Sogni_del_deserto_acoma

Sogni del deserto: Àcoma.

Un corvo appollaiato sulle rocce della Mesa Encantada vede arrivare un’auto dalla Interstate 40. Una grossa auto nuova, da Albuquerque, bianca e lucente contro la terra rossa. Procede veloce, con una coppia a bordo, finché si ferma sotto il grande monolito di pietra.
Il corvo resta a guardare l’uomo dal pelo rosso che esce a fatica dall’auto, una camicia dai colori sgargianti tesa sulla pancia gonfia. L’uomo si appoggia alla fiancata dell’auto per inquadrare la Mesa con un macchinario nero che sembra un’arma di precisione. Il corvo arruffa le penne. Non hanno più occhi per le storie che la terra racconta.
L’uomo sbatte la portiera dell’auto. Il colpo risuona nel silenzio del deserto come una fucilata. Il corvo vola via verso il trading post di Àcoma.
La donna bionda raggiunge la parete a picco della Mesa e grida: “Paul, inquadra fino alla cima”.
“Così sei troppo piccola, Carol. Avvicinati”.
La coppia rientra in auto, senza fermarsi a guardare i campi intorno, dove pascolano cavalli bradi, o l’orizzonte verso est, dove svetta il profilo azzurro di Mount Taylor, la montagna sacra agli indiani.
Arrivano al trading post, nella pianura polverosa e assolata, battuta dal vento caldo del mezzogiorno. Parcheggiano l’auto e si avviano a piedi, coprendosi il viso dalla polvere. La luce è accecante.
Un cane dal pelo giallo trotterella davanti a loro verso il trading post. Non può entrare, ma c’è una panca di legno all’esterno, al riparo dal vento e dal sole. Il cane si accomoda sotto l’ombra della panchina e chiude gli occhi. Nessuno lo caccerà di lì, ormai è troppo caldo per sedersi fuori. I due turisti evitano il cane ed entrano nella penombra fresca della Cafeteria. Paul va dritto al bancone per chiedere informazioni. Una signora imponente con un grembiule bianco e la pelle scura gli risponde. Paul si mette in fila al self service con un vassoio in mano. Carol lo raggiunge affannata.
“La matrona del banco dice che i biglietti li fanno sul pulmino, e la partenza è fra un’ora”.
L’indiana passa un vassoio a Carol: “Se non potete aspettare, c’è il sentiero che sale tra le rocce”.
Carol scuote la testa. “Ho rotto una caviglia l’anno scorso. Se mi avventuro sulle rocce a piedi, mi rompo anche l’altra”.
Il marito va a sedersi a un tavolo accanto alla vetrata, con vista sullo strapiombo di roccia rossa. “Devi sempre dire i fatti tuoi?” brontola, mentre taglia una bistecca ricoperta di salsa scura. “Non posso fare conversazione coi nativi?” Paul scrolla le spalle e spruzza di ketchup il piatto di patate fritte. Mentre mangia l’insalata di pollo, Carol osserva le donne del banco, grasse come lei, la pelle color bronzo. Vengono a sparecchiare i tavoli, portano pietanze dalla cucina con una gravità silenziosa, senza fare contatto con gli occhi. Poi vede entrare una giovane, con giacca e pantaloni blu, lo stemma di Àcoma sul taschino. “È arrivata la guida,” dice al marito.
La giovane va verso il banco, parla con la matrona che le passa un piatto, e va a sedersi a un tavolo lontano dai turisti. Ha un bel viso pensieroso. “Sono così fiere e composte,” dice Carol. Il marito continua a mangiare, gli occhi sul piatto.
Al tavolo della giovane guida si sono sedute due ragazze indiane. Le amiche dal viso rotondo parlano vivacemente. La guida le ascolta e risponde con cenni del capo. È di una magrezza nervosa. Capelli corvini e lisci, zigomi alti, inquieti occhi neri. La signora del banco arriva al loro tavolo dalla cucina, e chiama la guida per nome: “Erika”. La rimprovera dolcemente nella lingua indiana, per il pasto lasciato a metà. Il volto di Erika è inespressivo. Carol si chiede quali motivi di malumore e inappetenza possa avere una giovane donna, così esotica e snella.
Un indiano col berretto entra a confabulare con Erika. La guida si alza dal tavolo e annuncia ai presenti in sala che il pulmino è arrivato e li attende fuori. I turisti trovano un minibus parcheggiato sul lato dell’edificio dove un filo d’ombra inizia a formarsi sul terreno. L’indiano col berretto è l’autista, e passa fra i turisti a dare i biglietti, insieme a un opuscolo a colori. Vicino a Paul e Carol si siede una signora dalla pelle lentigginosa, con gli occhiali da vista. Ha una grossa guida turistica in mano e guarda fuori dal finestrino.
“Le piace il deserto?” chiede Carol, intenzionata a fare amicizia.
La donna le sorride: “Oh, è da tanto che volevo vederlo coi miei occhi, questo luogo incantato”. Paul si sporge dal sedile per vedere la signora che dice di chiamarsi Linda Getz, insegnante di Letteratura Inglese a New York. Una bionda sulla quarantina, occhi chiari dietro lenti con la montatura nera.
“È vero che la targa del New Mexico dice ‘Terra degli Incantesimi’, ma io vedo solo terra arida. Forse il sole picchia così forte sulla testa che vi illudete di vedere quel che non c’è”.
“Paul! Non insultare la signora!” lo rimprovera Carol. Poi rivolta alla donna con gli occhiali: “La prego di scusare mio marito. Lui non voleva venire in New Mexico, e adesso cerca di rovinarmi la vacanza con le sue critiche”.
Linda Getz chiede: “Di dove siete?” “Los Angeles…” risponde Carol, ma è interrotta dalla guida che inizia a parlare al microfono, mentre il pulmino si mette in moto.
“Mi chiamo Erika e sarò la vostra guida. Àcoma è il più antico insediamento d’America ancora abitato. È una fortezza naturale, mai espugnata. Con un’eccezione: vedete la rampa asfaltata che sale sul fianco della mesa? Prima c’era solo roccia a strapiombo. Fu una troupe di Hollywood a espugnare la nostra montagna per girare un film sull’altopiano. Ci convinsero a fornire un accesso motorizzato per le loro macchine da presa. La strada asfaltata fa comodo anche a noi per portare visitatori e provviste al villaggio. I nostri antenati caricavano tutto sulla schiena, anche gli otri d’acqua, e si arrampicavano su per le rocce. Oggi sono pochi quelli che riescono a farlo. Col progresso ci siamo un po’ rammolliti”.
Paul mormora: “Già, senza il nostro progresso, sareste ancora all’età della pietra”. Carol lo zittisce con una gomitata.
Il pulmino accelera sulla rampa asfaltata e, raggiunta la cima, le porte si aprono. I turisti scendono e seguono la guida verso il bordo della mesa. La vista panoramica provoca commenti in varie lingue, poi, cessato il brusìo, Erika parla: “Gli antropologi sostengono che il popolo di Àcoma sia il diretto discendente degli Anasazi, che vivevano a Chaco Canyon e Mesa Verde. Quei due antichi centri religiosi furono misteriosamente abbandonati, forse per carestia e siccità, proprio nel periodo dei primi insediamenti su questa mesa”.

3 Def Seconda Foto Patrizia
La mesa di Àcoma 

“Ma se fuggivano la siccità, perché rifugiarsi quassù, dove non c’è sorgente d’acqua?” chiede un turista francese.
“La posizione strategica impediva alle bande Apaches di assalire Àcoma. L’acqua arrivava quassù dentro vasi e giare trasportati scalando le rocce. I vasi e le ceramiche di Àcoma, che ora trovate nei musei, servivano a questo scopo vitale”.
Paul punta il dito verso piccoli capanni sulle rocce più esterne: “Chi abita in quei tuguri?”
“Sono i gabinetti. Non esiste acqua corrente sulla mesa, né luce elettrica, per scelta dei residenti, per preservare il villaggio com’era, senza contaminazioni dal mondo moderno. Qualche famiglia usa i generatori”. Un mormorio si leva fra i turisti assembrati intorno alla guida. Il rifiuto della modernità è scandaloso.
Si avviano sulla strada principale del villaggio, con case adobe a due e tre piani. I mattoni sono in fango e paglia, e dalle pareti delle case fuoriescono i pali delle travi che sostengono i tetti. Alte scale di legno sono addossate alle mura.
“Non ci sono porte per entrare al primo piano, e non ci sono gradini per salire al secondo,” dice perplessa una giovane tedesca che tiene per mano il suo compagno.
“Si accede ai piani solo con quelle scale, che in caso di attacco venivano ritirate. Era una strategia difensiva usata dagli Anasazi in tutti gli insediamenti del West”.
Si fermano davanti a una costruzione bassa, senza porte né le finestre. “Questo è un Kiva, un luogo sacro di preghiera, che si raggiunge da un buco sul tetto. Secondo la nostra cosmogonia, siamo nati da un buco nella terra”.
Paul ride: “Di sicuro veniamo tutti da un buco!”
“I rituali sono segreti. Nessuno può entrare nei Kivas, solo gli uomini di Àcoma”.
“Le donne no?” chiede una giovane svedese.
“Le donne non possono entrare nei kivas, ma sono capifamiglia. Ad Àcoma il clan è matrilineare. Le donne passano la proprietà delle case alle figlie. L’uomo che si sposa fuori dalla tribù, deve trasferirsi nel villaggio della moglie. Se litiga con lei, deve tornare a casa dalla propria madre”. I turisti ridono.
Il gruppo segue Erika lungo i vicoli, con forni di fango a forma conica fuori dalle case. Arrivano a un alto edificio con due torri campanarie, la chiesa-missione di San Esteban del Rey, fatta costruire dai padri francescani spagnoli nel 1600. Erika ferma il gruppo prima del grande recinto murato che racchiude l’area cimiteriale davanti alla chiesa.
“Nel cimitero e dentro la chiesa è vietato fare foto. Vedete quelle palle di fango poste a distanza regolare lungo il muro di recinzione? Furono messe durante un assedio, per far credere che ci fossero molte più vedette a difesa. Di notte accendevano fuochi e le palle di fango da lontano sembrano teste umane”. I turisti si fermano a osservare le piccole croci di ferro piantate su tumuli di terra. Paul attende che la guida sia entrata in chiesa e scatta una foto.
La missione di San Esteban ha pareti alte e spesse. Dopo il caldo torrido della mesa, dentro la chiesa è quasi freddo. Le lunghe travi di legno che reggono il tetto sono scolpite e istoriate a colori. L’altare, il crocefisso e le statue dei santi sono tutti in legno scolpito e dipinto. Erika raduna i turisti tra le panche: “Su Àcoma non c’è terra per coltivare, è tutta roccia. Per aver terra sufficiente a seppellire i morti quassù, e per fare i mattoni di questa enorme chiesa, gli abitanti dovettero portare a spalla innumerevoli ceste piene di terra, scalando un dirupo alto 120 metri. Tutte le opere artistiche che vedete qui sono opera degli indiani. Sono stati loro a costruire tutto, non gli spagnoli”.
“E non era per il loro dio, ma per quello dei conquistatori,” commenta Linda.
Erika la guarda e, dopo un attimo di silenzio, risponde: “Molti residenti di Àcoma sono cattolici, ma alcuni sono tornati alla religione delle origini. I francescani convertirono i nativi più facilmente di altri perché San Francesco parlava agli animali, li chiamava fratello e sorella, e questo è comprensibile per noi. Quel che non capiamo è l’adorazione di un crocifisso e il peccato originale”. I turisti ridono, ma Erika porta il dito alle labbra, per rispetto del luogo sacro, e fa cenno di uscire.
Nella canicola meridiana, arrivano sulla punta estrema di Àcoma che, come il rostro di una nave, si protende sulla pianura verso Albuquerque. Linda chiede ad Erika del piccolo lago che si vede in lontananza.
“Acomita Lake è stato chiuso e drenato. È vicino al nostro villaggio, dove il governo aveva aperto miniere di uranio. Molti indiani si ammalarono di cancro, e negli anni ’80 chiusero le miniere, ma ormai l’uranio aveva contaminato le falde acquifere e la gente ha continuato a morire”.
Linda trattiene un gemito, poi si accorge che nessuno ascolta più la guida. Un turista sta parlando con una vecchia indiana seduta davanti alla sua casa. L’uomo vuole fotografarla. La vecchia scuote la testa e grida: “Cinque dollari per fotografia! Cinque dollari dammi!” Erika fa segno al turista di allontanarsi.
Carol si è fermata più avanti, a un panchetto dove un’indiana serve pane fritto, ricoperto di miele. Sul banco c’è un cartello: “Mut-tze-nee. Corn bread”. Carol offre la focaccia di mais al marito. “È buonissima, soffice. È una specialità indiana”. “Non mangio la roba cucinata da questi zingari”. L’indiana che serve il pane lo fulmina cogli occhi.
Erika richiama i turisti di fronte alla finestra di una casa. “Ultima tappa. Questa finestra è molto antica. È coperta con una lastra di mica, dato che noi non avevamo il vetro”.
Paul, sfinito dalla calura, vuole zittire la stupida squaw. “Perché voi indiani non avete inventato il vetro, la ruota, l’elettricità, mentre noi bianchi abbiamo inventato tutto?”
I turisti sbalorditi lo guardano, poi guardano Erika, che finge di non aver sentito e rimane in silenzio per un attimo che sembra eterno. Linda, indignata, si aspetta da lei una frase fulminante che metta a tacere quell’uomo odioso. Ma Erika, col viso duro e inespressivo dei santi di legno della chiesa, riprende a parlare.
“Queste lastre di mica, quando batte il sole, lanciano riflessi dorati. Un frate di passaggio per la pianura credette che Àcoma fosse una delle sette favolose città d’oro di Cibola. Arrivò a Mexico City annunciando di averla scoperta, ma di non essersi avvicinato per timore di essere ucciso dagli indigeni. Coronado, un avido comandante spagnolo, guidò allora una spedizione di armati, ma trovò ad Àcoma solo un povero pueblo e continuò a far razzie per tutto il Sud-Ovest, tornando in Messico a mani vuote. Ora vi lascio ammirare gli artisti di Àcoma. Il pulmino vi aspetta fra mezz’ora all’ingresso della rampa”.
Sulla via principale, con l’arrivo del gruppo di Erika, si sono subito materializzate bancarelle con gli artefatti indiani: ceramiche, maschere Kachinas, monili d’argento con pietre di turchese. Erika saluta con la mano l’autista del pulmino e prende il sentiero fra le rocce quasi correndo. È un buon esercizio per sbollire la rabbia.
Il corvo vola sopra di lei. Erika vede la sua ombra scivolare davanti a sé lungo il sentiero e intuisce il pensiero dell’animale.
Che li porti su a fare? Vedono solo la nostra miseria.

3 commenti su “Sogni del deserto: Àcoma.”

  1. Un bel racconto di Patrizia Tenda che ci trasporta nel mondo favoloso ed irto di difficoltà dei nativi in New Mexico.
    Gli animali guardano e traggono le loro conclusioni.

  2. Antonella Desantis

    Mi sono sentita trasportata ad Àcoma durante la lettura. Racconto dolce e amaro. Quanta storia, cultura, civiltà, guardate da uno sguardo minuscolo e asfittico. Viva il corvo

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