L’ultima produzione letteraria di Francesco Divenuto si lega ai temi del tempo e del ricordo. Così anche in quest’ultimo lavoro, “Canto e Discanto”, pubblicato per i tipi de La Valle del Tempo. Un romanzo autobiografico nella cui trama confluiscono aspetti che afferiscono a generi diversi quali il taccuino da viaggio, il memoir famigliare e il saggio storico-artistico.
D’altra parte l’autore è stato per lungo tempo (una vita intera) Professore di Storia dell’architettura all’Università Federico II, ed è tuttora un instancabile intellettuale e punto di riferimento per gli studi sul patrimonio architettonico di Napoli, benché fin dalle prime pagine del libro egli si diverta con amara autoironia a prendere le distanze dalle pose del cattedratico in pensione. Perché accanto al Canto e al Discanto, affiora spesso tra le righe il disincanto. Ed è forse per resistere al potere corrosivo del disincanto che l’autore decide di intraprendere il suo viaggio.
Tutto muove dalla riflessione su di una circostanza particolare: il Nostro è nato nello stesso anno in cui il nonno paterno è morto. La coincidenza assume i connotati simbolici di un’ideale staffetta tra generazioni. Il rovello intorno a questo nonno mai conosciuto e trasferitosi a Napoli da Barletta per aprire un laboratorio di pelletteria e guanti sospinge l’indagine sui tanti misteri che costellano la mitologia familiare, come la presenza di un avo che avrebbe seguito Garibaldi nella conquista della capitale borbonica, o il ricordo di uno zio, proprietario di una cereria, il cui cognome sarebbe già attestato in una pianta napoletana del Seicento.
Come in ogni odissea, benché domestica, il viaggio degno di essere narrato è sempre un viaggio di ritorno: in questo caso anche a ritroso nel tempo, alla ricerca delle proprie radici in quel di Barletta. Benché la meta sia stabilita, è l’imprevisto a segnare l’itinerario, obbligando al divagare che però non è mai un allontanarsi, semmai l’insperata occasione di ritrovarsi.
Un guasto al treno impone la sosta in uno sperduto paesino della piana pugliese. Uno scambio di persona, giacché sono altri gli ospiti attesi, porta l’autore alla scoperta di una masseria trasformata in agriturismo. Qui le nuove strutture si innestano su quelle più antiche con qualche concessione alle esigenze stringenti di un comfort più moderno. Eppure il tempo decanta, tra ulivi secolari e vigne, complice la schietta accoglienza della proprietaria, la vecchia Ernestina, la prima di tante figure femminili che il viaggiatore incontrerà sul suo cammino.
Sono donne volitive che lavorano da sempre, reggendo spesso le redini dell’azienda di famiglia, sia essa una masseria, un ristorante o una piccola pensione, a dispetto dello stereotipo che le vorrebbe sottomesse o confinate presso il focolare. Protagoniste del proprio destino, anche quando esso debba essere accettato per essere trasformato in una scelta, sono madri e figlie, signore e ragazze: ancora una volta una staffetta tra generazioni, un passaggio di mano.
A bordo di una corriera e poi di un furgoncino, con una sacca come unico bagaglio, l’errare del Professore ha per tappe i grandi monumenti del romanico pugliese, la severa cattedrale di Ruvo e quella maestosa di Trani, protesa sul mare come un vascello pronto a salpare. Accuratissime descrizioni ci restituiscono nella loro complessa stratificazione questi organismi architettonici di incomparabile bellezza, ma lo studioso cede il passo quando il monumento torna a essere chiesa e centro di relazioni in cui la comunità si identifica. È con maggiore simpatia che l’autore guarda i ragazzini giocare a pallone sul sagrato, anziché lo sfoggio cafone degli eccessi di un matrimonio appena celebrato, fino a che finalmente non giunge a Barletta, al luogo d’origine, salvo poi accorgersi di non avere strumenti per portare a compimento la sua indagine. Quanti sono gli abitanti che portano il suo stesso cognome? Come rintracciarli? Forse è a questo che serve viaggiare, scoprire quanto si è o si è stati sprovveduti?
Non sembrano esserci risposte in apparenza, se non fosse che le pietre parlano e raccontano perché sono vive. Nella splendida cattedrale di Barletta, alle campate romaniche si susseguono quelle gotiche, con l’abside a corona, un nuovo linguaggio per opera delle maestranze francesi a seguito degli angioini ricompone quello più tradizionale dei lapicidi locali in una singolare armonia. In una terra che nei secoli ha visto il succedersi delle dominazioni e, allora come oggi, l’avvicendarsi delle genti in una continua e incessante mescolanza, ha ancora senso cercare le proprie radici invece di riconoscere quelle comuni?
«Che stupida pretesa. Nasciamo semi vaganti senza sapere quando e dove il vento della vita ci porterà; e quando, infine, si calmerà solo allora ci fermiamo in un luogo dove poi mettiamo le nostre radici. Anche se non sempre, poi, queste danno frutti; più spesso solo semi a loro volta portati via ed allora la giostra ricomincia verso una conclusione che non possiamo prevedere».
Autorevole e mite, divertita e malinconica, mai sovrastante, la voce dell’autore inquadra la materia narrativa in una cornice onirica. Individua nel sogno la linea del Discanto, ossia la voce contraria all’andamento uniforme del Canto, come accade nella musica medievale. Una polifonia che nasce dal contrasto e che riportata al campo dell’esperienza umana è infine ciò che ci fa amare davvero la vita.
Chiuso il libro, non sorprendetevi se sarete presi dal desiderio irresistibile di visitare la Puglia sulle tracce del mirabile romanico locale.

