Sono venuta a Trento, all’Auditorium Santa Chiara, a sentire Giovanni Allevi.
L’ho detto così, con leggerezza, quasi fosse un gesto quotidiano, come se fossi uscita a prendere un caffè, come se fossi andata a fare due passi, “Vado a sentire Allevi”, ho detto.
Ma il verbo, questa sera, si è ribellato alla sua forma facendo resistenza. Mi ha chiesto, in effetti, una certa profondità a cui ho avuto il dovere di rispondere.
Perché seduta qui, in mezzo ad altre vite raccolte nel silenzio, mi sono accorta che “sentire” non ha nulla a che fare solo con le orecchie.
Sentire questa sera è un atto che si completa in una resa, una resa a mani alzate.
Allevi entra e il suo sorriso parla da sé, come fa quello di chi ha attraversato qualcosa che non si può raccontare senza perdere pezzi per strada. E poi, tra un breve aneddoto di vita e un buffetto morale alla filosofia di Hegel, suona.
E nel suonare, dice tutto il resto.
Sappiamo, lo sappiamo tutti, anche senza parlarne ad alta voce, che il suo corpo è un campo di battaglia. Lui stesso ne ha parlato sia attraverso i media che attraverso il libro “I nove doni”, ci ha raccontato che la malattia gli ha imposto un linguaggio nuovo, fatto di attese, di limiti, di ritorni incerti e di sacrificio estremo.
Ma c’è una cosa, per fortuna, che il mieloma non ha saputo fare: zittirlo.
Anzi… la musica che arriva al primo tocco non è più “solo” composizione, e nemmeno è più esecuzione.
È testimonianza attraverso quelle carezze ai tasti che solo chi ci è passato può comprendere fino in fondo.
Le note del Maestro non cercano la perfezione: cercano un varco.
E, ostinate nel loro intreccio, lo trovano dentro chi ascolta.
Ad un certo punto mi trovo a pensare che la sua musica non parla di lui, o meglio: la sua musica parte da lui, sì, dalle sue crepe, dalle sue paure, dalla sua fragilità esposta senza pudore, ma poi fa qualcosa di raro, di quasi indecente nella sua spietata sincerità: si allarga, diventando di tutti noi astanti.
Ognuno qui dentro sta ascoltando una storia diversa.
Eppure, e qui sta la magia, è la stessa per tutti.
C’è chi sente nostalgia, chi pensa ad una perdita, chi, senza ancora saperlo, sta dando un nome a un qualcosa che fino a ieri era solo un peso senza forma.
E in questo, forse, sta il punto più preciso: non è una musica che consola, è una musica che dona.
Ci dona il permesso di stare qui ad ascoltarla pensando ai propri dolori come ci permette di volare lontano attraversandola, fino a raggiungere la perfetta definizione di anima che tanto sfuggiva ai filosofi di ogni epoca e luogo.
“Sono venuta a sentire Allevi”, ho detto un paio di ore fa, ma la verità è che sono venuta a farmi sentire da me stessa, prima di tutto.
Perché quando un artista smette di proteggersi e si espone così, senza filtri, senza difese, con la grazia disarmata di chi ha guardato in faccia il proprio limite e gli ha detto “ti sfido”, allora succede qualcosa di raro: la musica smette di essere intrattenimento e diventa luogo in cui il dolore non è spettacolo, ma materia viva.
Un luogo in cui la bellezza non è solo decorazione, ma pura resistenza.
E mentre le ultime note si sciolgono nell’aria, mi accorgo che quel verbo iniziale ha finalmente trovato il suo peso.
Sentire, stasera, è stato questo: non ascoltare qualcuno che suona ma riconoscere, dentro quelle note, che siamo ancora capaci, ostinatamente, fragilmente, miracolosamente, di restare vivi.
E tutto questo è la potenza dell’essere umano.

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Dolore Giovanni Allevi Resistenza

Che riflessione profonda…