In occasione della serata finale del festival di Sanremo, con il piglio della maestra che era, per professione, mia madre si impadronì del televisore. Era la prima volta che provava a capire come funzionasse e si industriò per sintonizzare al meglio il canale. Intendeva registrare tutta la serata con il Geloso che aveva ricevuto in dono a Natale.
Iniziò l’allestimento della postazione-incisione: prese un tavolino, più basso del carrello porta tv, ma alto abbastanza per collocare, vicino all’uscita audio, un microfono. Poi studiò con attenzione come e quanto inclinare quel piccolo aggeggio di plastica grigiastra sostenuto dal supporto metallico e, trovata la giusta pendenza, si alzò ad ammonire: «Mi raccomando, non toccate niente!»
Il microfono doveva stare lì, immobile e attento, fino alla proclamazione del vincitore con esibizione finale, doppia perché i cantanti gareggiavano in coppia. Un cavo lo collegava al registratore che, collocato lui pure sul tavolino, raggiungeva la presa della corrente elettrica grazie a una prolunga, la quale, stesa sul botticino della sala, aspettava solo di essere di inciampo a un piede distratto, ma il pericolo fu scongiurato da allerta preventivi: «Mi raccomando, state attenti al filo!»
L’altarino poté dirsi ultimato con il posizionamento di una seggiola da utilizzare per un più comodo e preciso tocco sul tasto rec, quello rosso. La sincronia tra fine annuncio e pressione sul tasto era stata allenata nelle sere precedenti quando, al termine della correzione dei compiti dei suoi alunni, bisbigliando per non svegliare nessuno, mia madre si era esercitata a incidere (prova, pronto, prova, Maramao perché sei morto, uno due tre quattro, Mamma mia dammi cento lire ché in America voglio andar, pronto prova, Grazieeee dei fioooorrr, Guarda guarda guarda il bel pinguino innamorato prova prova pronto).
Sulla bobina di recupero si poteva sbagliare, rifare, forse anche stonare, sovrapporre rec su rec; ma la sera della finale, eh!, quella non ammetteva errori, incertezze, distrazioni, intrusioni di voci o, peggio, commenti:
«Mi raccomando, fate silenzio!»
La platea casalinga da tenere a bada era davvero esigua: papà ed io, oltre a lei che, edotta fino al minimo dettaglio sulle toilette (oggi si direbbe outfit) scelte dalle cantanti nelle serate precedenti, moriva dalla curiosità di vedere quelle della serata finale, per commentarle infervorata con sua mamma, le sue amiche e sua sorella (in ordine di frequentazione).
Le canzoni, sì, anche quelle entravano nel dibattito, ma solo in un secondo tempo. Prima, le si ascoltava – volenti o nolenti – sulla registrazione (tasto grigio, stop, indietro, riparti: tasto verde! Schiaccia il tasto verdeeee). Quella infatti fu la prima ma non l’ultima delle serate finali del festival, registrate ogni anno, fino all’avvento di nuove tecnologie. La bobina superstite è del 1971, anno in cui gareggiò Lucio Dalla con 4 marzo 1943.
Per evitare gli sfuggisse dal seno qualche nota critica a tasto rec premuto, papà optò per una solitaria lettura sulla poltrona della camera da letto: data la buona notte in anticipo onde non interrompere le trasmissioni, si dedicò agli articoli del Corriere tralasciati in prima lettura, poi al libro già tolto dalla libreria della sala (che gli serviva anche da studio) prima della diretta dalla città dei fiori; non aveva toccato niente, era stato attento al filo e – anche nell’altra stanza – faceva silenzio.
Io per una sera potevo non andare a dormire dopo Carosello e rendermi utile con il tasto rec, ma mia madre non si fidava delle mie capacità e preferì far da sola. Provai a resistere al sonno ma finii per ciondolare sulla mia poltroncina: «Vai a dormire! Non sia mai che mi crolli sul microfono».
«Allora? Chi ha vinto?»
La mattina seguente, durante la colazione, papà e io ascoltammo il resoconto. Era l’anno di Non ho l’età. Una canzone che sentii mia, subito: la imparai a memoria grazie al Geloso che accompagnò molte ore delle nostre giornate per i giorni seguenti; e per gli anni seguenti, quando il languore di amori impossibili fece spazio a un caratterino determinato che Nessuno mi può giudicare tradusse in musica: «Nemmenooooo tuuuuu». Il “tu” assumeva sembianze diverse, alla bisogna.
Impresso nella memoria è rimasto un pomeriggio passato fuori dai Vergottini in via Monte Napoleone a Milano in attesa che lei, Caterina Caselli, ne uscisse. Si era diffusa la notizia che fosse lì proprio mentre mia madre ed io eravamo a zonzo per compere. Attesa inutile, chissà se era vero, chissà da dove era passata per sottrarsi alla folla.
Impresso su una bobina che conservo gelosamente è rimasto un battibecco di quelli abituali tra papà e me sui cantanti; lui apprezzava il bel canto, amava l’opera ma anche la rivista; io ero ammaliata dal beat. È una registrazione dal vivo, senza altarini e divieti, forse mamma e papà complici. Quando voglio risentire la sua voce, il tono di quando si divertiva a farmi innervosire, per gioco, schiaccio il tasto verde.

Un antico registratore "Geloso"
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