Whalefall_nel_ventre_della_balena

Whalefall: nel ventre della balena

Un ragazzo impegnato in un’immersione, sul ciglio del canyon di Monastery Beach, al largo della costa centrale della California, viene inghiottito da un capodoglio. Il suo respiratore ha un’autonomia di un’ora. Riuscirà a uscire dal ventre della balena, come Pinocchio?
Non è una rivisitazione della fiaba di Collodi, ma un film tratto da un bel libro di grande successo. Una storia incredibile, simbolica e avventurosa, costruita con abilità dal suo autore che ha anche collaborato alla sceneggiatura del film.
Diciamo subito che il cuore del romanzo, e del film, sta altrove: nel rapporto fra padre e figlio, che diventa la chiave della sopravvivenza di Jay.
Ma sì, tirate un sospiro di sollievo: c’è un lieto fine, seppure con qualche ammaccatura.
Stando a quanto racconta l’autore del romanzo, Daniel Kraus, la vicenda non è inverosimile anche se finora non è mai successo niente del genere. Infatti, spiega Kraus, se è impossibile che un essere umano venga inghiottito da una balena che si nutre solo di plancton, e quindi non ha un esofago abbastanza capiente, potrebbe invece finire nella pancia di un capodoglio che si nutre anche di calamari giganti. Insomma, possiamo crederci. Conviene, perché altrimenti crollano tutti i presupposti del film.
Ma come fa il nostro eroe a finire nella pancia del cetaceo?
Mitt (un possente Josh Brolin) è un uomo che sa tutto sull’oceano e sui suoi abitanti, mantiene la famiglia portando in giro i turisti che però disprezza, mentre rispetta profondamente i capodogli e le balene, magnifiche creature, grandiose in vita e grandiose anche nel momento della morte, perché la loro carcassa servirà a nutrire altri animali, dando l’avvio a un variegato ciclo vitale.
Quando Mitt scopre di avere un tumore inguaribile, rifiuta ogni terapia e, con la complicità di un amico, si lascia sprofondare sul fondo dell’oceano. Come una balena.
Il figlio Jay torna a casa, dopo un anno passato al college e, a differenza della madre e delle due sorelle, che hanno fatto pace con la scomparsa, ha un conto da saldare col padre: vuole dimostrargli di essere all’altezza dei suoi insegnamenti, di avere coraggio, di essere un uomo.  Come? Recuperandone le spoglie dal fondo del canyon, uno dei luoghi di immersione più pericolosi del mondo. Un atto d’amore nei confronti del genitore, un rito di passaggio che traghetta all’età adulta.
Ed è proprio in questa impresa temeraria, anzi sconsiderata, che dopo essere sfuggito a un calamaro gigante finirà nel ventre del capodoglio.
Si pensa al mito, alle fiabe ma soprattutto a certa letteratura di successo americana, ai romanzi di Michael Crichton che, pur nella loro apparente assurdità, si basavano sempre su presupposti scientifici. Tutta la parte avventurosa del film, con i tentativi di Jay di salvarsi, fanno riferimento ai classici hollywoodiani sulla sopravvivenza con scene claustrofobiche (è nella pancia del capodoglio!) e colpi di scena ben studiati.
Ma il film ha ambizioni più alte che corona: è un romanzo di formazione perché nel ventre della bestia Jay trova la forza di reagire proprio negli insegnamenti di quel padre con cui non andava d’accordo. Flashback dopo flashback rivive i momenti del loro contrastato rapporto, scoprendo in ogni frammento di memoria un grimaldello verso la salvezza.
Nel romanzo i flashback sono più numerosi, nel film è stato inevitabile ridurli, dando più spazio all’azione, forse troppo, perché il racconto del rapporto padre-figlio è la parte più originale, quella che mi ha emozionato di più e di cui avrei voluto conoscere di più.
Le relazioni fra genitori e figli, che tutti ben conosciamo, il più delle volte avendo ricoperto entrambi i ruoli, sono le basi per il futuro di ogni essere umano. E sono molto diverse. I rapporti madre/figlia, madre/figlio, padre/figlio, padre/figlia come ben sapevano i greci e come ancor di più ha approfondito la psicanalisi, si caratterizzano ciascuno con una propria specificità.
In Whalefall siamo di fronte a un padre possente, fisicamente e come forma mentis, un uomo che vorrebbe rispecchiarsi in un figlio che gli somigli e che malvolentieri accetta la sua diversità, il suo bisogno di vivere a modo suo, di allontanarsi, di frequentare il college, un figlio che si rifiuta di ripercorrere le orme del padre. Jay, però l’affetto e l’approvazione del padre li cerca disperatamente, ne ha un bisogno profondo anche se non è disposto a cedere ai suoi modi impositivi, a volte persino violenti. Un rapporto non risolto che lo tormenta, ancora di più dopo la scomparsa del padre. Eppure tutti gli scontri, tutte le tensioni così sofferte gli torneranno vivide nel ventre della balena. Jay le guarderà con occhi diversi, distillandone saggezza e insegnamenti. Riaffiorerà anche tutto quello che aveva rifiutato o anche solo dimenticato.
Gran mano registica nelle scene d’azione e respiro intimista nei flashback con una tensione costante aiutata da una storia che si svolge in un “tempo reale”: l’ossigeno a disposizione di Jay ha la stessa durata dell’azione cinematografica. Sconsigliato solo a chi soffre di claustrofobia: le sequenze di Jay stritolato nelle viscere del capodoglio sono un vero pugno nello stomaco.

Regia di Brian Duffield – Sceneggiatura di Brian Duffield e Daniel Kraus – Con Austin Abrams, Josh Brolin, Elisabeth Shue – Nelle sale dal 15 ottobre – Tratto dal romando Walefall: Nella balena di Daniel Kraus (edito in Italia da E/O)

 

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