«Ti mandiamo in collegio!» minacciava talvolta mia madre – quando la combinavo proprio grossa. Mi sembrava una cosa impossibile, soprattutto che papà fosse d’accordo a separarsi da me; ma, visto che non la smentiva, avevo iniziato a preoccuparmi. Collegio, forzatura, gabbia, divieti, fino alla camicia di forza: associazioni mentali tanto immediate quanto strampalate, come Gian Burrasca dimostrava. La minaccia era diventata presto irrilevante. E io ero rimasta birbante (per dirla con papà) come prima.
Quanto mi sono divertita a leggere il Giornalino di Gian Burrasca? Quanto mi sono immedesimata in Giannino Stoppani?
E quanto ho riso a seguire le puntate dello sceneggiato televisivo?
Avevo otto anni e me ne stavo seduta su una poltroncina di metallo e plastica verde che mia madre aveva acquistato per me, forse perché la usassi sul balcone, o per giocare, non ricordo; io mi ci sedevo a guardare la televisione, la tivù dei ragazzi con la nonna del Corsaro nero, fino a Carosello terminato, con l’eccezione di Gian Burrasca, che i genitori concordi avevano acconsentito a mostrarmi dopo avermi regalato il libro.

Era arrivato anche il disco, abituale regalo di Edvige Ferrari: amica di famiglia, collega di papà, insegnava inglese, se ricordo bene. Il viso lungo, i capelli grigi, lunghi anche loro, radunati sempre in uno chignon a banana; simpatica, buona. Ogni occasione di incontro da noi si trasformava in un regalo per me.
Viva la pappa col pomodoro, cantavo a squarciagola! Mi sentivo un fenomeno, birbante e libero.
Oggi, di fronte ai pomodori alcuni seminati, la maggior parte piantati, accuditi, raccolti e diventati la marea rossa poi imbottigliata e assaggiata [dico niente, sono di parte] non sono riuscita a evitare il ritornello; qualche vuoto di memoria sulle strofe l’ho avuto, confesso, ma che gioia infantile liberatoria cantare ancora «Viva la pappa col pomodoro»! (clicca qui) È costata impegno e fatica, ma lo rifarei. Lo rifacciamo ogni anno.
Lo so: il mondo intorno è mostruoso, i tentativi di fermare la follia imperante mossa da una sete che non conosco finiscono sempre per essere inutili, ma bisogna vivere. Dunque, scelgo di rintanarmi nel mio microcosmo dal quale agire come riesco per il bene che posso, rivolta ai miei simili più vicini, animali (prima perché inermi di fronte agli umani) e umani.
Nei miei limiti, con i miei limiti, in un territorio circoscritto.


Bello, Amelia. Io invece ero terrorizzata dal “sanatorio” (la minaccia alla mia inappetenza) che evocava in me il triste ricordo del familiare morto, appunto, a 28 anni, nel 1926, ad Arco di Trento. Ma è bella e la faccio mia completamente Soprattutto la riflessione che fai (la riporto): “il mondo intorno è mostruoso, i tentativi di fermare la follia imperante mossa da una sete che non conosco finiscono sempre per essere inutili, ma bisogna vivere. Dunque, scelgo di rintanarmi nel mio microcosmo dal quale agire come riesco per il bene che posso, rivolta ai miei simili più vicini, animali (prima perché inermi di fronte agli umani) e umani.
Nei miei limiti, con i miei limiti, in un territorio circoscritto.”
Grazie, Amelia, amica meravigliosa.
Grazie a te, Teresa amica altrettanto meravigliosa che leggo con colpevole ritardo. Sono sempre più numerose le nostre affinità…