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Società

Italiano e siriano

ANWAR SAFFI
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Sono l’italiano,
Non italiano.
Sono l’immigrato,
Non immigrato.

Di mestiere feci
Il paroliere.
La Nannini cantò
Per me,
E si incantò
Della mia bellezza.
Feci anche il medico, L’ingegnere,
E l’export manager.
Fui molto bravo.
Ma questo fu
Un secolo fa.

Adesso c’è lui:
Il califfo
Fa parlare di me:
Sono un terrorista.
Sono brutto
E cattivo.

Il califfo mi ha rubato
Il mio divano,
La mia casa,
Il mio spazio,
In patria.
In Italia,
In Siria,
Dovunque.

Nei Tg mi trovate
Nelle discoteche,
Negli aeroporti,
Ad uccidere.
Faccio stragi,
Ovunque
Di innocenti,
Come lo sono Io
Innocente,
Ucciso
dal califfo.
O annegato
Nei mari.
E se fossi fortunato
Mi si trova
Nelle tende
Nei campi
Ai confini
Di Un umanità
Che non c’è più.

Non sono più
L’italiano.
Non sono più
il siriano.
Sono solo un pseudo.
Faccio di tutto,
Il terrorista,
Il musulmano,
L’indesiderato.
Sono un pasto
Per i media.
Sono un pretesto.
I populisti,
Ovunque,
Mi chiamano.
Non solo in Italia.
Non solo in Europa.
Adesso anche
In America.

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ANWAR SAFFI
ANWAR SAFFI

Italiano di origine siriana. Cittadino del mondo. Nato due volte, a Damasco e in Ancona dove si è formato professionalmente. Si definisce un ponte tra l’Oriente e l’Occidente. Fuori dalle pagine scritte ha usato la parola per promuovere l’industria del mobile italiano nel Medio Oriente, ma non solo. Attualmente vive a Dubai, e semmai dovesse morire fuori dal Bel Paese, vorrebbe essere sepolto nel Cimitero di Tevernelle del capoluogo marchigiano, a testimonianza dell’amore eterno che ha per l’Italia, costruendo così l’ultimo mattone del ponte che lo ha visto ambasciatore di culture nonché sognatore.

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