Storie_del_deserto_linda_getz

Sogni del deserto: Linda Getz

Nel deserto del New Mexico, i turisti, arrivati col pulmino sulla mesa di Àcoma , si accalcano intorno alle bancarelle indiane. Un lungo banco mette in mostra le terrecotte per cui l’antico Pueblo è famoso. Vasi panciuti dal collo stretto, decorati con disegni geometrici. Piccole tartarughe, vasi a forma di civette, galline, tacchini. I turisti se li rigirano fra le mani e chiedono agli artigiani: “Sono porta-zucchero o porta-sale?” Una giovane indiana cerca di spiegare che il loro valore non è utilitario. “Ogni vaso ha uno spirito. È fatto da Madre Terra. Lo spirito dell’argilla …” I turisti accennano di sì col capo, e mormorano: “Costano troppo per usarli in cucina”. Una turista si ferma a una bancarella: “Che bella bigiotteria!” La donna al banco la corregge: “Sono tutti gioielli d’argento e pietre dure, signora. Sono fatti a mano”.
Linda Getz, una turista di New York, vaga qua e là tra i banchi degli artigiani, e si ferma alla bancarella dei libri. Ne acquista uno di racconti indiani. La copertina a colori mostra il Pueblo dall’alto, con le case di fango arroccate sull’altopiano. L’autore è un poeta nativo di Àcoma. Col nuovo libro stretto al petto, Linda passa all’esposizione di bamboline d’argilla fatte a mano. Sono piccole indiane sedute, con la bocca aperta, dipinte a colori vivaci. Alcune hanno dei bambini in braccio. Un cartoncino, scritto a mano, dice: “Storyteller tradizionali di Norma Ortiz”. Linda chiede all’indiana dietro il banco: “Sono le nonne che raccontano storie ai nipoti?”
“Non raccontano favole, però. Tramandano la tradizione orale del nostro popolo”. “Lei è Norma Ortiz? È parente del poeta che ha scritto questo libro?” Linda le mostra il libro di racconti di Simon Ortiz.
“Sì, sono Norma, ma Simon non è mio parente. È nato qui, ma se n’è andato da giovane, e non è più tornato. Ora racconta le nostre storie nelle università dei bianchi”. Linda percepisce amarezza nella voce della donna. “Non è importante che un conterraneo faccia conoscere la vostra cultura?” Norma fa un gesto con la mano, a vanificare la domanda. “Lui vende le nostre storie”.
Linda sceglie una bambolina senza bambini, e la porge a Norma per farla incartare. La donna prepara l’involucro in silenzio e si congeda ringraziandola. Linda si avvia pensierosa verso la rampa, dove il pulmino fa manovra per posizionarsi in discesa. Gli indiani sopravvivono vendendo ai turisti il proprio artigianato. Qualcuno pubblica anche le loro storie, e questo ai tradizionalisti sembrerà una svendita della propria cultura. Ma c’è differenza tra vendere una terracotta e pubblicare una storia? Non possono più isolarsi dal mondo sulle loro rocce inespugnabili. Non possono neppure proteggersi dai turisti cafoni.
Linda si siede nel minibus vicino all’autista, sperando di poter parlare con la guida, ma Erika non c’è. Arrivati a valle, Linda entra nel trading post, ma la guida non è neppure nella Cafeteria. Delusa, si siede a un tavolino vicino alla vetrata, ordina un sandwich e del tè, per rinfrescarsi dall’arsura sofferta sulla mesa. L’avevano avvisata di portare una bottiglia d’acqua, ma il libro-guida è già pesante, e ha preferito soffrire la sete. Tira fuori il pacchetto che contiene la “Storyteller”. La piccola terracotta rivela le origini matriarcali della cultura nativa.
Arriva un’imponente indiana portando un vassoio con teiera e sandwich. Linda sposta la bambolina e la donna, vedendola, chiede: “Norma aveva finito quelle coi bambini?” Linda solleva lo sguardo sulla faccia bronzea dagli occhi scuri come due pozze d’acqua fonda. “Norma Ortiz? La conosce?”
“Siamo un piccolo pueblo, signora. Siamo tutti parenti”. “Ma Norma mi ha detto che Simon Ortiz non è suo parente”.
“Chi cerca di rifarsi una vita lontano da qui è visto da alcuni come un traditore. Ma Simon fa onore ad Àcoma”. “Norma non pareva contenta che Simon pubblicasse le vostre storie”.
“Facciamo fatica ad accettare che la nostra cultura orale sia messa per iscritto nella lingua degli invasori, e sia venduta a chiunque, a gente che non ha mai neppure visto la nostra terra”. “Perché? Senza vedere la terra, non si capisce la storia?”
“È la terra che crea queste storie. Senza la terra, le storie perdono significato e potere”.
“La prego si sieda un attimo con me! Sono l’unica turista rimasta indietro, può darmi cinque minuti del suo tempo?” La donna, incuriosita, si siede di fronte a Linda, che si presenta, allungando la mano. La donna gliela stringe dentro la sua mano scura: “Sono Beatrice, la mamma della guida che vi ha portato ad Àcoma”.
Linda allarga gli occhi per la sorpresa. “Cercavo proprio sua figlia. Volevo parlarle di un turista villano che l’ha insultata”. Il volto dell’indiana si adombra. “Erika non c’è. Ha risposto male al turista?”
“Non gli ha risposto affatto! Per questo volevo parlarle. Ero dispiaciuta che avesse subìto un tale affronto senza reagire”. “Ha fatto bene. Mi scusi, ma è meglio non compromettersi con voi bianchi piantagrane”. Le due donne ridono. Linda non vuole separarsi dalla prima indiana estroversa mai incontrata.
“Ho comprato la bambola senza figli perché le altre mi ricordano il mio lavoro a scuola, in classi affollate da ragazzi indisciplinati. Devo sgolarmi per farmi ascoltare”. “Voi insegnanti bianchi non raccontate cose vitali, per questo i ragazzi non vi ascoltano”. Beatrice sorride, e Linda sospira.
“In effetti ho comprato la bambolina perché scrivo storie. Ma non le ho mostrate a nessuno”. “Che le scrive a fare, se non le fa leggere?” L’indiana guarda la bionda. Intelligente e buona, begli occhi azzurri, ma troppo svampita per trovare un uomo decente. “È stata a Ghost Ranch?”
“Ne ho sentito parlare, ma sono arrivata da poco ad Albuquerque. Mi sono presa un anno sabbatico, per viaggiare e scrivere”. “A Ghost Ranch fanno seminari per pittori, e forse anche scrittori. Il New Mexico è pieno di artisti in cerca di ispirazione. Troverà pane per i suoi denti”. Così dicendo l’indiana si alza per andare a servire un tavolo appena occupato. Linda la ringrazia, poi tira fuori la guida e, china sulle pagine fitte, cerca informazioni sul Ranch.
Consumato il veloce pasto, Linda va al banco a salutare Beatrice, esce nel parcheggio e sale sull’auto noleggiata all’aeroporto di Albuquerque. Si avvia verso l’Interstate 40, osservando il paesaggio intorno. Pochi chilometri più avanti c’è la deviazione per il Pueblo di Laguna.
A Laguna è nata una scrittrice pellerossa, Leslie Marmon Silko, che Linda ama molto. Imbocca la strada polverosa fra le case basse, sparse sul fianco argilloso del fiume San José. Sull’altura svetta la chiesa, intonacata di bianco. Linda ferma l’auto sotto la lunga rampa di scale, sormontata da un arco. Un’enorme croce svetta in cima all’arco, e un’altra in cima alla facciata della chiesa. Linda ne ha abbastanza delle enormi chiese in mezzo alle casupole basse degli indiani. Neppure un cane è in giro sotto il sole. Ricorda di aver visto all’ingresso del pueblo un distributore di benzina e un piccolo negozio. Va a parcheggiare sotto la tettoia della stazione e vede movimento dentro la bottega. Un uomo anziano esce. “Vuol far benzina?”
“Sì, grazie. Cercavo anche la casa del signor Marmon”. “Lee? Non ha casa. Vive in un camper. È amica di sua figlia?”
“No, sono una sua ammiratrice…” “La figlia Leslie sta a Tucson, lavora all’Università. Ha comprato al padre un camper nuovo”.
“Per andare a trovarla?” “Lee è troppo anziano per andare in Arizona, e non è abituato a star dentro le case. Preferisce il camper. Si spostava sempre, quando faceva il fotografo”. Linda è sorpresa che un vecchio indiano sia stato fotografo di professione.
“Adesso è fermo qui a Laguna. È parcheggiato nel primo vicolo a sinistra, sotto un albero”. Linda paga il benzinaio, lo ringrazia, sale in auto e va a cercare il camper di Lee. Lo vede in fondo alla traversa, all’ombra di un grosso albero, tutto cromato e lucente, col tetto ricurvo. Linda si accontenta d’aver visto qualcosa che la colleghi alla scrittrice, non osa andare a disturbare il vecchio. Cosa può dirgli? Mi fa vedere le sue vecchie foto? Sono una fan di sua figlia.
Esce dal vicolo e riprende l’Interstate per Albuquerque, quella che una volta chiamavano Route 66. Linda odia guidare nell’ingorgo di superstrade intorno ad Albuquerque. Sono piene di deviazioni, cavalcavia, curve improvvise, e tutti guidano come pazzi. Linda ha preso a noleggio l’auto più piccola che avevano all’agenzia dell’aeroporto, anche se il portabagagli è stretto e deve tenere le sue valigie in bella vista sui sedili posteriori. Il commesso dell’agenzia le ha detto: “Quest’auto non gliela ruba nessuno. Però si porti le valigie in albergo la notte”.
Linda voleva un’auto poco vistosa, non per paura di essere derubata. In territorio indiano non si sente in pericolo come nelle città piene di delinquenti. Non vuol girare per le riserve sfoggiando un’auto grossa e lucente. Ora, mentre guida dentro il grande snodo autostradale, si mantiene nella corsia di destra per evitare le auto veloci. Ciò comporta il rischio di mancare la corsia centrale per Santa Fe. È facile perdersi nel labirinto di rampe e cartelli segnaletici, e Linda si perde anche nel suo quartiere di New York.
Ha sognato per anni di venire nel West, ha atteso il compagno giusto con cui fare il viaggio, ma dopo il fallimento di due relazioni, si è rassegnata a venire da sola. Piuttosto che restare a New York a deprimersi, meglio rischiare e buttarsi.

10 Foto Nel Testo Linda Getz
Linda Getz -Immag. creata dall’Autrice con AI

Linda non si sente bella. Ha provato a mettere le lenti a contatto per sembrare meno miope, ma era un disastro per metterle, toglierle e lavarle. Ogni tanto ne perdeva una, così si è rassegnata ai vecchi occhiali. Odia andare a farsi i capelli, perché non sa scegliere il taglio giusto, e finisce per subire le scelte umorali della parrucchiera.
Prima di partire da New York, si è fatta un regalo, è andata da un coiffeur del Greenwich Village, frequentato da artisti e scrittori. Ha chiesto un taglio corto, adatto per viaggiare in luoghi caldi. Pensando fosse una delle tante teste strane del quartiere, il coiffeur, molto nero e molto gay, le ha fatto un taglio trasgressivo. Linda non osava guardarsi allo specchio durante il taglio per non deprimersi, osservava di sbieco i clienti alle altre postazioni, tutti con criniere bizzarre, d’ogni colore. “Ecco – pensava – questo è il mio mondo, pieno di freak e disadattati”.
Quando si è guardata, a lavoro finito, si è vista diversa. Non può più nascondersi sotto i capelli lunghi. Ora, a viso aperto, affronterà il West. Spera di trovare in New Mexico un uomo sensibile, rispettoso, un nuovo amore.

“Sogni del deserto” è un mosaico di racconti e personaggi. Trovi il racconto precedente cliccando sul nome dell’autrice.

6 commenti su “Sogni del deserto: Linda Getz”

  1. È difficile staccarsi quando cominci a leggere un racconto di Patrizia Tenda. Pennella paesaggi con maestria e anche se quei luoghi non li hai visti mai ti sentirai a casa. Descrive personaggi che ci sembrano, a fine lettura, quasi nostri parenti. Sa addentrarsi in mondi e culture lontane con una scrittura nitida e piacevole.

  2. Una cara amica, anni fa mi ha raccontato di un suo viaggio nelle riserve indiane del New Messico.
    Ero rimasta affascinata.
    Grazie Patrizia: mi hai riportato a quei bei ricordi.

  3. Antonella Desantis

    Scrittura sempre travolgente. Raccontare “di cose vive ” è sempre il segreto. La terra va vista ma per fortuna per me che ci sono le parole e i racconti.

  4. L’immaginazione viva e la capacità di immedesimarsi compensano qualsiasi distanza, di tempo e di spazio.
    Grazie Antonella, Gianna e Rita 😍

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