Wilma QuicktoSee chiede all’infermiera di sollevare lo schienale del letto poco prima dell’alba. La stanza è all’ultimo piano dell’ospedale e la finestra ha la vista aperta sulla grande montagna di Sandia. Fuori è ancora buio, ma le luci di Albuquerque punteggiano il nero del deserto. La testa abbandonata sul cuscino, Wilma aspetta che le luci artificiali si spengano.
Dal corridoio di Ginecologia arrivano i primi vagiti dei neonati, portati alle madri per l’allattamento. Sembrano miagolii. È bello svegliarsi col coro tremolante di quei gattini rosa. Agitano mani e piedi, affamati di latte. Nel suo reparto c’è vecchiaia e dolore, ma nelle altre stanze, ogni giorno, nascono piccole vite a sfidare malattia e morte. Il cigolio del carrello annuncia l’infermiera con la prima colazione. La donna posa il vassoio sul comodino.
“Ancora tè? Quando potrò avere i biscotti?” “Non può ingerire solidi per tre giorni. Vuole che l’aiuti?”
“No, grazie. Fra poco viene mio figlio Roberto. Ah, eccolo!” Sul vano della porta si affaccia un bel giovane dal volto ispanico e i capelli neri. “Vieni, Bob. Mi aiuti tu a bere il tè?”
Il ragazzo lascia passare l’infermiera e si china a baciare la madre. “Stanotte hai dormito, mamma?” “Sì, ma alle quattro ho dovuto suonare per andare in bagno. È stato un disastro”.
“Fai fatica ad alzarti?” “No, con l’infermiera messicana ho imparato a scendere dal letto senza piegarmi, ma non posso chinarmi nemmeno sul WC. L’infermiera del turno di notte mi teneva, ma ho fatto la pipì fuori dal vaso, bagnando la camicia da notte. Lei s’è spazientita perché ha dovuto cambiarmi e dare lo straccio. Non mi sono mai sentita così umiliata”.
“Dov’è la biancheria sporca? Te la lavo stasera. Appena è asciutta te la riporto”. “Aspetta che passi la zia a portarti da mangiare. Torni stanco dal lavoro e ti metti anche a lavare i miei panni sporchi?”
“Piuttosto cerca di non fartela addosso anche su questa camicia. Non ne hai altre”. Wilma sbuffa per trattenere l’aria. “Non farmi ridere! Mi saltano i punti!”
Bob, il figlio premuroso, avuto da un chicano vent’anni fa. Bob, cresciuto come un indiano ad Àcoma, ha il volto dei conquistadores addolcito dal sangue materno Salish. Wilma beve il tè con la cannuccia, mentre il figlio con un fazzoletto umido le rinfresca il grande viso indiano e pettina i capelli neri che le arrivano al collo. “Vai, non fare tardi per me”.
Quando Bob se n’è andato, Wilma torna a guardare la finestra. Qualcuno bussa alla porta. Entra la giovane guida di Àcoma. “Erika! Che sorpresa!” La ragazza si china ad abbracciarla. “Ieri lavoravo e non ho fatto in tempo a venire. Com’è andata l’operazione?” “Sono ancora viva, no? Ieri notte, dopo l’intervento, ho sofferto un po’. Ho chiesto più morfina. Sono una tossica”.
“Dai, zia! Cos’ha detto il chirurgo?” “Mi ha detto che il tumore era più aggressivo di quello riscontrato in biopsia, perciò ha dovuto asportare, oltre a utero e ovaie, una trentina di linfonodi”. Erika la guarda allarmata. “E, mentre cercavo di digerire la notizia, mi ha rimproverata di essere grassa”.
“Non ci credo!” “Ha detto: Signora, abbiamo avuto problemi ad aprirla per lo strato di grasso. Ho dovuto fare un taglio più lungo”. “Oddio! Fammi vedere”. Wilma slaccia la pancera post-operatoria. La lunga ferita, che dallo sterno scende fino al monte di venere, è coperta dalle fasciature. Erika nota una grossa macchia vermiglia nelle garze all’altezza dell’ombelico. “Ma stai perdendo sangue!”
“Ieri sono saltati dei punti. Niente di grave”. “Come! Sono saltati i punti?”
“Ieri mattina mi han fatto scender dal letto per evitare flebiti alle gambe. C’era un’infermiera dai modi scorbutici che mi ha tirata su, costringendomi a sedere sul letto. Forse non sapeva della mia lunga ferita, che m’impedisce di piegarmi. Il dolore dello strappo è stato così forte che sono quasi svenuta. Stavo scivolando giù e mi son tenuta aggrappata alla staffa sopra il letto, evitando una caduta rovinosa. Tre infermiere sono accorse per rimettermi sul letto. La caporeparto mi ha sgridata: ‘Devi rialzarti subito!’ Come se fossi una bambina pigra e svogliata”.
“Non si sono accorte del sangue?” “Con la pancera chirurgica non si vede. La dottoressa che passa a medicare la ferita ha visto che erano saltati dei punti, ha sgridato davanti a me l’infermiera scorbutica, che non è più venuta. Hanno mandato un’altra, che mi ha insegnato ad alzarmi dal letto senza piegarmi, puntando i piedi contro i suoi. Devo chiedere assistenza per ogni piccola cosa. Odio dover dipendere così da estranei. Mi aiuti ad andare in bagno?”
Erika, spaventata: “E se ti faccio cadere?” Chiama un’infermiera dal corridoio, e solo in sua presenza osa tirar su dal letto la zia. Mentre l’accompagna verso il gabinetto col deambulatore per flebo, le chiede: “Che terapie dovrai fare?”
“Il chirurgo dice che saranno radiazioni o chemio. O tutte e due. Dipende dalle analisi, se trovano metastasi e dove. Lo sapremo fra un paio di settimane. Così faccio in tempo a prepararmi al peggio”.
“Zia! Non dire così!”
“Erika, ricordi il nostro grido di battaglia? ‘Oggi è un buon giorno per morire’.”
“Ma tu sei una donna! Il tuo grido di battaglia deve essere: ‘Oggi è un buon giorno per vivere’!”
Erika e Wilma si abbracciano, impedite dai tubi della flebo e dei drenaggi.
“Zia, ieri ero ad Àcoma con un gruppo di turisti, e un corvo mi ha seguito mentre scendevo il sentiero tra le rocce. Ha fatto cadere una piuma delle sue ali proprio davanti a me. Che vorrà dire?”
“Il corvo è un animale sacro, portatore di saggezza, ma è anche un trickster, un imbroglione come il coyote. Se è volato su di te e ti ha donato una piuma, è un buon segno. Nella piuma risiede il potere di volare alto, e ora ce l’hai tu”.
Erika sorride e il suo viso si illumina. Si è sempre confidata con Wilma, più che con sua madre. Wilma non è zia di sangue. Si è trasferita al pueblo di Àcoma dalla riserva Salish del Montana, ed è stata accolta nella famiglia di Erika come “zia adottata”.
“Forse sono un’indiana superstiziosa,” dice Erika, “e una piuma di corvo è solo una piuma di corvo…”
Wilma vede gli occhi neri di Erika spegnersi. Le prende la mano: “Sono i gringos che non guardano oltre la superficie delle cose. Bisogna essere visionari per avere le visioni”. Erika annuisce e le regala un altro sorriso luminoso.

Di nuovo sola, Wilma prova lo scoramento del giorno prima, alla notizia che il suo tumore è un G3. Sa che col G4 si muore. Non ha la forza d’animo per affrontare terapie traumatiche, si sente violata, avvelenata dai farmaci. L’organizzazione ospedaliera è efficiente, ma c’è qualcosa di disumano nella scienza dei bianchi. Curano solo il corpo, la mente del paziente non esiste per loro. Si sente trattata come carne avariata. Ne tagli via un pezzo, ricuci, impacchetti e sposti sul rullo che la smista nel banco vendita del supermercato. Carne senza spirito.
Come farà Bob a portarmi alle terapie, a farmi da infermiere, per mesi. Come faremo a sopravvivere senza il mio lavoro? La morte risolve tutti i problemi. Non ho avuto una vita felice e spensierata. Morire sarebbe un sollievo.
Wilma allunga il braccio per prendere un fazzoletto. Ha il viso bagnato di lacrime silenziose. Sul comodino a destra cerca con la mano per evitare dolorose torsioni del busto. Le dita toccano un oggetto leggero, una bandierina di seta. La prende: è la piuma nera del corvo. Erika l’ha lasciata lì senza dirle nulla. Le ha regalato il suo prezioso talismano.
Si asciuga le lacrime col lenzuolo, poi si accorge del chiarore alla finestra. Ora la sagoma nera della montagna è visibile, contro il rosso del cielo. Wilma resta immobile a guardare, finché il cielo infuocato si stempera in azzurro chiaro, e dalla cresta di Sandia una raggiera di luce gialla allaga la pianura.
Grazie per questo nuovo giorno, prega Wilma in silenzio. Grazie per le persone che mi vogliono viva.
“Sogni del deserto” è un mosaico di racconti e personaggi. Trovi i racconti precedenti cliccando sul nome dell’autrice.


Il dolore fisico per la malattia si annida nell’anima, scava nella tua umana resistenza e pone semi per una vita nuova. Wilma lo sa.
Patrizia è una vera storyteller. Ti inchioda fino all’ultima riga.
Bel racconto! Si parla di sofferenza e di quel tipo di dolore fisico e di diagnosi che crea una solitudine esistenziale più forte della cura dei propri cari.
Evviva il corvo sempre. Spero porti bene a Wilma. Bellissimo racconto. La ferocia della malattia e delle cure taglia e cuci per il corpo, fanno urlare l’anima.