Una_scorta_sfuggente

Una scorta sfuggente

L’ispettore Scamorzi – Secondo episodio

*Uno sbuffo grigio della marmitta, come un no all’invocazione di Scamorzi. Mani giunte sul volante. La minicar sobbalzò sulle ruote, spingendo via il soriano tra gli sterpi del giardino.
Il quartiere mansueto dopo cena già spegneva le prime lampadine del soggiorno-cucina. Volantini rimasti appesi alle buche delle lettere. Si accendevano le camere da letto. Perlopiù neon e led filtrati dalle tende tranne che in poche case, come quella degli Scamorzi, dove Laura e Teo accendevano TV e tablet avvolti dalla calda luce dell’abat-jour. Lei una puntata di Affari Tuoi. Lui una partita a Minecraft. Insieme nel lettone. L’ispettore aveva smesso di girare la chiave a vuoto e fissava l’Arbre Magique al limone. Nel mangianastri Raf con Self Control.
*Staccionata, lampioncini, marciapiede. Un Glovo che sgasava in strada. Nuvole opache. Avrebbe potuto chiedere uno strappo alla Bea, ma ce l’aveva con lei dopo averlo piantato per una sveltina col sig. Rossi. Scosse la testa deciso. Preferiva arrivare in hotel in ritardo. Tanto, ci era abituato. Avrebbe sfoderato un sorriso unto al direttore, dato la colpa alla vettura in panne, aperto l’agenda sul tavolino. Sì, meglio trenta Euro di taxi e tante scuse piuttosto che dover chiedere aiuto alla Bea.
Chiamò e scandì l’indirizzo, le nocche sul lunotto. La voglia di un cazzotto svanita sulla vettura.
*Sobborgo di Verona. Margini della tangenziale. Il tassista aveva già scaricato la valigetta sull’unica pozzanghera del marciapiede, Trentanove sai, Ecco la carta, Solo contanti. Davanti all’ispettore l’entrata del Seraph: una statua di angeli nella fontana centrale e faretti in neon sotto la moquette. Un valletto immobile sulla pedana girevole del portone.
*Il ritardo accumulato da Scamorzi era notevole ma giustificabile, dunque le reciproche cortesie al check-in e le scuse per l’orario riflesse sulla spilla della receptionist. Le alte vetrate irradiavano un’ombra tiepida dalla città. Sui divanetti bianchi gli avventori consumavano le proprie noie. Un carrello delle valigie veniva spinto nel montacarichi. Voci sommesse tra i corridoi. L’uomo venne invitato all’open-bar di cortesia, nell’attesa del Direttore. Sgabelli dell’ora tarda. Una donna elegante seduta a un tavolino laterale. Aromi agrumati. Al bancone di marmo lucido, Bea sorseggiava un cocktail facendo passetti avanti e indietro.
– Brava sei già arrivata. Vacci piano col Negroni.
– È un Crodino. Tutto bene?
– Alla grande. Ma perché cammini mentre bevi?
– Sto provando a fare diecimila passi al giorno.
– Ah. Ci riesci?
– No mai.
*Scamorzi si accomiatò dall’assistente dopo aver ordinato una ciotola di pinzomonio. Le aveva chiesto di fare un giro mentre lui parlava col Direttore. Si presentò dinoccolato di lì a poco, caffè fumanti in mano e un sopracciglio alzato. Capelli a spazzola. Occhiali rettangolari. Camicia bianca e pantaloni blu. Un bagliore sull’orologio d’acciaio.
L’uomo porse una tazzina a Biagio. Piacere, Piacere grazie, sedendo per spiegargli il caso. Stavano accadendo casi di furti nella struttura, eppure le telecamere di sicurezza non avevano registrato nulla. Era lecito pensare che i furti si consumassero negli unici luoghi dove le registrazioni non potevano avvenire: bagni e camere degli ospiti. I clienti si rendevano conto a un certo punto di aver perso qualcosa. Contanti, computer, un oggetto prezioso. Scamorzi osservò che di certo si trattava di una ladruncola, magari una donna delle pulizie. Lo disse a occhi socchiusi, sputacchiando un pezzo di carota sulla cravatta del Direttore, che di lì a poco lasciò l’ispettore per una videochiamata col proprietario in Texas.
*La donna elegante al tavolino laterale era l’unica rimasta nel bar. Capelli mossi castani, tailleur fango. Sorrise attraverso il gloss, ordinando un Cosmopolitan. Poi attaccò bottone mentre Scamorzi le sbirciava il polpaccio tornito, Ore piccole stasera, A chi lo dice, Con chi ho il piacere, Isp. Scamorzi salve. Buttò lì una battuta sugli hotel, lei frasi spicciole. Di tanto in tanto, la pochette illuminata all’interno dal cellulare. Infilava le dita per pigiare sullo schermo, quindi riprendeva il filo. Si chiamava Linda, lì per affari. L’accento veneto screziato da un tono del sud. Scamorzi se ne accorse e chiese curioso, la donna glissò. Ordinò due Daiquiri. Conosceva il proprietario, era ospite ricorrente. Aveva partecipato all’inaugurazione dell’hotel quando era ancora un cinque stelle. L’ispettore ascoltava, impegnato metà sul dialogo e metà sul drink. Sorbiva dal calice annuendo e la cannuccia gli finì più volte nell’occhio. Quindi chiese a Linda se ultimamente fosse stata vittima di furti, o avesse subito tentativi. Lei arricciò le labbra. Scosse lenta la testa. Ma aggiunse che il Direttore era cominciato a sembrarle nervoso da qualche tempo. Più presente nella hall, spesso di fretta e talvolta persino incazzato. Forse da un paio di settimane. E c’era una donna delle pulizie, una giovane asiatica, che proprio non le andava giù. Una mattina l’aveva beccata nella sua camera a passare lo straccio mentre parlava al telefono in cinese.
Il barman scrostava i tumbler facendosi i fatti loro, fino a quando gli venne steso un bigliettone.
– E dica, Linda. Dovrei tenere d’occhio qualcuna di queste persone?
– Sa, ispettore, qui la gente va e viene. Ma io mi concentro su chi viene.
– Bon. E ha visto movimenti strani?
– A volte. Soprattutto di bacino.
– Tipo… ballerini?
– Volesse il cielo. Direi parecchio asmatici.
*L’uomo colse l’occasione per vantarsi del proprio atletismo. Parlarono di tennis. Lei evidenziò l’importanza di idratarsi. Un’occhiata diagonale nella borsetta. Poi chiese all’ispettore se avesse voglia. Protratta verso l’altro, voce profonda e ombrellino del cocktail accanto alle labbra. Lui esitò basito, la verità inceppata tra i denti. La donna rise a gola aperta, una gamba arcuata per tenere l’equilibrio sulla sedia. Qualche secondo di silenzio, per vedere chi continuasse il discorso. Lo rassicurò passando le unghie laccate lungo il bicchiere. Sarebbe bastato un regalino. Scamorzi si diede uno schiaffo sulla fronte, scusandosi per non aver capito. Masticò un bastoncino di sedano e non disse più una parola, mentre la donna messaggiava al telefono. Finché filò via dopo una brevissima chiamata, Pronto, Ok, Arrivo. Il Daiquiri a malapena toccato, la fettina di lime sul fondo della coppetta.
Poi Scamorzi tornò alla hall. Un tarlo insistente pensando che sì, in fondo poteva andare. Laura non l’avrebbe saputo. E la cosa si sarebbe potuta occultare in nota spese. Prelevò cinquecento da un ATM sulla strada, il ventaglio arancione tra le dita sudate, tremanti come quando passava dalla morosetta per pomiciare tra i vigneti, un’idea sfumata di penombra accogliente, lui leggerissimo verso l’open-bar, in tuffo tra pizzichi del batticuore, ignorando il richiamo della receptionist e una brochure sventolata in aria. Si guardò intorno, più volte, vedendosi riflesso negli specchi del corridoio. Allora vide Linda entrare in ascensore, a braccetto con un vecchio incravattato. Lui con una mano già sul culo. Il sorriso amaro della donna a Scamorzi, dietro le porte che si chiudevano.
Frattanto Bea era tornata dal suo giro e tartagliò che aveva un’imbeccata sul caso. Faceva passetti sui mocassini e spiegava che le donne delle pulizie erano da escludere, perché i furti erano continuati durante la rotazione del personale. La ladra poteva essere un’accompagnatrice solitaria. Un’abitudinaria. Domandò all’ispettore se avesse visto qualcosa di interessante. Gli fece cenno che la receptionist aveva una mezza idea, della quale voleva parlargli in confidenza. Lui s’irrigidì valutando la risposta. Un tic sulle labbra. Rispose che no, di donne del genere proprio non ne aveva viste. Suggerì a Bea di raccogliere info in reception, mentre lui avrebbe fatto l’ultima ronda della serata. C’era una cosa che voleva controllare. La interruppe quando provò a replicare, alzando il taccuino come un paravento. E le chiese uno strappo a casa, con gli occhi sui grossi orecchini a forma di luna.
*All’arrivo in giardino, Scamorzi vide che un pacco era stato lanciato oltre il cancello. Rimbalzato accanto alla porticina della roulotte. Una spintarella. Scatto della serratura. Lo portò dentro, cercando di ricordare cosa avesse comprato. In un angolo la cesta coi panni lavati. Il letto rifatto. Svuotando le tasche, incrociò un biglietto attaccato al microonde. La calligrafia ariosa della moglie, inclinata verso destra.
Buonasera Gino.
Potrei chiederti, molto gentilmente e una volta per tutte, di non lasciare OGNI SANTO GIORNO un biglietto a Teo nella cassetta della posta?
Lo ha capito che gli vuoi bene e non ce l’hai con lui. Ma chiede sempre quand’è che torni a casa. Ogni lettera che gli lasci per me vuol dire una serie di domande alle quali non so e non voglio rispondere. Questo di certo non mi aiuta nei tuoi confronti.
P.S. spegni la luce quando vai in garage. A volte la trovo accesa e non capisco se sei ancora lì. Prima o poi rischio di chiuderti dentro.
Grazie, Laura
Scamorzi rilesse la lettera daccapo, stropicciando le palpebre collose. Uno sbadiglio a bocca spalancata. La piegò nel portafoglio, in mezzo al folto mazzo di banconote. Scansò il pacco ricevuto con la punta del piede. Lo avrebbe aperto il giorno seguente, dopo un rapido rapporto al Direttore.

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