacere [giusto o sbagliato che fosse] e operare con il lavoro e l’esempio per i propri figli, per i propri studenti, lettori, colleghi.
Mentre guardo e ascolto i ricordi di figli, come me, ma celebri, ritrovo alcuni compagni di prigionia di papà (Guareschi, Tedeschi «erano con me» a Sandbostel), ritrovo tanti momenti vissuti da bambina: il ricordo di eventi terribili difficili da rievocare, che apparivano a tratti, come un film vietato ai minori, tanto dolorosi da ingenerare una sorta di ritegno, di freno al dire e al chiedere; riconosco il legame con certi oggetti, spesso piccoli, scampati per fortuna o ingegno alle razzie naziste (un cucchiaio, un orologio…); ricordo nitida la reazione immediata e severa di fronte alla sola intenzione di rifiutare il cibo o – peggio – di buttarlo.
Anche questi momenti quotidiani sono stati di esempio, educativi, formativi.
È toccato a noi figli il dovere della memoria, il dovere di dare rilievo all’importante, di non lasciarci corrodere da quanto di velenoso e tossico ci circonfonde.
650.000 NO: se si prova a pensarli detti all’unisono, anche sottovoce, anche con il tono sempre più debole, fiaccato da mesi, anni, di fame, freddo, malattie, sevizie fisiche e mentali, si sente un coro ad altissimo volume, che non si riesce a spegnere, sostiene e incoraggia, è di monito, spiega, insegna. Rimbalza come un’eco.
Il documentario realizzato da ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati Militari Italiani) Milano andrà in onda ancora su Rai Storia il 9 novembre in tarda serata e sarà disponibile, sempre, su Raiplay. Io non ho scoperto nulla di nuovo perché si tratta di un argomento che conosco e ho “solo” condiviso con grande empatia (e grandissimo affetto per tutti e tenerezza per l’IMI centenario Giuseppe Pagnoni che torna ragazzo e piange al ricordo del padre incontrato al suo rientro a Milano) tutto quanto raccontato, ma chi – e sono tanti, troppi – nulla ne sa trova qui l’indispensabile abc. Grazie, ANEI Milano.


tra le parole più importanti che io abbia mai letto
Grazie Giovanna, grazie!
Grazie della tua preziosissima riflessione
straordinariamente forte e bello
🥰🤩… mai quanto loro, i seicentocinquantamila.
Grazie! Mi sembra di percepire ancora l’eco di certi racconti di mio padre …
già… un caro saluto.
Mio padre, Giovanni Vigilante, classe 1916, è stato un I.M.I Aveva partecipato alla campagna di Russia e fu tra i pochi sopravvissuti della Divisione di fanteria Vicenza a cui apparteneva. Tornato in Italia con un piede congelato, poteva rimanere in Puglia, dove avanzavano gli alleati. Raggiunse invece a Bolzano il comando a cui era stato assegnato. Catturato dalle truppe tedesche, trascorse 2 anni nei lager nazisti per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Non parlava molto di quel terribile periodo. Quello che so, l’ho appreso da mia madre, perché mio padre morì a 44 anni quando io ero molto piccola. Io però ho ritrovato i moduli che spediva dai lager ai genitori, implorando che gli inviassero qualcosa da mangiare.
Conosco quindi gli stenti che patirono gli I.M.I, ma ho visto con interesse il documentario a loro dedicato,dopo tanti anni durante i quali erano stati dimenticati e non era stata loro riconosciuta la coraggiosa resistenza.
Uomini, con la U maiuscola.
Grazie Giovanna di cuore!