L’ispettore Scamorzi – primo episodio
L’uomo sbatté il gomito al microonde. Una scossetta, le labbra pigiate in un grido smorzato. Lo sguardo a misurare quei cinque metri. Il suo esilio frutto di un malinteso.
Apriva e chiudeva ante, finché trovò la cravatta su un mucchio di cassette. Roba lasciata dalla moglie dopo l’ultimo campeggio. Ne infilò una a caso nel mangianastri. Tasto play. L’intro di Garbo in Radioclima sapeva di rimpianti, mentre l’uomo si radeva nella retrocamera dello smartphone. Il caso andava chiuso. Una scrollata alla forfora, borotalco sulla patacca della camicia.
Uscì dalla roulotte nel giardino fangoso della villetta. Foglie secche. Un vaso vuoto. Le mani a cono intorno alla bocca, vide una piccola sagoma attraverso le tende del salotto illuminato. Il braccio come un tergicristalli. L’uomo diede un’occhiata alle finestre attorno, tapparelle basse. Allora alzò il pollice verso il bimbo avvolto dal tepore. Lo sentì bisbigliare Torna dai papà.
L’ispettore infilò un biglietto nella posta varcando il cigolio stanco del cancello. Sul viale la fiancata della minicar “Agenzia Scamorzi”. Smanacciò il molle soriano dei vicini, Miao, graffi sul cofano. Poi volante e busta di patatine. Un pensiero inciampato sul culetto della barista. La strada liscia, svoltò verso Verona centro. Notifiche di TraxU a raffica: la Bea stava perdendo il bersaglio. Scamorzi sudò freddo. L’appostamento al sig. Rossi rischiava di saltare. Lo aveva sottovalutato. Morse forte l’acceleratore, neanche dovesse spezzarlo.
Costeggiò un paio di vigneti. Filari larghi e folti. Lo snodo di una uscita della Valpolicella, col cartello marrone slavato. Qualche pompa di benzina deserta. Prezzi alle stelle con lo Stretto e tutto il resto. Non che andasse chissà quanto veloce, data la modesta stazza, eppure la vettura tracciava un’idea di urgenza lungo la tangenziale. Di lì a poco una curva appoggiata sull’Adige. Scamorzi era convinto che stavolta il caso sarebbe andato alla grande, una pacca sulla spalla dal commissario e uno sguardo ammirato dalla fruttivendola al mercato. Magari anche una lettera sotto l’uscio della roulotte, dalla moglie o ancora meglio dal figlio.
Bea chiamò l’ispettore intento a varcare Porta Nuova, ormai vicino alla mèta. Rispose dal bluetooth. Un sorriso screpolato nel retrovisore.
– Pronto?
– Mi fa piacere sia pronto ispettore perché qui ho perso l’obiettivo.
– Niente paura. Ci penso io.
– Oh meno male.
– Il resto tutto bene?
– Sì grazie giusto una fitta alla mandibola.
– Con appostamenti lunghi è normale, sai.
La App TraxU intanto bippava frenetica sullo schermo. Puntini gialli. Scamorzi pensò dapprima di avere la cintura slacciata, una mano a percorrere il petto fasciato dalla cinghia. Poi le dita a picchiettare sul telefono bloccato. Caricamento in corso. Era un vecchio modello che si ostinava a usare per non perdere la rubrica. Uscì dalla minicar con lo sguardo sul display. La mappa del centro di Verona si addensava a granelli, sullo sfondo del respiro affannato di Bea.
– Novità?
– Mah, direi il solito. In roulotte fa freschino, messo su qualche chilo, a tennis col rovescio proprio non ingrano…
– Dicevo il sig. Rossi.
– Ma sì certo. Eccolo in piazza delle Erbe. La connessione va e viene.
– Sono in piazza davanti alla colonna, ma non lo vedo.
– Ora è in via Cappello. Svelta!
– Ok boss. Ma sui tacchi col carlino che tira l’è dura.
– Io parcheggio. Due minuti e arrivo.
L’ispettore osservato dalle vetrine del corso, sotto i marmi dei parapetti. Passo incerto. L’ombra elastica tra i lampioni. Poche coppie indolenti e qualche comitiva mezza bevuta. Immaginava Rossi spuntare dal buio, voltato verso di lui con un ghigno beffardo, mentre spariva in un portone. Strinse il pugno in tasca. L’app indicava l’obiettivo fermo in vicolo S. Sebastiano, all’angolo della biblioteca.
Scamorzi accelerò il passo e fece in tempo a scorgere il cappotto viola di Bea infilarsi nella stradina, appresso al guinzaglio teso, in una brusca torsione. Non riuscì a reprimere qualche passetto in corsa, rischiando di scivolare su un sampietrino. Trovò l’allieva accanto al suo carlino che annaffiava il marciapiede. Rossi a tre metri da lei, appoggiato di schiena a un arco di pietra. Un puntino incandescente sulla bocca, seguito da uno sbuffo di fumo.
L’ispettore si accartocciò dietro i cassoni dell’immondizia. Orecchie attente e naso altrove. Uno sguardo fugace a una passante immersa negli auricolari. Tirò fuori dalla giacca un sacchetto di patatine, ascoltando il Rossi fare un complimento alla Bea.
– Niente male direi.
– Grazie, lo curo molto.
– Immagino tanta palestra.
– Scherza? Il cane non può mica entrare…
I due continuavano a parlare con scopi diversi, il carlino coda dritta annusava gli stivali del sospetto. La donna braccia conserte, postura difensiva con minimi ammiccamenti, quanto bastava per indurre l’uomo ad aprirsi e scoprire la passione in comune per i cani di piccola taglia e una conferma sul nome, Mario Rossi. Due anime attorno a una vaga intesa. Finché all’improvviso si udì un distinto rumore dal cassonetto: CRO-CROCK.
Bea rossetto e smorfia non poté trattenere il signor Rossi che, petto in fuori, chiese baritonale Chi va là. Silenzio, a parte un ringhio del cane allo sfrecciare di un monopattino. La donna tentò un Comunque in palestra ci vado ci vado, ma l’uomo aveva già acceso la torcia del telefono, colpendo la punta di un mocassino e briciole di patatine a terra. Un groppo alla gola. Sarebbe potuto essere un senzatetto. Un guardone. O peggio. Il cono di luce tremava appena, illuminando un uomo in giacca e cravatta che usciva dal nascondiglio con una mano alzata e l’altra che stringeva un pacchetto. A bocca unta, biascicò Signor Rossi, lei ha il diritto di non parlare.
Il sospettato trasalì proteggendo la ragazza col braccio, mentre l’isp. Scamorzi si presentava alla coppia fingendo di non conoscere Bea, a testa bassa. Il tesserino da investigatore privato. Un elenco dei capi d’accusa. Aggiunse un mellifluo invito a confessare, rifiutato a gran voce da Mario Rossi il quale chiamò il 112 senza pensarci troppo.
All’arrivo della pattuglia, Mario Rossi sporse una breve denuncia. Poi salì a casa con Bea per uno Spritz. Il carlino sul balcone. Avrebbero fatto le ore piccole. Scamorzi, in gazzella, fu portato alla stazione di polizia.
Con la guancia schiacciata sul finestrino, in uno spicchio di sedile, l’ispettore fissava la strada meditando. Macinando. L’anabbagliante rotto, gli appunti del caso sul taccuino stropicciato, le cazziate del commissario, una birra di troppo al bar, in ritardo agli allenamenti, le pere della fruttivendola, l’edera da estirpare, la brutta condotta del figlio, i ricci della moglie stremati sul cuscino.
Non era tanto il fallimento che lo atterriva, quanto la sua aggiunta al cumulo di note avversità. Accompagnato in un ufficio della stazione di polizia, il commissario grattava la barba rada come una minerva difettosa. Ginocchio sulla poltrona, né in piedi né seduto. Occhi rossi.
– Ma tu hai idea di quanti cristi di Mario Rossi ci stanno in giro?
– La pista era calda sembrava quello giusto.
– Io non posso più coprirti, Scamorzi.
– Fortuna che andiamo verso l’estate.
– Alla prossima devo metterti dentro.
L’ufficiale fece un paio di giri intorno a ispettore e scrivania. Braccia conserte. Un calcetto all’attaccapanni. Buttò lì una domanda dandogli le spalle, oltre le risa ovattate dagli alloggi di servizio.
– Senti Scamo’.
– Eh.
– È vera sta storia della barista?
– No che non è vera!
– Insomma… tu… lei… la roulotte…
– Mi aveva solo portato un maledetto caffè.
– Peccato. Deve avere un gran didietro.
Scamorzi venne congedato dalla stazione a tarda serata. Prese il primo taxi verso il centro. La minicar era ancora parcheggiata lì, in sosta vietata, con un foglietto sul tergicristalli.
Tornato a casa che erano le 23, l’ispettore entrò in garage a prendere dell’acqua. In roulotte era finita. Sentì una scia di profumo alla lavanda. Un tintinnìo di lattine. Qualcuno rovistava tra gli scaffali di provviste. La figura secca della moglie in vestaglia e sandaletti.
– Gino che fai qui?
– Prendo l’acqua.
– Puoi entrare solo nelle ore pari. Sono le 23.
– Scusa, ma morivo di sete e sono appena torn…
– Bon ma fai veloce Teo non dorme chiede di te. Se sente la tua voce sono guai.
L’ispettore stava spostando alcune scatole per avanzare tra i mobiletti. Un sospiro profondo. La lunga occhiata lungo i fianchi della moglie. Quell’amara sensazione di confine, come davanti a una riva. Poi spalancò le braccia di fronte alla scorta di minerale addossata alla parete.
– Per quanto tempo deve continuare, Laura?
– Finché mi convinco che non hai tradito.
La donna sciolse la sentenza salendo le scalette interne. I passi sfumati verso il piano successivo. Un singhiozzo smorzato. L’ispettore Scamorzi rimase con una cassa d’acqua in braccio. Un torpore alla testa. Incastrato tra mensole e bauli. La luce di servizio intermittente. Riuscì solo a desiderare un letto.


Mi son divertita un sacco!
Magnifico Rossana, grazie!