Sofia Loren bocciata

Carlino, il fotografo, si era fatto costruire dal falegname un uovo di legno, con una impalcatura grande abbastanza da contenere un bambino. Era in realtà un mezzo uovo, dentellato tutt’intorno come un uovo rotto. L’aveva fatto verniciare di bianco, con una scritta azzurra in diagonale: “Buona Pasqua”. Un mese prima delle festività pasquali, caricò l’uovo in auto e fece il giro degli asili di campagna. L’ultimo asilo era in cima a un monte, poche case arroccate intorno ai ruderi di un’antica torre romana. Sul prato dietro l’asilo posizionò il mezzo uovo candido e il treppiede per la fotocamera contro lo sfondo delle forre scure.
La maestra era uscita sul prato e cercava di tenere in fila ordinata i bambini che si accalcavano per vedere la novità. Carlino li mise uno alla volta dentro l’uovo, come pulcini. Tutti pigolavano e ridevano divertiti. Quando toccò a Martina, si fece calare dentro l’uovo controvoglia e, nonostante le insistenze del fotografo, non sorrise per lo scatto. Aveva un grembiulino a quadretti e un caschetto di capelli biondi.
In quegli anni, le campagne si stavano spopolando, e anche il padre di Martina finì per trovare un lavoro in città. Il trasloco fu sfiancante. Ammucchiarono i mobili su un camion e padre madre e figlia, seduti davanti col camionista, viaggiarono in silenzio fino ad un anonimo appartamento di periferia. Nella nuova scuola elementare, Martina era intimorita dalle ragazzine di città, spigliate e loquaci. Nella foto di classe, anno dopo anno, mantenne il broncio dell’asilo. Quando la foto arrivava a casa, sua madre commentava: “Martina, perché sei l’unica che non sorride mai?”
Quando passò in prima media, Martina dovette alzarsi mezz’ora prima, perché la strada da fare a piedi era più lunga. L’Istituto era un palazzo nel centro storico. La nuova classe era piena di facce mai viste, ragazzine timide dalla campagna, vestite alla buona, e questo la rincuorò. Già dai primi giorni, Martina era così allegra che, ad ogni sua battuta, rideva tutta la classe di gallinelle ruspanti.
Un giorno la preside portò in classe una ragazza nuova, Sofia, ripetente. Non aveva l’aria innocente, infantile. Era più alta, aveva i seni sviluppati, e camminava scodinzolando come un gatto. Martina guardava dal suo banco il profilo col naso a ronchetta, gli occhi a mandorla, i folti capelli bruni. Una piccola Sofia Loren. Non aveva i tratti rustici delle altre compagne, pareva sofisticata e misteriosa. Martina era disorientata dalla sua presenza quasi adulta. Le compagne protestavano: “Dai, Martina, facci ridere! Fai l’imitazione della preside! Della prof di Italiano!” “Non sono in vena,” rispondeva scontenta.
Nei pomeriggi di bel tempo, le amiche si ritrovavano nei viali di periferia quasi deserti. Portavano i pattini a rotelle e si sbucciavano ginocchia e gomiti sull’asfalto. Martina non si divertiva più. Sperava di incontrare per caso Sofia, e di mostrarle quanto era brava a pattinare. Ogni tanto buttava lo sguardo verso la fine del viale alberato che saliva verso il centro abitato. Sofia stava lassù, all’incrocio tra la via dei Portici e la Provinciale. Martina lo aveva scoperto tornando una domenica dalla messa. Aveva visto la compagna scendere la strada che s’inerpicava verso la Rocca medievale. Era vestita elegante, le aveva accennato un saluto, ma senza la familiarità che c’è tra compagne di classe.
Martina non capiva il proprio malumore, la smania di fare amicizia con quella ragazza strana. Sofia non stava attenta in classe, faceva solo atto di presenza. Era evidente che aveva la testa da un’altra parte e che sarebbe stata bocciata di nuovo. Il pensiero disturbava Martina a tal punto che un giorno si decise ad avvicinarla, dopo un’altra interrogazione finita male.
“Scusa, Sofia, non avevi studiato o non volevi parlare?” Sofia Loren posò gli occhi a mandorla su di lei, tranquilla come se nulla di grave le fosse successo, e accennò di sì col capo. Era sorpresa che quella ragazzina volesse parlarle. Nessuna lo faceva.
“Insomma, io non sono una cima, ma in certe materie vado benino. Se vuoi, posso aiutarti a studiare”.

Sofia si voltò a guardarla meglio e le sue labbra voluttuose si distesero in un sorriso. Notò l’improvviso rossore sul volto paffuto dell’amica e parlò: “Va bene. Vuoi venire oggi pomeriggio a casa mia?” Martina accennò di sì col capo e fuggì verso il suo banco mentre suonava la campanella di fine intervallo.
Nel pomeriggio, Martina indossò il vestito della domenica, le scarpe di vernice rossa, e chiese alla madre di poter usare la cartella di cuoio del padre. La madre, sorpresa, le disse: “È solo una compagna di classe…” Lesse l’ansia negli occhi della figlia, svuotò la borsa del marito piena di documenti, e gliela porse. Martina ci infilò dentro l’antologia di Italiano, il suo quaderno, penna e matita, si pettinò i capelli ed uscì di corsa. In bicicletta, attaccò la salita del viale pedalando furiosa, poi si calmò, perché non voleva arrivare in centro tutta sudata. Traversò a piedi l’incrocio pericoloso sulla Provinciale e si diresse verso quella casa che tante volte aveva occhieggiato.
Sofia la ricevette in ciabatte, col vestito a fiori che Martina aveva intravisto sotto il grembiule nero della scuola. La portò in sala, senza presentarle nessuno. Si sentivano voci di donne, da un’altra stanza. Su un mobile di legno scuro spiccava un “mangia-dischi” arancione, e accanto una valigetta colorata piena di dischi 45 giri. Sofia seguì il suo sguardo: “Ti piace il mio nuovo giradischi?” E le mostrò dischi di Bobby Solo, Gigliola Cinquetti, Sylvie Vartan, Dalida. Accanto ai dischi c’era una pila di riviste sui divi del cinema. “Che cantante ti piace? Te ne faccio sentire qualcuno…”
Martina odiava le canzonette sdolcinate e i divi del cinema, sempre a sbaciucchiarsi in pubblico, sui cartelloni pubblicitari. Allarmata, si affrettò a dire: “No, dobbiamo studiare”. Sofia fece una smorfia. “Vuoi essere bocciata un’altra volta?” “Tanto non mi servirà studiare. Io voglio fare l’attrice”.
Martina spalancò gli occhi. “Anche le attrici devono avere un’istruzione,” disse a bassa voce. Sofia prese l’antologia di Italiano e la lasciò cadere sul tavolo. “Che cosa ha dato per domani?” “L’Iliade”. “Capirai!..” Sospirando, Sofia aprì il volume, che tra le sue mani svogliate sembrò un mattone da un quintale. “Mi fai il riassunto di quel che abbiamo letto in classe? Io non ricordo niente”. Martina, paziente, seguendo la trama sul libro, parlò di Criseide, la troiana tenuta come concubina da Agamennone, il capo degli Achei.
“La troiana concubina! Questa me la ricordo!” esclamò ridendo Sofia.
Allora Martina pensò che, se le avesse raccontato la storia dell’Iliade in chiave umoristica, forse la compagna avrebbe memorizzato abbastanza da prendere la sufficienza. Tirò fuori tutta la sua capacità istrionesca facendo imitazioni di Achille furioso, e di Agamennone prepotente, che aveva offeso un sacerdote di Apollo, provocando lo scoppio della peste nel campo dei Greci. Sofia era divertita, rideva forte piegata su sé stessa, tanto che la madre si affacciò alla porta della sala: “È così che studiate voi due?”
La mattina dopo, in classe, la prof di Italiano chiamò alla cattedra: “Fabbri!” Sofia si alzò col suo passo indolente da gatta mortalmente annoiata. Martina se la divorava con gli occhi, senza capire che cosa avesse di tanto speciale. Sofia ricordò quasi tutta la trama del capitolo dell’Iliade assegnato, anche se l’aveva ascoltata una sola volta. L’insegnante, stupita, le diede un sette, che recuperava il quattro della volta prima, poi le chiese: “Ti sei decisa a studiare, finalmente?” Sofia sorrise. “È merito di Martina, che mi ha tenuta sui libri tutto ieri!” “Bene, allora continuate così. Brava Martina”.
Con gran fatica, e a scapito della propria preparazione, Martina riuscì a fare riduzioni umoristiche dei capitoli di Storia, di Geografia, di Italiano, ma su Matematica si arenò. Per fortuna Francese era una materia che piaceva a Sofia, perché l’aveva imparato un po’ ascoltando le canzoni di Sylvie Vartan. E poi, diceva, se non fosse riuscita a diventare attrice, poteva sempre fare la cantante.
Martina si rassegnò al fatto che l’amica era troppo diversa da lei. Tra un ripasso e l’altro, doveva sopportare una canzone strappacuore sul giradischi, o guardare le foto sdolcinate dei divi del cinema avvinghiati tra loro. Non voleva ammetterlo, ma si annoiava a morte, e sopportava in silenzio. Perché aspettava sempre con ansia di andare a casa sua, e poi se ne tornava delusa, ma pronta a ricominciare il giorno dopo?
Quando portarono le pagelle del primo quadrimestre, Sofia aprì la sua sul banco e, visti metà dei voti sufficienti, si alzò e corse ad abbracciare Martina, davanti alla classe. La strinse forte, e allora Martina capì di aver atteso quell’abbraccio da tutta la sua breve vita. Era così commossa che avrebbe pianto. Si accorse all’improvviso che le canzonette melense di Sofia avevano un senso. “Da una lacrima sul viso, ho capito molte cose…” Le cose stavano così: Martina era innamorata di una squinzia ripetente e un po’ vanesia. Ma Sofia non era innamorata di lei, era solo grata.
Il malumore di Martina crebbe insieme al languore e al desiderio invincibile di essere ancora abbracciata. Resisteva ogni giorno eroicamente. L’unica speranza di porre fine a quel tormento era che Sofia fosse bocciata, così non avrebbe più potuto rivederla, nemmeno con la scusa di fare i compiti. Provò a diradare le visite pomeridiane, che le causavano tanto strazio. Sofia era allarmata, non voleva perdere la sua amica preziosa. “Che cos’hai? Sempre con la faccia scura. Non fai più ridere!” “Sono infelice,” sospirava Martina, ma non si sbottonava più di così. “Sei innamorata di qualcuno che non ti ricambia? E dai, dimmelo!” “Macché! Ho solo la luna storta”.
Le vacanze di Pasqua arrivarono presto. La scuola organizzò una gita a Verona. La mattina sul pullman Martina andò a sedersi dove capitò, senza cercarla. Quando Sofia salì, percorse tutta la corriera per trovarla e la sgridò perché non le aveva tenuto il posto. La compagna seduta accanto a Martina si alzò subito: “Per carità, fate largo alla coppia reale!” Sofia non si offese, si sedette allegra accanto a Martina e commentò: “Che scema!”
Andarono a visitare l’Arena di Verona, poi pranzarono in un ristorantino vicino a Piazza delle Erbe. Il pomeriggio lo passarono a visitare la casa di Giulietta e la prof d’Italiano, raccolte le ragazze sotto il famoso balcone, raccontò loro la storia infelice con Romeo. Martina guardava il balcone e pensava che non andava bene fissarsi così con un’altra femmina. Poi si rassicurava pensando che non le piacevano i maschi, ma neppure le altre sue amiche. In cuor suo sapeva che era una storia impossibile, condannata in partenza.
Sofia le confidò sul pullman che non aveva ancora un Romeo perché i ragazzi tracagnotti della loro città le facevano pena. “Io voglio incontrare uno come James Dean, come Elvis Presley”. “Allora stai fresca!” commentò Martina, contenta che almeno Sofia non amasse nessuno.
“Devo andarmene via, altroché!” disse l’amica. “E dove, a Hollywood?” rispose Martina.
“Sei diventata acida, ultimamente. Credevo di aver trovato un’amica sincera”. Martina non rispose. Capiva la solitudine di Sofia, ma non riusciva più ad esserle amica.
Dopo aver cenato in una pizzeria del centro, il pullman le portò all’hotel, e la prof d’Italiano distribuì le chiavi delle stanze. Sofia e Martina finirono accoppiate in una camera con due letti. Martina era smarrita. Non aveva previsto tanta intimità. Per fortuna il bagno era fuori stanza e, quando l’amica uscì, si spogliò in fretta e fu sollevata che sua madre le avesse messo in zaino il pigiama nuovo. Sofia rientrò in camera con un babydoll tutto pizzi. Martina evitò di guardarla. Odiava i babydoll e i pizzi. Il cuore le batteva così forte che ebbe paura. Il suo corpo reagiva come non fosse più suo. Era imbarazzante.
“Che fai, dormi?” chiese l’amica. “Ancora è presto per dormire!” Martina non rispondeva. Aspettava che l’agitazione passasse, per non tradirsi. Quando fu certa di non avere la tremarella nella voce, disse: “Sono stanca. Buonanotte”. Provò a regolarizzare il respiro, a rilassarsi e addormentarsi, ma ottenne solo un rilassamento non voluto. Un peto sonoro le uscì sotto le coperte.
Sofia si sollevò di scatto sul letto e scoppiò in una risata isterica. Martina si sentì morire. La vergogna cresceva in proporzione alle risate dell’amica. Stoicamente decise di ignorarla e finse di dormire. Dopo un po’, rimasta senza fiato dal ridere, anche Sofia tacque. La mattina dopo si comportarono come se nulla fosse, e sul pullman, al ritorno verso casa, Martina si sedette accanto a un’altra compagna e Sofia la lasciò stare.
Con la morte nel cuore, Martina rifiutò tutti gli inviti ad andare a studiare insieme. Sua madre la vedeva sempre più sola, chiusa in casa sopra i libri, col muso lungo, taciturna, infelice. Martina si aspettava che la storia finisse male, ma non in modo così penoso. Sofia l’avrebbe ricordata solo per quella sera a Verona, e avrebbe riso di lei con James Dean. La vita era un amaro disinganno, una promessa d’infelicità.
Vedendo che la figlia s’incupiva ogni giorno di più, un pomeriggio la madre le chiese: “Cosa c’è che non va? Non vai più a studiare dalla tua amica?” “No”. “Avete litigato?” “No”.
Martina aveva il cuore pesante e se non si sfogava almeno con sua madre, sarebbe soffocata dal dolore. “Mi sono innamorata”. La madre la trasse a sé in un abbraccio. “Me lo immaginavo. Sei cresciuta ormai. Chi è che ti fa soffrire così?” Martina era indecisa, ma fece il nome: “Sofia”.
La povera donna per un attimo pensò di aver capito male, poi allontanò Martina dall’abbraccio e gridò: “Oh, Signor! La mi fiola è matta!”

3 commenti su “Sofia Loren bocciata”

  1. Maria Teresa Trappoli

    Una storia sui primi dolori dell’amore che insieme a quello di una diversità, rendono ancora più penose le emozioni e i sentimenti che si provano a quella bellissima e impietosa età della vita!!
    Bello!!!!

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