A una condizione: una storia di donne

 

Si percepisce il fruscio dei passi in punta di piedi, il rumore delle porte aperte e accostate con cautela, i sussurri. Si inala il profumo di cera, quello dei detersivi delicati, l’odore delle candele e dei lumi a petrolio, gli aromi di una cucina curata. Sembra di toccare i tessuti, le sete, i pizzi, il cotone fresco di bucato. Si va alla ricerca dei dettagli. A poco a poco gli spettatori prendono possesso della bella dimora del notaio André e scena dopo scena ne scoprono i segreti. Perché, come nelle migliori storie, niente è come appare.

Siamo in Normandia, corre l’anno 1908. Una provincia chiusa, diversissima dalle trasgressioni parigine. La Rivoluzione è lontana e molte vecchie gerarchie sono rimaste intatte. Nessuno può ancora immaginare le tragedie che sconvolgeranno l’Europa nel secolo appena iniziato. È un tempo che sembra sospeso, in cui ci si illude che tutto possa continuare così.

André divide con la moglie Victoire il signorile palazzo, curato da due domestiche, la giovane Céleste e la matura Huguette. Al piano superiore, chiusa in una stanza da cui non esce mai, l’anziana madre di André, inferma o forse solo inacidita. Non parla e comunica scrivendo con un gessetto su una lavagna. Sono sempre frasi feroci, che hanno come bersaglio privilegiato il figlio.

In quell’ambiente borghese, che è la nuova aristocrazia di Francia, a contare sopra ogni cosa è l’apparenza, che è anche un sistema di potere: protegge gli uomini, impone alle donne di adattarsi. E il film fa cadere il velo del perbenismo in cui sono cresciute le generazioni dei nostri avi.

Ci sono tanti modi per raccontare il passato, qui lo sguardo del regista è scintillante: la messa in scena è perfetta, fedele ai costumi del tempo, l’illuminazione è quella naturale o dei lumi, eppure non si cade mai nella calligrafia. Perché il regista riesce a raccontare la storia con la sensibilità e gli occhi di oggi. Con discrezione, con pennellate leggere, come quando la padrona di casa chiede di stringere sempre più il corsetto che si trasforma in una gabbia. Non ci sono condanne, non ci sono censure, solo la voglia di capire quella società, con equilibri che non potrebbero esistere senza le crudeltà che li supportano.

Victoire è una moglie a modo, che cerca di adeguarsi a un conformismo che nel profondo non le appartiene. Ma i codici che deve rispettare non le permettono di ammetterlo nemmeno a sé stessa. Fra lei e il marito il rapporto è formale, molto freddo. Victoire cerca ogni scusa per non onorare il dovere coniugale e il marito, come fosse la cosa più naturale del mondo, visita la camera della giovane cameriera. Lo considera un suo diritto e allora in tanti la pensavano così.

Quando Céleste resta incinta, con una mossa imprevista Victoire propone una “condizione” (La condition è il titolo originale del film) al marito: André e Victoire cresceranno il bimbo, facendolo passare per loro e non licenzieranno la domestica. In cambio André dovrà rinunciare ai rapporti sessuali con la moglie.

Da qui comincia la parte più delicata e originale dove si racconta con estremo pudore la nascita di un rapporto di sorellanza fra le due donne. La serva e la borghese, la donna colta e quella che ha imparato solo dall’esperienza, chi è cresciuta nei privilegi e chi ha conosciuto la fatica e la violenza. Sono ancora una volta i dettagli a costruire il quadro, le frasi accennate, gli slittamenti progressivi di emozioni che prendono forma.

Fino a trasformare la relazione fra Victoire e Céleste nell’unico rapporto autentico di quel contesto artefatto e ostaggio dell’ipocrisia.

Tutti i protagonisti hanno scarsa consapevolezza del loro essere, vivono come avevano vissuto i loro genitori, non c’è spinta al cambiamento, non c’è voglia di rivoluzione. Esiste solo la replica fedele del passato. André non si rende conto di essere uno stupratore, le domestiche considerano inevitabile  la loro condizione di inferiorità. In quel mondo immobile, che ha ristabilito le regole del passato, secondo una morale rigorosa, irrompe il luminoso rapporto fra le due donne, segnale di una prima incrinatura. E noi ben sappiamo che non finirà lì.

Il film è in lizza per i César, gli Oscar del cinema francese.

Nel silenzio delle stanze

Di Jérôme Bonnell

Con Swann Arlaud, Galatéa Bellugi, Louise Chevillotte, Emmanuelle Devos

Nelle sale dal  29 ottobre

 

           

 

 

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