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Sogni del deserto: Santa Fe

Salendo verso Santa Fe lungo la Superstrada 25, è ben visibile il fumo degli incendi sulle montagne Sangre de Cristo. L’aria è limpida, non arriva a valle l’odore dei boschi in fiamme.
È maggio, la neve non si è ancora sciolta sulle pendici di Penitente Peak, e già cominciano gli incendi. Così dice il notiziario alla radio.
Linda Getz arriva a Santa Fe nel pomeriggio, dopo un’ora di viaggio da Albuquerque, e si ferma al primo motel che trova alla periferia della città. Scarica le valigie in camera e riprende l’auto, curiosa di vedere il centro storico e di cenare in un buon ristorante. A pranzo si è fermata lungo la superstrada per un sandwich a un baracchino messicano.
Comincia a sentire lo spirito della città quando, lungo il Santa Fe Trail, fiancheggiato da alberi alti, appaiono le prime costruzioni in stile Pueblo Revival, ispirate all’architettura dei Pueblos Nativi. La più imponente è l’Hotel La Fonda, quattro piani di finto fango e paglia, con pali di legno che escono dai muri ad ogni piano. Sull’altro lato della strada c’è una piazzetta con bancarelle ricolme di oggetti colorati sotto tende bianche. Dalle rastrelliere pendono peperoncini rossi, borse di paglia e artigianato ispanico. Nelle vetrine dell’hotel è esposto l’artigianato più prezioso: serape indiani, quilt, vestiti e gioielli indiani autentici.
Linda prosegue con l’auto, e trova un parcheggio sotterraneo vicino alla cattedrale. Torna indietro a piedi ed entra nella hall dell’hotel La Fonda, coi soffitti a travi di legno e le cornici delle vetrate dipinte in turchese. Il ristorante è illuminato da candelieri western, ruote di carro con candele infisse tutt’intorno. Il menù è costoso, anche quello del bar, e Linda decide di prendere il caffè da un’altra parte.
Mentre si avvia verso la cattedrale di St. Francis, pensa che l’hotel La Fonda doveva essere ben più modesto cent’anni prima, quando vi aveva soggiornato Willa Cather, la scrittrice che Linda ha letto prima di partire da New York. Quando usciva dall’hotel La Fonda, Willa passava davanti alla cattedrale, e osservava la statua dell’arcivescovo Lamy, che l’aveva ispirata a scrivere il romanzo “La morte viene per l’arcivescovo”.
Seguendo la sua mappa letteraria, Linda arriva sotto la statua di bronzo annerita dal tempo e la trova insignificante. Forse era stata la storia del prete francese a ispirare Willa Cather, non la sua statua. L’immaginazione di un artista è insondabile. Attraverso gli occhi di un arcivescovo di metà ottocento, la scrittrice modernista aveva visto quel paese ancora selvaggio. Il romanzo è uno dei capolavori della letteratura americana. Willa Cather deve aver amato molto il New Mexico, per sforzarsi di entrare nella testa di un missionario cattolico.
Il sole sta calando, e Linda si volge verso la piazza alberata, dove brillano già le luci dei lampioni. Lungo i vialetti della piazza quadrata, a terra, sono allineate innumerevoli candele accese dentro sacchetti di carta, i farolitos, quelli che usano per Natale. Forse oggi è una ricorrenza speciale, oppure è solo l’inizio della stagione turistica.
Linda attraversa la piazza in direzione del mercatino indiano, sotto il lungo portico del Palazzo dei Governatori. È l’edificio più antico della città, ad un solo piano. Il portico di legno ospita le bancarelle degli artigiani. Addossati alle mura adobe del 1600, donne e uomini bruni espongono il loro lavoro a terra, su tovaglie e stuoie.
Linda non si ferma a guardare gli oggetti in esposizione, ma i volti degli indiani. Vede molte donne anziane, sedute su seggiolini pieghevoli, e ragazzi coi capelli lunghi, legati a coda di cavallo, seduti a terra su cuscini. Stanno immobili, non illustrano la merce, non incoraggiano i turisti che si affollano intorno.
Linda ha tanto desiderato trovarsi lì per comprare un monile indiano, ma ora le interessa solo conoscerli, parlare con quegli alieni in casa propria. Nota con fastidio che tutti i turisti che si aggirano con lei sotto il portico sono bianchi. Si china sopra una tovaglia di velluto nero piena di segnalibri in argento e turchese, davanti a una vecchia con la coperta sulle ginocchia.
Non c’è modo di fare conversazione. Ogni segnalibro ha il cartellino del prezzo. Linda guarda di sottecchi la vecchia indiana dal volto impassibile. I raggi del sole svaniscono oltre le cime degli alberi, e comincia a far freddo.
“Li ha fatti lei questi bei segnalibri?”
La vecchia la guarda da sotto le rughe della fronte, senza rispondere. Forse non parla inglese. Una giovane, seduta accanto, risponde per lei: “No, li fa suo nipote”.
“Sono bellissimi,” dice Linda, guardando la giovane indiana, e le sorride. Poi, sentendo di non poter più chiedere nulla, sceglie un segnalibro e lo compra.
Si allontana dal portico delusa. Non c’è modo di poterli conoscere. Ha sentito dire che anche gli insegnanti bianchi che lavorano nelle riserve non riescono a infrangere il muro. Girava una battuta fra i colleghi a scuola: “Chi sta nelle riserve è riservato”.
Che cosa vuole da loro? Essere esonerata o perdonata per gli eccidi dei Conquistadores? Di certo la sua curiosità etnica infastidisce l’oggetto delle sue attenzioni. Tira fuori la guida turistica dalla borsa a tracolla, vi mette il segnalibro d’argento con la pietruzza di turchese incastonata e cerca la pagina dei ristoranti di Santa Fe. Scende verso Water Street ed entra nella Cantina del Coyote Café. Si siede a un tavolo sulla terrazza panoramica e ordina mais alla griglia e Nachos vegetariani. Il sole è tramontato e le stradine del centro storico pian piano s’illuminano.

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“Pueblo Revolt” Di Lorenz Mozley

Linda si gode la vista dell’antica città, che fu assediata e in parte distrutta dalla Rivolta dei Pueblos nel 1680. Le tribù Pueblo si allearono con Apache e Navajo e fecero fuggire i coloni spagnoli, dopo averne uccisi 400. Fu l’unica volta nella storia americana in cui i Nativi espulsero un Governatore e una colonia europea dal loro territorio. Gli spagnoli erano brutali, crudeli, li trattavano come schiavi. I maltrattamenti e le persecuzioni religiose di chi non si convertiva erano culminati in un massacro di indigeni ad Àcoma.
Linda volta la pagina della guida e trova un riquadro di approfondimento sul massacro. Gli abitanti di Àcoma si erano rifiutati di cedere le loro scarse riserve di cibo a un drappello di spagnoli, cacciandoli dalla mesa. I Conquistadores erano tornati con i cannoni: durante tre giorni di resistenza, uccisero 500 uomini nativi e 300 donne e bambini. I sopravvissuti all’attacco furono deportati dalla mesa in schiavitù, e ai maschi guerrieri fu amputato il piede destro. Questo massacro provocò il successivo assedio di Santa Fe.
Ecco cosa pensano di noi bianchi invasori. Li abbiamo costretti a mendicare per le strade di una terra che gli abbiamo rubato. Linda sospira. Legge nella guida che gli spagnoli scacciati da Santa Fe, rifugiati a El Paso, si riorganizzarono militarmente e riconquistarono i Pueblos nel 1692. Al governatore coloniale responsabile delle atrocità commesse ad Àcoma, Juan de Onate, furono erette statue equestri in varie parti del New Mexico. Nel 1998 un gruppo di Nativi tagliò il piede destro della statua di Onate ad Alcade, in memoria delle mutilazioni e dei massacri subiti. Altre sue statue sono state successivamente abbattute durante manifestazioni di protesta. Ora Linda non è più sicura di voler incontrare i Nativi. Che curiosità o interesse potranno mai avere per una yankee bionda di New York?

“Sogni del deserto” è un mosaico di storie e di personaggi che il destino, la strada e l’amore fanno incontrare. Trovi i racconti precedenti cliccando sul nome dell’autrice.

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