Venerdì 19 giugno Donald Trump interviene in diretta a L’Aria che Tira, su La7. La domanda è sull’Ucraina, ma lui vira su Giorgia Meloni: l’avrebbe «implorato per una foto», gli «ha fatto pena». In pochi secondi una premier si trova umiliata in pubblico da un presidente straniero, con un lessico da maschio proprietario, non da capo di Stato nel 2026. Tra le molte reazioni che ne sono seguite, una sola, a sinistra, avrebbe tenuto insieme valori, coerenza e dignità; purtroppo l’hanno avuta in pochi.
La telefonata
Dalla Casa Bianca, intervistato dal corrispondente Daniele Compatangelo, Trump dà la sua versione del faccia a faccia di Evian: Meloni voleva una foto con lui «così tanto» che, pur potendo rifiutarsi, dice di averla accontentata per pena. Quella scena, però, nessuno l’ha vista: i video che girano dal vertice mostrano i due seduti a parlare su un divanetto, e niente che somigli al racconto di Trump. Meloni risponde in poche ore, in un video da Bruxelles: «dichiarazioni inventate», «sono allibita», «io e l’Italia non imploriamo mai»; e contrattacca: «Dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente». Lui rilancia ancora, su Truth e poi a NBC: lei lo avrebbe pregato «più e più volte», ma non la rivuole come fan, perché allo Stretto di Hormuz l’Italia non c’era.
Non è una lite per una foto
Meloni era stata l’unica leader europea all’inaugurazione di Trump del gennaio 2025, accreditata come il «ponte» tra Washington e Bruxelles, l’eccezione che teneva un canale aperto quando tutti gli altri lo avevano chiuso. Questo le aveva dato un ruolo specifico in Europa, ma un ruolo diventato col tempo sempre più costoso da reggere.
La frattura ha iniziato a essere evidente il 15 aprile, quando Meloni ha definito «inaccettabili» le parole di Trump contro Papa Leone XIV, che aveva dato del «debole» al pontefice dopo le sue critiche all’attacco americano all’Iran. Poi le basi: durante la guerra in Iran, l’Italia non ha concesso l’uso delle piste, e Meloni ha spiegato che il Bel Paese non era in guerra. Trump l’aveva già rinfacciato pubblicamente in un’intervista al Corriere, presentando il conto come fanno i padroni: gli Stati Uniti spendono centinaia di miliardi per la difesa della NATO, e l’Italia in cambio gli negava persino le piste. La grammatica è quella di sempre: chi non si allinea viene umiliato, e l’umiliazione è la lezione. La millantata foto del G7 è il culmine di questa storia, non la causa.
Le reazioni
Sul piano istituzionale, il compattamento è immediato: la telefonata di solidarietà di Mattarella, tutto il centrodestra schierato, Tajani che annulla la missione a Miami del 21-22 giugno perché le offese alla premier offendono l’Italia. Dall’estero, Macron «sorpreso» (la vedrà ad Antibes il 25), Sánchez che al Consiglio europeo le esprime solidarietà pubblica e privata. La stampa liberal americana legge l’attacco per quello che è: il Daily Beast parla di «mean girl feud», la cornice è la misoginia.
È a sinistra, in Italia, che la reazione si sfilaccia lungo una scala. C’è la solidarietà sobria e piena (Sensi, dal Pd: «nessuno può permettersi questo tono con chi guida il governo italiano»). C’è la solidarietà con la stoccata: Schlein («inaccettabile, ma la destra capisca quanto era sbagliata la strategia remissiva»), Conte, Renzi col suo «buongiorno Giorgia, ben svegliata». C’è chi la solidarietà non la concede affatto: Bonelli, per cui Meloni è stata «patriota a Washington e forestiera in Italia» e farebbe bene a farsi da parte. E poi, otto giorni prima e su un altro tavolo, c’erano state le «ginocchiere» di Silvestri.
Lo stesso errore
L’equivoco viene da lontano. Per buona parte della sinistra italiana la vicinanza di Meloni a Trump era servilismo: subalternità, «strategia remissiva», l’Italia che si appiattisce su Washington. Diversi osservatori europei leggevano questa vicinanza al rovescio: l’unica leader del continente capace di parlare a Trump, il «Trump whisperer» funzionale come mediatrice tra Washington e Bruxelles mentre l’alleanza scricchiolava. In quella lettura l’affinità ideologica era al servizio del pragmatismo: uno strumento per restare al tavolo, non una resa.
Che la sua linea fosse vicinanza ideologica, calcolo diplomatico o entrambe le cose, la categoria del servilismo puro non regge più. Meloni ha cercato il rapporto con Trump, ma non gli ha concesso tutto. Lo ha contestato sul Papa, non ha dato disponibilità automatica sulle basi, e proprio quella distanza le è stata fatta pagare. Un servo non nega qualcosa al padrone. Un alleato pragmatico, sì.
Trump e parte della sinistra italiana, prima ancora dell’evento, hanno commesso lo stesso errore di categoria: hanno scambiato la convenienza per servilismo. Trump credeva di avere una fan, una subordinata che avrebbe firmato qualunque richiesta, e si è infuriato scoprendo di no. Una parte della sinistra credeva di avere la serva di un’America fascista, e non ha saputo vedere il pragmatismo. Soprattutto, non ha considerato una differenza strutturale: a destra il pragmatismo di potere pesa spesso più della coerenza dottrinaria; a sinistra, invece, le alleanze saltano più facilmente proprio sulla coerenza dei valori.
L’ideologia, Meloni, la usa: le tiene la base, e fino a ieri le teneva aperto il canale con Trump. Non ne è prigioniera, e per questo non cade quando sembra tradirla. È la stessa pragmatica con cui, sull’immigrazione, invece di prendersela con i giudici che le bloccavano i centri in Albania, ha spinto Bruxelles a riscrivere il regolamento UE sui rimpatri, portandosi dietro tutto il centrodestra europeo. Chi la riduce a serva, o chi le risponde con un proclama sessista, sta guardando il dito e perde la luna.
Una cosa sola era di sinistra
Mettiamo da parte la politica estera e guardiamo solo la scena. Una donna, premier, che un bullo straniero prova a sottomettere. La reazione insieme dignitosa e di sinistra era una sola: solidarietà piena, e nessun imbarazzo nel riconoscere che aveva fatto bene a rispondere per le rime. Prima di qualunque giudizio sullo scontro destra-sinistra. Il sessismo non è un contorno del caso: è ciò che lo sposta dal piano della tattica a quello dei valori.
Chi l’ha trattato come tattica ha rivelato qualcosa di sé. La solidarietà con la stoccata è un difetto di gerarchia. In quelle reazioni il riflesso di posizionamento è scattato prima di quello valoriale, e per chi fa dei valori la propria bandiera è autolesionismo.
La gerarchia dei valori
La priorità è logica prima che politica: la misoginia appartiene ai valori, la politica estera alla strategia. Quella linea la si può criticare quanto si vuole, ma la critica ha una sede propria, e quella sede non è il minuto in cui la stanno umiliando per il fatto di essere donna.
Bonelli e Silvestri, che pure molti hanno messo nello stesso mucchio, non sono lo stesso caso. «Patriota a Washington, forestiera in Italia» è un’affermazione politica sostanziale: sgradevole nei tempi, discutibile, ma argomentabile. A Bonelli si contesta l’ordine, non il contenuto: valori giusti, sequenza sbagliata. Le «ginocchiere» che Silvestri ha attribuito a Meloni l’11 giugno, in aula alla Camera, sono un’altra faccenda: un’allusione sessuale, nient’altro. Il problema non è quando l’ha detto. È che l’ha detto. Confondere i due piani, trattare l’insulto misogino come una critica un po’ troppo cruda, è esattamente l’errore che si vorrebbe correggere.
Il conto
E così la sinistra paga due volte. Sul caso Silvestri ha consegnato a Fratelli d’Italia il terreno dell’antisessismo, che di norma è suo: la destra ha potuto gridare «sessista» e incassare. Sul caso del 19 giugno, chi non è riuscito a dire «solidarietà» senza appiccicarci la stoccata ha regalato all’avversario la dignità della risposta.
La stoccata non è sbagliata perché si ritorce contro. Si ritorce contro perché è sbagliata.
A sinistra molti continuano a sbagliare non la posizione, ma la scala dei valori. Se i diritti vengono dopo l’antimelonismo, non sono diritti: sono armi di parte. L’antisessismo vale quando difende anche una donna che non voteremmo mai; altrimenti è solo appartenenza. Davanti a un uomo che umilia una donna perché non gli ha obbedito, la risposta era una sola: solidarietà, senza inciso. Quella era la cosa di sinistra. Il resto era posizionamento.


Condivido pienamente
Appena letti i vari commenti da sinistra mi sono detta ‘peccato’!
Ancora una volta prigionieri dell’ideologismo! Sempre a voler fare la lezioncina perdendo di vista il punto di sostanza
Non vi leggevo da un pò, e ho fatto male. Riprenderò con più assiduità. Voi, intatto, continuate ad essere intelligenti. Grazie
Non vi leggevo da un pò, e ho fatto male. Riprenderò con più assiduità. Voi, intatto, continuate ad essere intelligenti. Grazie