Senza_fissa_dimora

Senza fissa dimora

Traduco in italiano la storia di O, un uomo senza fissa dimora che per un po’ di tempo si è stabilito a Grenoble, sul sentiero lungo il fiume dove vado spesso a passeggiare.
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Fortunati alle Antille, dormono dove vogliono perché non fa mai freddo e per mangiare basta trovare uno dei tanti manghi o una palma da cocco. Mica tribulano quelli.
Per me è diverso. Abito a Grenoble, sulle rive dell’Isère, sulla riva destra per essere precisi. Ho costruito una capanna di legno, cartone, plastica e mattoni – tutto quello che ho trovato in giro – in uno stile che non inaugurerà una nuova tendenza. Siccome non siamo alle Antille, ho anche una stufa di ghisa con una canna fumaria di lattine, dove brucio quel che il fiume scarica a riva, e ho anche vestiti e coperte, che lavo, ogni tanto, nell’acqua del fiume. Puzzo di fiume, qui tutto puzza di fiume.
Siccome non vedo molti alberi da frutta qui intorno, me la cavo con gli scarti di tutta quella fila di ristoranti italiani qui vicino: pizze non finite, pane vecchio, verdure scadute. Con le monete che raccatto dalla carità altrui, mi pago la bottiglia.
A questo proposito, gradirei un po’ di attenzione. Io non sono sempre stato così. Nella mia vita precedente, molto tempo fa, probabilmente ai tempi del Pleistocene, bevevo vini migliori e mai mi sarei accontentato di quel che oggi mi faccio bastare. Abitavo in un’altra città, senza montagne attorno, con un porto di mare e grandi maree. Sono cresciuto a cozze e patatine fritte, arrosti d’agnello salato e merluzzo, annaffiati di sidro secco e vini bianchi della Loira. Però, devo dire che dopo la prima bottiglia non si sente il sapore della seconda per cui, adesso che siamo tutti quanti nell’Olocene, non posso lamentarmi ed è, in fondo, l’alcol a tenermi in vita, checché ne dicano gli epatologi e i loro consimili.
So quel che dico, ho studiato medicina, a Caen, durante il mio periodo pleistocenico che, per brevità io chiamo Plei, così come, per brevità, chiamo Oloc l’Olocene. Ho anche fatto il medico per un po’, nell’ambulatorio di Bayeux, che fu di mio padre e, prima di lui, di mio nonno. Questo fino al patatrac.
Conobbi, per caso, una giovane donna, alta e bruna dalla pelle bianchissima, viso ovale ma leggermente irregolare, che camminava sornionamente a lunghe e sensuali falcate. Non oso ricordarne nemmeno il nome, tanto fu il male che mi fece, quando mi accusò di averla molestata. Glielo suggerirono le sue amiche, tipe che sotto i vestiti avevano piumine bianche d’oca, e che non le perdonavano di attirare l’attenzione di uomini per bene. Perché loro, non lo erano, nel senso piccolo borghese del termine. Erano meretrici. Professioniste.
Dopo il patatrac ho vagato.
Vagamente ricordo una clinica psichiatrica. Ricordo delle ombre nella nebbia, ricordo ambulanze e trasferimenti, ma confusamente. Non ricordo nemmeno un viso o una voce ma solo un indistinto brusio, come quello d’un fiume o d’una città in lontananza. Nessuna emozione e nessuna sorpresa. Una pura vita biochimica, quella d’un animale in letargo.
È stata la lunghissima epoca glaciale che ha separato il Plei dall’Oloc.
Passai del tempo in prognosi incognita. Furono anni senza biografia. E poi mi sono trovato qui, con un cane che mi seguiva.
Dormivo nel parcheggio della penisola del sincrotrone assieme a parecchia altra gente. Ognuno aveva avuto i suoi problemi, tutti diversi, tutti originali e unici come ogni essere umano. Eppure, il risultato era lo stesso per tutti. Per uomini e donne, per giovani e per vecchi.
Non so perché il cane abbia scelto me. Probabilmente era appartenuto a un altro barbone, partito per altri destini.
Ho detto barbone, perché mi piace questa parola, suona bene, finisce in one, come coglione o minchione. So bene, che nel mondo borghese si preferisce usare oggi l’espressione “senza fissa dimora” che burocraticamente si abbrevia in SDF (sans domicile fixe, in francese). So anche che ci sono parecchi sinonimi o quasi-sinonimi, come clochard, vagabondo, mendicante, homeless, straccione o pezzente e la lista potrebbe estendersi non dico all’infinito ma quasi.
Ma barbone è migliore di qualsiasi alternativa, non tanto perché i maschi non si radono ma soprattutto perché ha qualcosa di intimamente umano, non è una professione o una misura di povertà ma uno stato della mente: io, per esempio, la mia vita la dedico alla riflessione sui destini del mondo. Bevendo.
È vero che non posso passare tutta la giornata a riflettere, devo anche procurarmi quel che serve a me e al mio cane che si chiama Ollie – non ricordo se sia stato io a battezzarlo o se qualcuno lo chiamasse già così. È un cane davvero paziente. Non fa un tubo tutto il giorno se non starmi vicino. Non vuole che lo lavi, è terrorizzato dalla corrente dell’Isère. Non abbaia mai. Mi assomiglia, perché tutti i barboni cercano di essere silenziosi e invisibili, preferirebbero essere fatti di antimateria, senza praticare blasfemia o turpiloquio, per lo meno non ad alta voce. Le nostre anime sono antitetiche a caroselli di petardi fosforescenti, noi siamo quella parte di creato che, per dirla con San Paolo, geme in silenzio (Romani 8,22).
Mangiamo le stesse cose, Ollie ed io, ma non beviamo dalla stessa bottiglia. L’alcol è riservato agli homo e non va bene per i canis. Per altro, lui dorme serenamente anche senza il carburante che serve a me. Sono io ad avere bisogno di assassinare la realtà per sognarla, forse, all’alba, prima di ricominciare.
In città ci sono associazioni benefiche che assistono gente come me. Anche la polizia municipale ci tiene d’occhio, non solo per mantenere quello che si chiama ordine pubblico ma anche per controllare che nessuno muoia completamente solo. Inoltre, possiamo essere utili come informatori, pur con le dovute cautele, perché la nostra vita non ha alcun valore per gli spacciatori: se fiatiamo, ci ammazzano. E ammazzano anche i nostri cani.
Io non ho mai creduto a Babbo Natale per cui mi fido solo fino a un certo punto delle associazioni. I volontari, coi loro sorrisi, appagano il proprio desiderio di bontà. In fondo, sono egoisti quanto noi, ma non lo confessano nemmeno a sé stessi. Sono onanisti della carità che, dopo aver distribuito qualche coperta e del sapone, se ne tornano a casa a bersi una birretta fresca per poi andare l’indomani a sciare o in piscina. Noi siamo solo attrezzi ginnici per allenare la loro buona coscienza.
E io, settimana dopo settimana, li accontento. Ma non lo faccio per allenare la mia di coscienza, perché io la coscienza non ce l’ho. L’ho persa da molto tempo e non mi ricordo nemmeno cosa sia. Diciamo che l’ho lasciata nel Plei, con l’IBAN, la rispettabilità, l’altruismo, il senso di responsabilità e anche con le calze e le mutande. Come Gilgamesh, non sono riuscito a uccidere la morte che mi aspetta, senza farmi soverchie illusioni riguardo all’aldilà.
È per questo che ho scritto questo documento, su dei fogli che il vento rubò a qualche studente e con una matita trovata in un cestino per rifiuti.
Infine, molto rapidamente, aggiungo solo un’ultima cosa. C’è una cosa che il fiume sta trascinando a valle. Non è un tronco, è un uomo o forse una donna. Mi tuffo per raggiungerlo. Nel Plei nuotavo da dio, adesso non lo so. Voglio raggiungere quel corpo. Forse lo trascinerò a riva, forse salverò una vita. O forse, più probabilmente, la accompagnerò nel nostro ultimo viaggio.
Ollie se la caverà.

 

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