Sogni_del_deserto_la_curandera_apache

Sogni del deserto: La curandera Apache

La giovane indiana guarda fuori dalla finestra al cielo limpido e senza nuvole. Il cane è sdraiato sotto l’ombra del pioppo davanti a casa. È una bella giornata, con un po’ di brezza, ma il cane sta bocconi nell’erba secca.
Sembra depresso. Lo porto a spasso con me, quando ho finito con le ceramiche.
Il tavolo del soggiorno è coperto di giornali vecchi. Sopra i fogli sono disposti, su assi di legno, piccoli angeli d’argilla. Deve lasciarli asciugare lentamente all’ombra, prima di cuocerli, per evitare crepe.
Tocca un vasetto di prova con il manico appuntito di un pennello. Va alle scale che portano allo scantinato e chiama la madre. Un’anziana dalla pelle scura si affaccia in fondo alle scale, con in mano le lastre dell’essiccatoio. È bassa e grassa, fa fatica a salire. “Aiutami, Buffy”.
Sua figlia le va incontro e prende le lastre. Le posa sul tavolo. La madre riprende fiato e con la spatola dispone gli angeli nelle lastre, mentre Buffy le porta giù una ad una nell’essiccatoio.
“L’infornata di ieri è pronta e impacchettata”, dice l’anziana, che si chiama Anita.
Buffy guarda il volto preoccupato della madre. “Le porto al Centro. Vedo se riesco a smuovere il cane. Sembra malato”.
“Maiko è triste perché non c’è più tuo fratello a portarlo a caccia”.
“Ci va da solo a caccia di porcospini. La settimana scorsa è tornato dalle sue scorribande col muso coperto di aculei”.
“Mettigli il guinzaglio. Non abbiamo soldi per portarlo dal veterinario un’altra volta”.
Buffy stacca il guinzaglio da un chiodo nel muro. “Se glielo metto, mi tocca trascinarlo a forza”.
La madre è intenta a ripulir la tavola e non risponde. Buffy scende a prendere il pacco di angioletti cotti, lo mette nello zaino capiente di suo fratello Tony ed esce dallo scantinato in cerca del cane. Maiko è un bastardino che Tony ha trovato. L’ha chiamato con la parola navajo per “lupo”, ma avrebbe dovuto nominarlo “Flojo”, perché è fiacco e pigro.
Il cane è ancora sdraiato sotto il pioppo. È facile mettergli il guinzaglio, ma non tirarlo su. “Dai, Maiko, muoviti! Ti porto da Lisa”.
È proprio depresso. Non posso trascinarmelo dietro. Se mi strattona, danneggerà le terrecotte.
Buffy si china e gli toglie il guinzaglio. Il cane guaisce e muove la coda. Buffy lo lascia perdere e si avvia sulla strada. Il cane la guarda allontanarsi sotto il sole.
Pensa che sono depresso perché lei è depressa. Le famiglie mezzosangue sono deprimenti. La nonna di Anita s’innamorò di un ‘Buffalo Soldier’, che la lasciò dopo averla messa incinta. Tony è fuggito in città per studiare, non torna nemmeno per le vacanze. E a me tocca stare con tutte queste donne sole.
Il pueblo Walatowa s’affaccia sul serpente d’acqua del fiume Jemez, fra montagne di pini Ponderosa e scogliere di pietra rossa. Vicino al Centro Visitatori c’è la famosa muraglia “Red Rocks”, ma i turisti che arrivano da Bernalillo la mancano, nascosta com’è dagli alberi.
La madre di Buffy, come sua nonna prima di lei, è un’artigiana esperta e, da quando è stato costruito il Centro, lo rifornisce di souvenir in terracotta. I negozi di Santa Fe ne ordinano grandi quantità per la stagione invernale, quando in New Mexico arrivano gli sciatori. Ci sono negozi specializzati in regali natalizi aperti tutto l’anno, con presepi di terracotta in miniatura, statuine da appendere all’albero, e ora la moda degli angioletti, che vendono più delle bambole ‘storyteller’. Costruire una ‘storyteller’ richiede un lavoro lungo e complicato, con più pezzi incollati insieme. Gli angioletti sono di rapida fattura, e vanno a ruba.
Buffy arriva al Centro e cerca la sorella. Lisa riceve i turisti dietro la lunga vetrina del Museum Shop. Sembra ispanica, col suo viso rotondo e la pelle d’una tonalità più chiara rispetto a quella della famiglia Fragua. Anita, per rimediare ai danni della nonna, aveva sposato un mezzo ispanico. Sono nati tre figli, la più grande Elizabeth quasi bianca, Tony e Buffy scuri come la madre. Il soprannome Buffy è cominciato a scuola, forse in memoria del bisnonno soldato. Il vero nome di Buffy è Maria, ma il ‘Buffalo’ è l’animale sacro agli indiani, e Maria lo preferisce al nome cristiano.
Buffy ha protestato quando la madre ha iniziato la produzione di angioletti, ma una famiglia di tre donne sole non ha altro mezzo di sostentamento. Le ‘storyteller’, le bambole che cantano, non le sfamerebbero. Nella vetrina del museo ci sono esemplari di queste terrecotte tipiche del suo pueblo, ma il mercato chiede angeli per turisti New Age.
Lisa fa un cenno alla sorella e, da una porta laterale, entrano nel magazzino del Centro. Lisa posa il pacco su un tavolo e lo apre, estraendo le terrecotte una ad una, delicatamente. “Buffy, quando ti decidi ad andare alla clinica di Albuquerque?”
“Ho bisogno di lavorare per comprare l’auto, te lo sei scordata?”
“I gruppi sono gratuiti, e anche la consulenza”.
“Se vado in città, chi aiuta la mamma col lavoro?”
“Devi pensare a te stessa. Non puoi fare la reclusa. Devi uscire e farti aiutare”.
“Lisa, ti sei accorta che la mamma non ce la fa più a fare le scale? È lei che ha bisogno di farsi curare”.
“Se continui a ignorare i tuoi problemi, non troverai uno straccio di marito. Non qui nel pueblo, dove sanno tutto”.
“Non resterò qui in eterno, e non voglio sposarmi comunque. Una volta mi è bastato”.
Lisa sospira. “Se non vuoi andare alla clinica dei bianchi, vai da una ‘curandera’. Ti avevo detto dell’Apache. L’hai cercata?”
“No”. “Sei proprio testarda. Ci vediamo a casa”.

21 Patrizia Immagne Da Mettere In Mezzo Al Testo
“White Buffalo Woman”, immagine IA

Buffy Fragua
I giorni passano, tutti uguali. Mi sveglio, mi vesto degli stessi stracci, mi deprime subito la vista delle unghie dei piedi. Crescono veloci come gli anni, e non ho l’energia di tagliarle, di fare le piccole cose del tran-tran quotidiano. Lavarmi i capelli, lavarmi i denti, spazzare e dare lo straccio in casa. Mi sveglio con una pietra sul petto. Vorrei non svegliarmi. Il mondo è un peso insopportabile.
Quando Lisa mi chiede di uscire di casa o dal Pueblo, ho attacchi di panico. Mi vergogno del mio aspetto trasandato, sento di non valere niente. Non voglio essere vista. Mi trascino per le stanze, la mia vita non ha più senso. Quando la mamma si sveglia, mi distraggo ad aiutarla, il lavoro delle ceramiche mi dà una parvenza di utilità. Il mio corpo vive per inerzia. Lo spirito è già nel limbo dei miscredenti, né morto né vivo.
Che cosa posso sperare ormai? Le cose per me non miglioreranno. Ho perso interesse per tutto. Quando ho provato interesse per qualcuno, mi sono spaventata ancora di più. Anche dopo Jeff mi sentivo così, senza speranza. Quando sei depressa non ricordi i periodi della tua vita in cui le cose andavano bene e stavi bene. Interpreti male quel che la gente ti dice. È una spirale senza fondo.
Domenica mattina mi sono fatta trascinare da Lisa a cercare la curandera Apache Mescalero, che vive in una roulotte sul crinale di un monte a sud di Albuquerque. Si chiama Nasha Bigrope, ma quando siamo arrivate non c’era, era andata a cavallo nei boschi. Ci ha ricevuto una donna che l’aiuta con gli animali. Ne ha parecchi, tra pecore, capre, asini e tre cavalli. Ha anche dei cani, che hanno abbaiato al nostro arrivo. Come fa a sfamarli tutti, ho pensato.
L’aiutante dice che Nasha vive con poco, che la nonna le ha insegnato a fare cesti con legno di salice, pioppo, yucca, e che ogni tanto la chiamano per le ‘sweat lodge’, le capanne sudatorie.
Ci ha fatto entrare in una legnaia accanto alla stalla, dove la curandera tiene i materiali raccolti nel bosco. Su un lungo tavolo di assi c’erano dei cestini con intrecciate figure di serpenti, tartarughe, cervi, e ognuno raccontava una storia, ogni cestino e ogni storia dava guarigione.
L’aiutante ci ha detto che Nasha Bigrope si era ammalata di polio da piccola, ma la nonna l’aveva guarita con le erbe e la corteccia di salice. Ci ha detto che “Nasha”, in lingua Apache, vuol dire civetta. L’hanno chiamata così quando ha cominciato a raccogliere animali selvatici e civette intorno a casa.
“Ma le civette non si addomesticano…” ho detto io. La mia vera obiezione era che gufi e civette sono uccelli della notte e della morte, ma l’ho solo pensato, senza dirlo, per non attirare il malaugurio su di me.
“Nasha sa addomesticare le civette, anzi, sono loro che vengono a cercarla”.
“E non si spaventano, con tutti questi animali?”
“Ce n’è una che Nasha ha preso fin da piccola, che vola sul tetto della roulotte, dove c’è un posatoio con cibo fresco per lei, e i cani non abbaiano, perché la conoscono. Altre civette le vanno incontro nei boschi, forse le dicono cose che a noi farebbero paura”.
“Le dicono chi morirà?”
“Non so. Nasha dice che la civetta la protegge, e difatti nessuno si è mai avvicinato al nostro campo, nessuno le ha mai dato fastidio”.
“Noi indiani siamo superstiziosi,” ha detto Lisa, “ma i bianchi non si fanno spaventare da un uccello”.
“Nasha non ha paura di nulla. Se parla con gli uccelli della notte, vuol dire che non ha paura della morte,” ha detto l’aiutante guardandomi dritta negli occhi.
Lo scalpitare di un cavallo ci ha interrotto. Nasha era tornata, tutta sudata, con un fascio di steli di erba del deserto legati alla sella e stoloni di fragola raccolti in un cesto. Si è fatta aiutare a smontar da cavallo e ha dato le briglie alla donna, che ci ha presentato.
Nasha è piccola, un po’ in carne, ha la faccia rotonda e gli occhiali. Ci ha fatto sedere all’aperto, sotto l’ombra di un grande pioppo, con gli animali che pascolavano intorno. I cani, che prima le avevano fatto festa, se ne stavano accucciati davanti alla roulotte, come guardiani.
Mentre Lisa spiegava perché eravamo venute, si è levata una brezza fresca, che scuoteva la chioma del pioppo. Le foglie fremevano, e anch’io ho lasciato che il vento mi entrasse sotto il vestito, per un attimo ho sentito la mia pelle viva.
La curandera mi ha guardato coi suoi occhi miopi, ma io non ho aperto bocca. Fissavo la sua maglietta colorata, coi simboli delle quattro direzioni. Non volevo sperare ancora, e poi avere un’altra delusione. Nasha ha ascoltato Lisa, poi si è rivolta a me. “Buffy, perché fai parlare tua sorella?”
“Non so che dire. Parlare del passato mi fa stare peggio”.
“Non puoi rifiutarti di ricordare per non soffrire. La medicina è già presente dentro il dolore. Ascolta il tuo dolore, Buffy. Scoprirai che la medicina è sempre stata lì”.
Ho scosso la testa come una bambina disperata che non vuole la medicina amara.
“Potevi andare alla clinica dei bianchi, o dai preti, ma sei venuta qui. Le religioni ti dicono che cosa fare, ma io non te lo dirò. Dipende da te, la guarigione”.
“Sì, voglio guarire. Voglio farlo con la mia gente”.
“Se vuoi, posso aiutarti ad affrontare il passato, per liberarti. La tua anima ha subìto un trauma, è stata contaminata da chi ti ha fatto del male. Prima devi purificarti. Terrò una sweat lodge per te e la tua famiglia. Dovete esserci tutti”.
Ho provato sollievo. Stavo quasi per piangere quando ha detto che ero stata contaminata. Anche Lisa era sollevata. Poi, nel viaggio verso casa, ho ricordato quel che la curandera aveva chiesto: “Dovete esserci tutti”.
Ho detto a Lisa: “Come facciamo a convincere Tony? Non verrà mai!”
Lisa mi ha detto che andrà a trovarlo subito e lo riporterà a casa per la sweat lodge. Ma io so che lui non verrà. Ne ha avuto abbastanza dei guai della sua famiglia disgraziata.

“Sogni del deserto” è un mosaico di storie e di personaggi che il destino, la strada e l’amore fanno incontrare. Trovi i racconti precedenti cliccando sul nome dell’autrice.

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