Limboscata_ipogea_le_talpa

L’imboscata ipogea (le talpa)

Per qualche tempo, sembrò che la situazione andasse lentamente migliorando. Ma improvvisamente, la mattina del quinto giorno successivo al trapianto, un qualche nuovo elemento prese il sopravvento. Biggi se ne accorse quando già pregustava l’inizio del successo. Aveva lasciato i virgulti, la sera precedente, in uno stato di sostanziale equilibrio precario, come se i vegetali fossero pronti per iniziare a richiamare acqua dalle radici, rendendo nuovamente turgide e brillanti le parti aeree.
Era quindi andato a controllare di prima mattina, attendendosi che il fresco della notte e l’umidità della terra avessero fatto il miracolo tanto atteso. Le piante parevano ancora nella condizione di alcune ore prima, ma c’era qualche foglia, soprattutto le più tenere, che aveva l’aria di non essersi giovata molto della situazione.
“Strano” aveva pensato con un certo disappunto “Sembrava davvero che ci fosse una svolta significativa”. Alle dieci, il sole aveva iniziato a farsi sentire con un tepore percettibile sulla pelle delle braccia e sulla nuca.
La prima a calare il capo era stata una piantina di pomodoro. Si era accasciata sui legacci che la sostenevano alla sua pertica ed aveva assunto una postura a “S”, assai poco rassicurante.
Lorenzo era andato a tastarla con le mani, ma il virgulto non appena veniva lasciato al suo peso, ricadeva inerme e spento fino a gravare sul legaccio.
La situazione era poi precipitata nel volgere di un paio d’ore. Come un esercito in ritirata, quasi tutti i filari avevano iniziato a sbandare paurosamente; e a sostenere le piantine con una mano amorevole, era come sentire il braccio di un cadavere che sollevato di un palmo ricade inanimato senza potersi reggere.
Biggi era piombato immediatamente in una disperazione totale. Aveva corso per alcuni minuti lungo i solchi e i filari come un topo nel labirinto dello scienziato pazzo e dovunque vedeva lo scempio progredire inesorabilmente.
Ripercorreva mentalmente, con gli occhi fuori delle orbite, tutte le fasi del trapianto e dell’irrigazione, domandandosi se e dove potesse aver sbagliato.
Preso da uno sconforto definitivo, era andato a bussare alla porta del più prossimo tra quanti potevano capirne qualcosa e aveva trovato Federico Romigli intento a preparare un soffritto profumatissimo.
– Ho le piante che stanno morendo una ad una. Anzi, dieci alla volta! – gridò con la voce rotta dall’emozione.
L’oste lo guardò con espressione esterrefatta, si strappò il grembiule dal petto e lo seguì di corsa nell’orto.
– Ma cosa diavolo ha fatto? – gli disse, tenendo le mani sui fianchi e volgendo lo sguardo attorno su quella immane tragedia.
– Non so… Non so… – continuava a ripetere Biggi con la disperazione disegnata sul volto e ormai essendo sul punto di piangere.
Arrivò il solito gruppetto di consulenti, spuntati da qualche misterioso passaggio dissimulato nelle viscere del terreno.
– Ha messo il fertilizzante a contatto con le radici? – gli chiese un tipo smilzo, con una cannuccia di paglia vizza piazzata all’angolo della bocca.
– Vi giuro di no! Gli ho messo intorno della bella terra fine…
– Ha bagnato le foglie, ecco cos’è! Con tutto quel sole che c’era ieri pomeriggio…
– Ma no, ma no. Le ho bagnate sempre dopo il tramonto!
– Allora, gli ha dato troppa acqua. Le ha annegate! – dichiarò un altro, con il cipiglio di un pubblico ministero.
– No, no, sul mio onore… – continuava a ripetere Biggi, alla maniera di uno che avendo investito un pedone, vuole convincere i presenti di esserselo trovato di fronte all’improvviso.
Arrivò un vecchietto che non doveva pesare più di quaranta chili. Spingeva una bicicletta d’altri tempi, con la ruota posteriore dotata di un ventaglio di cordicelle elastiche a proteggere le falde degli abiti dal girare dei raggi. Non si capiva se fosse momentaneamente sceso dal velocipede per causa del tratto di salita o se lo usasse abitualmente in quel modo, per reggersi in piedi alla maniera di un girello.
Più d’uno dei presenti lo salutarono con deferenza, appellandolo Luigino di Bà.
Luigino di Bà si fermò qualche secondo a rimirare dall’alto lo sconfortante spettacolo dell’avvizzimento che avanzava ormai a vista d’occhio.
Si fece un improvviso silenzio nel gruppo degli esperti.
L’anziano ciclista appiedato si passò qualche volta la mano raggrinzita ed adunca sul mento ornato di una fine peluria bianca, quindi con un filo di voce disse:
– Santi numi! Era dal luglio del ’48 che non vedevo un simile attacco delle talpa!
Si scatenò un applauso spontaneo e il vecchio contadino fu portato quasi di peso presso il bancone del “L’unico cinghiale buono ha le patate dattorno” dove furono stappate una mezza dozzina di bottiglie “di quello buono”.
Era vero. Bastava affondare delicatamente le dita ad una decina di centimetri dal fusto di una delle piantine ed improvvisamente si sentiva crollare qualcosa davanti ai polpastrelli e le punte delle dita finivano in una cavità fredda e misteriosa che correva con precisione chirurgica in corrispondenza del filare, assolutamente sovrapponibile al segno scuro dell’ultima irrigazione.
Biggi passò il resto della mattina a ricompattare la terra contro le radici delle piantine e a irrigarle con attenzione, curando di non bagnare nemmeno una foglia. L’orto parve reagire bene. Il fenomeno dell’appassimento andò progressivamente arrestandosi; anzi, buona parte dei getti tenerissimi riprese a vegetare con una certa convinzione ed a conti fatti, verso sera si contavano non più di una decina di caduti sul campo, perfino quelli con una residua speranza di recupero riposta nelle fresche ore della notte.
Alle venti e trenta, dopo aver consumato una parca cena, Biggi si recò personalmente dal vate salvatore Luigino di Bà di anni ottantasette, che abitava non molto distante dal suo rustico. Lo trovò seduto davanti alla sua casetta, con le mani sull’impugnatura di un bastone da passeggio e l’aria di chi, godendosi il fresco e il passaggio dei compaesani, è più felice di un sultano.
Biggi si prodigò in un florilegio di ringraziamenti e restò in deferente attesa di un responso, come se si fosse recato presso l’antro della sibilla.
– Ma allora, io per queste talpe cosa posso fare?
– Eh, non saprei davvero che dirle. Le talpa vanno e vengono come le nuvole, e non c’è verso di sapere lì sotto che intenzioni abbiano.
– E allora, voi contadini come fate?
L’anziano spalancò le braccia in un segno d’impotenza:
– Non le saprei dire.
A Biggi cadde ogni speranza. Se il massimo esperto in materia confessava candidamente di essere impotente davanti allo strapotere di quegli esseri ipogei, cosa avrebbe potuto fare un neofita sprovveduto come lui?
– Del resto, – disse sconsolato – Non ho mai sopportato l’idea di sterminarle, come suggeriscono tutte quelle pubblicità di trappole ed esche avvelenate sulle riviste specializzate.
Luigino di Bà parve rianimarsi:
– Ah, ma lei non avrebbe intenzione di ucciderle…?!
– Mah, è un’idea che non mi va per niente a genio. Sarà perché da piccolo avevo un pupazzetto a forma di talpa e non me ne separavo mai.
– E quindi non le ucciderebbe.
– No, penso proprio di no.
– Eh, ma allora non ci sono problemi. Io non volevo aiutarla perché avevo paura che volesse distruggerle.
– No, non è nelle mie intenzioni.
Il vecchio gli fece cenno di avvicinarsi, quasi si trattasse di un abboccamento tra congiurati.
– Mi dica – sussurrò Biggi trepidante.
– Per la lotta alle talpa ci vuole gente mattiniera.
– Mattiniera quanto?
– Mattiniera di brutto. Da prima del sorgere del sole. Da molto prima.
– Cosa devo fare?
– Si va nell’orto che è ancora notte, ma non si illuda che sia una questione facile. Le talpa sono bestie intelligentissime e se si accorgono che le sta a spettare, è la volta che non si fanno vive.
– E quando si è arrivati nell’orto?
– Si aspetta. “Quanto?” chiederà adesso lei. “Quanto basta”, risponderò io.
– Si aspetta, d’accordo. E poi?
– E poi, quando si intuisce appena che una di quelle bestiole sta scavando la sua galleria, si piazza velocemente una zappa di traverso, a monte della galleria, e le si taglia la strada. Poi con un’altra zappa la si fa venire con precauzione in superficie, senza farle male, e la si mette in un secchio, con un po’ di terra. Se uno è fortunato, in una mattinata se ne possono prendere anche due. Tre, io non ho mai visto.
– E poi, cosa ne faccio?
– Poi si porta le talpa in un campo lontano, magari in riva al Rio Gaietto, dove possono vivere tranquillamente nella terra morbida.
– Allora, domani mattina ci provo.
– Ci vediamo davanti a casa sua. Alle cinque, può andare?
– Ma non voglio che lei si disturbi. Non è il caso che… Alle cinque!? – esclamò Biggi, rendendosi conto solo in quel momento del riferimento temporale.
– Gliel’ho detto che per le talpa ci vuole gente mattiniera.
Biggi andò a dormire presto, quella sera. Troppo presto. Poiché aveva sistemato la sveglia per le quattro e trentacinque (e non lo aveva mai fatto in tutta la sua vita), si era imposto di mettersi nelle condizioni di riposare almeno sette ore, e quindi alle ventidue, pieno di aspettative per l’avventura del mattino successivo, si era infilato nel sacco a pelo, fiducioso che il sonno sarebbe arrivato presto. Invece, non aveva fatto i conti con l’ora troppo anticipata e col fisico, che non ne voleva sapere di rilassarsi. Così, si era rigirato nel sacco, come un bruco che s’imbozzola, fino alle ventitré, quando aveva deciso che era assolutamente più conveniente svagarsi un poco, per fare arrivare la giusta stanchezza, e si era messo a risolvere qualche pagina di enigmistica da una rivista specializzata. Quasi un’ora dopo, apparentemente sfinito, aveva spento la luce, ma in quel momento si era verificato uno strano fenomeno, perché uno dei pochi rebus per i quali non aveva trovato la soluzione, aveva iniziato a tormentarlo, ripresentandosi continuamente alla sua attenzione. Fosse stata una di quelle vignette semplici e logiche, niente affatto strampalate, sarebbe stata ben presto resa innocua dai suoi anticorpi mentali. Sfortunatamente, si trattava di una delle frequenti composizioni assurde e improbabili, zeppe di soggetti accostati illogicamente, tali da creare una realtà alienante e folle che solo certi rebus riescono a proporre. C’era un tizio vestito da paggio di corte che portava un vassoio con sopra una pera e alla sua destra un anziano barbuto camminava aiutandosi con un bastone, ad era accompagnato da un tizio con una enorme pancia sporgente, mentre fuori della porta della stanza, nella campagna dove troneggiavano due capitelli dorici, si vedevano prima un tizio in manette portato via da due poliziotti, quindi un ragazzino che alzava un bastone contro una serpe parzialmente sollevata e sibilante ed infine una ragazza inginocchiata davanti un’immagine sacra in un tabernacolo.
“Paggio M porta S pera ad avo R, epa S,…” No!
“Lacchè M con pera S, avo R, S epa, T are…” Ma figurati!
“Reca valletto M una S pera, R avo, S pancia,…” Assurdo.
“Servente M à S pera, R avo va, S con epa, T are, MI reo, L osa, F è pia.” C…o!
All’una e dieci, avrebbe dato una buona cifra per sapere cosa se ne facesse quel maledetto servitore di un’unica pera su un vassoio e per quale motivo le campagne, all’inizio del terzo millennio, siano ancora punteggiate di altari pagani, ma soprattutto perché gli arrestati, nei rebus, siano costantemente tradotti a piedi, da una carcere all’altro.
Crebbe il nervosismo, e con esso il timore di non riuscire né a trovare la soluzione, né ad addormentarsi. Alle due e dieci, l’ansia per avere più ben poche ore da dedicare al sonno era tale che non lo lasciva di certo assopirsi. In quanto al rebus, c’era la possibilità che la pera fosse piuttosto una cotogna e l’avo un bisavolo, mentre la pia donna poteva anche essere una F orante.
Seguirono due ore tormentatissime, durante le quali il sacco a pelo fu più volte sul punto di cedere nelle cuciture, e quando finalmente la sveglia si mise a trillare, Biggi si destò distrutto, ma felice di potersi sottrarre a quel doppio martirio per il quale avrebbe volentieri fucilato qualche enigmista (tra l’altro, il reo MI era potenzialmente un MItraglia-genti).
Si preparò molto velocemente, versò in una tazza un caffè doppio e alle cinque meno dieci, armato di due zappe e di un secchio, si mise a passeggiare sul bordo dell’orto, scrutando nel buio quasi assoluto per cogliere l’arrivo di Luigino di Bà. Nell’attesa, iniziò perfino a fischiettare in sordina.
Alle cinque precise, senza che si fosse accorto dell’arrivo di alcuno, una voce dalla sommità della strada lo fece girare di scatto.
– Ma cosa fa? – gli strillò (per quanto gli consentiva il suo filo di voce) il signor Luigino, rivolgendogli l’espressione più deplorevole che riusciva ad esprimere la sua faccia raggrinzita.
– Faccio cosa? – disse Biggi, convinto che l’anziano si riferisse magari alla forma delle zappe, poco adatta.
– Oh, santo ragazzo! Ma lei vuole catturare le talpa passeggiandogli sulla casa e fischiettandogli una romanza?
– Ma ho fatto piano!
– Sì, piano! Ma lo sa che le talpa hanno una sensibilità formidabile e sono sospettose che nemmeno un barbo alle dodici e trenta?
– Una barba di cosa?
– Il barbo è un pesce, e a mezzogiorno se ne sta rintanato al fresco sotto le radici degli alberi immerse nei torrenti, e non c’è verso di vederlo.
– E le talpe?
– Le talpa sono peggio dei barbi. Dunque, per questa mattina, niente da fare.
Biggi si scusò con Luigino di Bà, il quale per non fargli pesare troppo la sua inefficienza, tirò fuori la storiella che tanto le persone anziane dormono pochissimo e altre amenità del genere.
Lorenzo provò perfino a tornare nel sacco a pelo, ma ci trovò, esattamente dove lo aveva lasciato, un “domestico idiota M offre S frutto a vecchiaccio R sodale di S pancione (laido), capitelli assurdi T con trio carcerario pazzo MI verso bambino quasi morsicato L di madre F che prega venga morso una volta per tutte” Certo, questa ipotesi finale non si adattava molto alla frase risolutiva, ma verso le sei, Biggi decise che lo gratificava abbastanza. Scrisse la soluzione sotto la vignetta e ci mise una pietra sopra (materialmente, ché non gli venisse più voglia di prenderla in mano).
Il mattino successivo, al suonare della sveglia, Lorenzo iniziò a muoversi come un bradipo su un substrato di ricci di castagno e fili elettrici spelati. Aveva addirittura timore che il rumore del caffè, gorgogliando dal tubetto della moka, potesse mettere irreparabilmente in allarme “Le talpa” e dunque si preparò strisciando per la casa, saltando la colazione ed evitando rigorosamente di lavarsi. Alle cinque meno cinque precise, dopo aver oliato dall’interno le cerniere della porta, socchiuse l’uscio del rustico e sgattaiolò fuori. Per arrivare su bordo dell’orto gli furono necessari dieci minuti abbondanti. Appoggiava le scarpe sul terreno con tale precauzione da fare invidia agli sminatori dell’esercito ed aveva preso la premura di fasciare con carta di giornale la parte metallica delle due zappe, per timore che, tenendole sulla schiena, potessero cozzare tra di loro, mettendo in allarme “le talpa” per un raggio di svariati chilometri. In quanto ai barbi, a quell’ora dormivano profondamente.
Arrivato a pochi metri dall’appezzamento coltivato, si rese conto che Luigino di Bà era in posizione dominante ad attenderlo. Gli rivolse un cenno interrogativo, appena visibile nella semioscurità del crepuscolo. L’anziano contadino rispose con un ampio gesto di assenso e iniziò a dargli indicazioni silenziosissime, tramite uno sbracciarsi esagerato che faceva sbilanciare la sua esile figura appoggiata alla bicicletta.
Furono necessari altri dieci minuti per trovare un assetto efficace quasi al centro dell’orto. Luigino di Bà prestò assistenza critica e spietata fino a quando gli sembrò che il suo allievo potesse procedere in autonomia, poi gli fece un gesto di saluto ed un altro che voleva significare che la pazienza, in quel gioco di reciproche attese, era tutto.
Biggi restò impietrito nella posizione ottimale, tenendo una delle zappe alzata in alto e pronta a scattare, l’altra appoggiata alla gamba sinistra, protesa in avanti, e il secchio ad un metro di distanza, con un coperchio preparato ed appoggiato di taglio. Passarono i minuti e non successe niente. I minuti divennero quarti d’ora e questi ore. Biggi all’inizio non osava muoversi per non rovinare tutta l’operazione. Dopo un tempo che gli sembrò infinito, scoprì che forse era troppo tardi e non poteva più muoversi. Lo soccorse unicamente l’esperienza di vecchio quirinalista svolta durante il servizio di leva, ossia l’incarico di piantone presso la sede del Capo di Stato. Prese allora a arricciare le dita dei piedi all’interno degli scarponi da lavoro, memore che quello era l’unico sistema per evitare una trombosi fulminante. Fu probabilmente ciò che gli salvò la vita. Alle sei e quindici precise, mentre la luce dell’alba iniziava a dissipare le tenebre della notte, un’autovettura di turisti milanesi transitò lentamente per la strada comunale. La famigliola in vacanza rallentò la marcia fino a fermarsi. Si abbassò un finestrino e Biggi udì distintamente questo breve dialogo:
– Hai visto che strano, papà? Hanno messo uno spaventapasseri che sembra vero.
– Non è uno spaventapasseri, Ciccetto.
– Ma allora che cosa è, mamma?
– Non può essere un manichino, è troppo preciso.
– Io ho paura, Papi.
– Stai tranquilla, amore. Eppure è somigliantissimo.
– Non ci posso credere! Ma lo sapete cosa hanno fatto? Hanno eretto una statua al contadino. Ma sono troppo avanti!
– Ma sei sicuro?
– E cosa vuoi che sia? Qui sono posti dove il lavoro dei campi è ancora apprezzato.
– Che fai, caro?
– Se non faccio così, nessuno mi crederà, quando torniamo.
Ci fu un attimo di silenzio, poi si vide un rapido lampo di luce e l’auto ripartì quasi immediatamente.
Due mesi dopo, Lorenzo Biggi era esposto nell’album di fotografie di una famiglia milanese. Sotto, una didascalia decretava: “Cespeto Torrebona: cippo commemorativo all’opra dell’agricoltore. Autore ignoto.”
In ogni caso, la pazienza di Biggi fu premiata. Alle sei e ventitré e poi alle sette e undici, un leggero movimento sotterraneo gli svelò la presenza di due bestiole. Fu abbastanza facile catturarle e rinchiuderle, senza far loro male, nel secchio. Alle sette e quindici, memore della profezia di Luigino di Bà (tertium non datur), Lorenzo salì sulla vettura e le portò nei pressi del Rio Gaietto, dove si dischiuse per le talpa un avvenire fulgido.

 

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