Se 1526 pagine vi sembrano poche, potete prendere in considerazione di leggere Max, Mischa e l’offensiva del Tet. Qualcuno potrebbe pensare: comincio da pagina 500, così almeno entro subito nel cuore del racconto. Ve lo sconsiglio. Non è che cominciare dalle prime pagine sia il massimo, perché prima di appassionarmi ne ho girate almeno 50. Di solito, se ne leggono due o tre e poi si decide se rimetterlo in libreria. Questa volta, data la mole, ho resistito un po’ di più.
Il fatto è che leggere questo libro è fastidioso. Non per la scrittura dell’autore, ricca e inesauribile come poche, ma per il peso del volume. L’ho pesato. 1 chilo e 259 grammi. Il dorso è di 5 cm e un po’ di millimetri. Chi ha letto Se una notte d’inverno un viaggiatore ricorderà che Calvino consiglia di mettersi comodi su una poltrona o su un divano. Ma tenere in mano questo libro è davvero complicato. Si prova una posizione, poi un’altra, senza mollare la presa. E quando si volta pagina, l’onda della pagina rivoltata, dato lo spessore del dorso, impedisce di leggere l’inizio delle righe. Allora bisogna prendere tutto il volume, dargli una bella strigliata per aprire bene le pagine e riposizionarsi. Insomma, se non valesse la pena di leggerlo, chi si sottoporrebbe a tutto questo?
Di che parla? Di tante cose, di teatro, di musica, di cinema e non solo, e non sarò certo io a dirvele tutte. Posso assicurarvi che certe pagine sono davvero interessanti. Non l’ho ancora finito e, se aspettassi di arrivare in fondo, ne parlerei non prima di un anno, ma poiché mi piace tanto, mi sembra un peccato aspettare così a lungo. Voglio però soffermarmi su un aspetto particolare. Il libro non è un’autobiografia, eppure l’autore proietta molto di sé nel protagonista: un ragazzo strappato in tenera età alla terra in cui è nato e portato a vivere in America, perché i genitori hanno deciso di trasferirsi. È una storia comune a molti, a tutti quelli che per un caso del destino devono lasciare il luogo d’origine e ricominciare molto lontano. Li chiamano emigrati. Oggi non si fa che parlare di emigrazione e di remigrazione, insomma del fatto che chi è venuto da un posto dovrebbe tornarsene da dove è venuto. Ma il personaggio, dopo un ragionamento, conclude che no, la parola emigrato non va bene. Per chi viene strappato dalla terra dove è nato la parola giusta è esule: “perché i bambini non emigrano, vengono costretti all’esilio”. A qualcuno parrà una sottigliezza; a me è sembrata un’osservazione acuta. Un’angolazione che dà alle pagine successive una luce particolare, quella di chi sa che da certe ferite non si guarisce. L’autore si affida a una scrittura torrenziale, a un flusso continuo che si muove in mezzo a elementi apparentemente insignificanti per farne scaturire, all’improvviso, pensieri di verità disarmante.
Mi auguro che non vi pentiate, se doveste iniziarlo. In fondo 28 euro per un chilo e 259 grammi è quasi un affare. Poi nulla vale il piacere di averlo sul comodino o dove vi pare: vi farà compagnia per mesi interi. Se soffrite d’insonnia, è l’ideale: invece di alzarvi e rimettervi a letto cinque o sei volte ogni notte, provando a leggere qualcosa di noioso, resterete svegli a leggere fino al mattino. Con Harstad non vi addormenterete.
Johan Harstad – Max, Mischa e l’offensiva del Tet – Sellerio

