Nel maggio del ‘44 il generale francese Alphonse Juin concesse ai suoi uomini del corpo di spedizione francese, in maggioranza magrebini, cinquanta ore di libertà come premio per aver sfondato la Linea Gustav dei tedeschi in ritirata nella Valle dei Liri. Come in passato accadde con gli unni, turchi e lanzichenecchi, l’orda brutale compì saccheggi e orrori sulla popolazione per mesi, arrivando a giugno dentro la Toscana. Nascosta dalla madre sotto il lavatoio, al buio sotto una corte di stracci, la piccola Danina non vede nulla ma sente le urla che paiono rantoli del diavolo, i rumori spaventosi dei mobili spaccati, i respiri della madre soffocati dalle risate folli degli scellerati. E anche noi lettori ci sentiamo soffocare dalla violenza di quello stupro, senza che mai sia nominato. Perché la sapienza dell’autrice Alessandra Libutti è lo scrivere di Storia attraverso gli occhi di donne che ne restano ai margini. Come gli occhi di Livia, l’io narrante, che ha scelto di restare zitella e osservare e rendere conto delle vicende della famiglia Ruggieri Buzzaglia, conti di Volterra.
E’ una famiglia di molte donne, perché il destino ha voluto che gli eredi maschi non nascano, o muoiano bambini, cosicché “Con decreto di S.E. il Capo del Governo del 7 agosto 1931 viene riconosciuto a favore di Cino il titolo comitale, per maschi e femmine.” In questo modo viene salvato il cognome e la discendenza, che deve avvenire in linea femminile. La capostipite, moglie del conte che aveva partecipato con Garibaldi alla spedizione dei Mille, uomo saggio e mite, era così delicata da svenire al profumo dei gigli e spossata dal ventre ora gonfio, ora rattrappito allo scorrere del sangue per gli aborti. Lei per prima rappresenta il dilemma insito nel ruolo materno, la maternità desiderata o rifiutata, maternità come condizione di sacrificio, immolazione di sé e annullamento di sé. Il dilemma attraversa le generazioni, sarà tramandato a tutte le donne della famiglia. L’autrice non teorizza sul tema, ma lo racconta attraverso la vita intensa delle protagoniste. Sono donne che ben rappresentano i cambiamenti della Storia. Donne che cercano un ruolo per se stesse nel mondo – la maestra indomita nella campagna maremmana, la signora sfavillante nell’alta società capitolina, la fascista irriducibile sino alle estreme conseguenze – ma che pur sempre pagano il condizionamento dell’essere figlie, mogli, madri. Sono in lotta contro il ruolo predefinito che le vuole come foglie, una uguale a mille altre, destinate a scomparire dietro le gesta eroiche o incoscienti degli uomini. Erano donne che pensavano di non poter sopravvivere senza un uomo, che sarebbero state allo sbando. E invece, come dice la pronipote ricostruendo la storia della loro capostipite moglie del conte garibaldino “siamo sopravvissute e abbiamo ricostruito ogni volta una vita e il futuro della nostra famiglia è una donna.”
Concludendo, si tratta di un libro scritto in uno stile vivace e scorrevole, e che alterna in ricca armonia dialoghi, descrizioni, salti temporali, situazioni diverse – nello svolgimento di una complessa saga familiare. Una lettura piacevole e appassionante, tra storia passata, emozioni e riflessioni attuali.

La copertina del libro di Alessandra Libutti
Alessandra Libutti Generazioni Storia d'Italia

Stupendo!
Un libro di donne,una famiglia di donna. Quasi un matriarcato!speriamo che emerga la forza che hanno le donne !
una genealogia femminile. essere donna è sempre un problema. ognuna di queste donne ha compiuto la sua lotta per dare un senso alla propria vita, ognuna a modo suo.
La storia qui riportata è molto interessante e merita di essere letta nella sua completezza. Gli accadimenti qui narrati riportano alla mia mente non solo “la storia della Ciociara” fortemente tragica nel film omonimo ma anche dei racconti delle donne vissute nelle aree dell’invasione tedesca dei territori del sud Italia, con in aggiunta i soldati americani e francesi (delle colonie) che anche loro cercavano una facilità di relazioni che le dure battaglie impedivano loro. Queste sono storie vere che ancora qualcuna tramanda da madre a figlia tra Cassino e Anagni.