Un coriandolo di vita

«Prego biglietti, grazie».
Tutti mostrano al controllore il telefono; io, invece, porgo il mio biglietto, di carta, stampato due giorni fa dalla biglietteria della stazione di partenza.
Noto l’espressione quasi allibita del controllore soffermarsi sulla mia chioma bianca, forse in contrasto con il viso, segnato da poche rughe in verità, e il timbro della mia voce ancora vispo. Gira il biglietto fronte e retro e me lo rende. Potrei chiedergli informazioni sui convogli locali in coincidenza per tornare da dove sono partita, ma ho un foglietto con le mie annotazioni copiate dal computer. Ho dovuto rinunciare all’abitudine di acquistare in edicola l’orario dei treni: fedele compagno di viaggio, lo si consultava per seguire il percorso, verificare il canonico ritardo, programmare i cambi. Non esiste più. Ho una serie di possibili coincidenze da prendere, fino a un orario decente per evitare il buio di questo dicembre.
Il tragitto è stato lungo abbastanza da aver voglia di sgranchire le gambe. Passo di qui sempre di sfuggita, per una commissione, visita, incombenza, spesa al supermercato; non ci vengo più apposta, come una volta; una volta ogni scusa era buona, commento tra me.
I ricordi arrivano improvvisi, pervadono la mente e la costringono a frugare ovunque come un aspirapolvere impazzito per levare la polvere e farmeli vedere più nitidi, tutti. Poi rallentano, in frenata come il treno sul quale mi trovo. Qualcuno di loro mi si mette di fianco, per scendere con me. Mi avvicino alla porta che si apre, automatica, con un sonoro sbuffo. Finito anche il tempo dell’odore di rotaia. Il mio bagaglio a mano è leggero, posso tenerlo a tracolla.
Avviso a casa: tutto bene, ma tarderò. Ho deciso di fermarmi a gironzolare un po’. Chiamerò al mio arrivo.
Mi dirigo verso il centro. Andrei a mangiucchiare qualcosa in quella piccola vecchia pizzeria che pareva una cucina della nonna; oppure a bere una bevanda calda al bar dove era molto probabile incontrare lui, unico motivo per cui andavo lì. Per vederlo ancora. Un coriandolo di vita, lieve, intenso come i suoi occhi blu, i capelli neri, lucidi e morbidi come il pelo del suo meraviglioso cane. Ha continuato a volteggiare intorno, puntino invisibile agli altri, indimenticabile per me; incurante di ogni legge di natura, come fosse destinato a non cadere mai. A lungo mi è bastato pensarlo per impedirgli di toccare terra, sporcarsi, decomporsi, sparire.
Poi sempre meno, poi in modo diverso, ma mai, più.
Girato l’angolo, sono nella via dello struscio. Mi sembra avvolta da un vuoto squallore: come fossi bambina nelle proporzioni, mi appare enorme, persino sporca, priva di quella vitalità giovane, attiva, provinciale e vera che sentivo prossima. È normale, i tempi, le cose, gli inevitabili cambiamenti, noi invecchiamo e non ci adeguiamo. Parole trite.
L’insegna del bar è la stessa, ma dentro lo spazio è irriconoscibile. Vuoto pure lui. Dov’è finita l’aria densa di fumo e chiacchiere, sguardi e risate, incontri, legno, vetri, tintinnii, clangore, cocktail e appuntamenti? Dove sono tutti? Sarà solo l’orario sbagliato?
Ordino una cioccolata calda e mi siedo.
Fuori passano solo estranei, strani, stranieri.
Mi do della matta al pensiero che anche lui potrebbe passare.
Il cameriere appoggia la tazza fumante sul tavolo e mi porge lo scontrino. Pago.
C’è un quotidiano appoggiato sulla sedia di fianco a me. Segno di un mondo antico che forse sopravvive solo in luoghi come questi, anche se arredati di nuovo per sopportare il tempo.
La cioccolata scotta; sfoglio il giornale: salto le notizie di cronaca nazionale, ribadite ogni dove, e mi fermo alla cronaca locale. Per essere certa di impugnare il manico, sposto lo sguardo alla tazza e avvicino il bordo alle labbra. Sorseggio, mentre giro pagina.
La foto campeggia: è lui.
La tazza resta sospesa: è uguale.
I capelli sono tutti bianchi ma sembrano morbidi. D’istinto passo le dita sull’immagine, per ricordarli. In tutto quel bianco, gli occhi sembrano più blu. Giacca, cravatta, formale; l’espressione seria. Non si vede la fossetta sulle guance, quella di quando mi guardava di sottecchi per canticchiare due note, le nostre.
Era finita male, tra noi, non sarebbe continuata comunque se non così, se capitava, senza volersi impegnare. Una sera di pioggia battente, un bacio bagnato, lunghissimo, le mani nei capelli, una forza che mi attirava imperiosa, irragionevole, sorda ad ogni ragione, ogni altra volta. Sciocca e irrazionale testona, illusa ventenne degli anni che furono.
Leggo e rileggo, più volte.
Riesco ad appoggiare la tazza sul piattino prima di rovesciare tutto.
Leggo e rileggo, più volte; non ci credo: l’ordine degli… si unisce al dolore dei familiari…
Il coriandolo non c’è più, non ne posso nulla, non più.
Ora posso dire, devo dire, mai più.
Squilla il telefono: quando arrivi? Guardo l’ora. Mi rendo conto che resta una sola coincidenza utile.
Ripiego il giornale e mi affretto.
Devo andare.
Addio.

17 commenti su “Un coriandolo di vita”

  1. Francesca Persico

    Commovente
    Un coriandolo di vita che scotta il cuore, come la cioccolata bollente la bocca.
    Ho provato la stessa sensazione quando seppi che un mio grande amore era mancato da qualche mese

  2. Valeriafrescura@hotmail.it

    Un racconto dolce e potente, come i ricordi che custodiamo nel nostro più irraggiungibile e intimo nascondiglio! Grazie, Amelia!🌺

  3. Valeria Frescura

    Un racconto dolce e potente, come i ricordi che custodiamo nel nostro più irraggiungibile e intimo nascondiglio! Grazie, Amelia!🌺

  4. Teresa Trivellin

    I ricordi. Come “consistere”, senza conservarli, ritrovarli, riviverli. Bello, intenso. Capace di attivare esperienze di memoria nascoste e lontane che tornando, improvvisamente, riscaldano il cuore.

  5. Da brividi Amelia, forse nulla rimane più impresso nei nostri ricordi di quei momenti , brevi, ma fortissimi che si stampano a fuoco nella nostra mente e che ritornano , a volte, senza chiedere il permesso.

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