Edoardo sogna di essere su un passo di montagna. Va in bicicletta per un sentiero stretto tra il fianco del monte e lo strapiombo. Tiene gli occhi fissi sul percorso sterrato per non guardare sotto. Soffre di vertigini. La bici fila via senza problemi finché trova un solco di deflusso che spacca il sentiero. Non riesce a frenare, la ruota dietro s’impenna ed Edoardo è proiettato in aria. Vede il vuoto sotto di sé e pensa: “Sono morto”.
Si sveglia con le palpitazioni e il fiato corto. Fuori dalla finestra il sole è alto. Edoardo sente lo stomaco che brontola per la fame. Non vuol riflettere sul significato del sogno, appartiene al passato, a un’altra vita. Vuole dimenticare tutto. Vuole uscire nel sole del New Mexico e sentirsi nuovo, su un altro pianeta.
Quando si alza dal letto, si accorge di aver sporcato di sangue il cuscino. Va in bagno e si guarda bene in viso. Poi si soffia il naso chiuso e vede il fazzoletto arrossato. Forse è l’altitudine. Albuquerque è in pianura, ma a duemila metri, sul dorso estremo delle Montagne Rocciose.
Edoardo alloggia all’Hotel Due Pini, nel centro di Albuquerque, su suggerimento di David Asher, il professore conosciuto durante il volo da Chicago. All’aeroporto c’era ad aspettarli Sarah, la moglie di David. L’hanno accompagnato all’albergo con la loro auto, consigliando un ristorante in città, ma appena Edoardo è entrato sotto il getto caldo della doccia, si è sentito debolissimo. La stanchezza del lungo viaggio e il jet-lag gli hanno tolto l’appetito. Si è steso sul letto, si è addormentato subito, ed è sprofondato in uno dei suoi incubi notturni.
Ed ha dimenticato di regolare l’orologio all’ora locale, ma sa che ci sono nove ore di differenza con l’Italia, quindi è già mezzogiorno. Si lava, si veste in fretta e scende nella hall dell’albergo. Chiede alla ‘concierge’ come raggiungere il ristorante suggerito da David. La donna gli mostra una piccola mappa della città. “Non è lontano da qui, signor Falconieri. Non chiami il taxi. Si faccia una bella passeggiata”.
Edoardo esce sulla strada ed è inondato dalla luce dorata, dal caldo asciutto del mezzogiorno. Si toglie la giacca, s’incammina tra le case basse, e nei patios vede appesi lunghi grappoli di peperoncini rossi a seccare al sole. Le finestre e le porte dipinte a colori vivaci risaltano sui muri color fango. Edoardo ricorda i grandi tappeti colorati che ha visto sospesi lungo i corridoi dell’aeroporto. Nessun aeroporto lo ha sorpreso tanto per la profusione di opere d’arte nelle sale e lungo i ‘concourse’. Sculture in legno e in pietra ad ogni angolo, gli sembrava d’esser sbarcato su un pianeta di artisti.
Anche le strade della Città Vecchia traboccano di negozi d’arte e d’antiquariato. Vetrine con monili in argento e turchese dai prezzi impossibili, porte festonate di tappeti colorati e sombreri. Si ferma all’ombra degli alberi, guardandosi intorno. Vorrebbe entrare in quei negozi invitanti, ma la fame lo spinge oltre, fino al ristorante La Posada. È al piano strada di un hotel, e l’ampio ingresso piastrellato con volta a botte tradisce le antiche origini spagnole. Troppo lusso per le sue tasche ma, per il primo pasto nel nuovo mondo, Edoardo si sente in vena di indulgere. Un cameriere con vistosa fascia nera stretta in vita gli fa strada all’interno, dove l’aria condizionata è più fredda. Edoardo si infila la giacca e studia il menù. Enchiladas, sopapillas, burritos, guacamole, queso… Fa cenno al cameriere che gli traduca le parole misteriose, ma capisce ancor meno. “Intanto le porto un plato pequegno?” chiede il cameriere. “Un piatto piccolo di cosa?” “Antipasto”. “No, grazie. Mi porti la specialità della casa”. “Bueno”.
Edoardo ha deciso di rischiare col pezzo forte del ristorante, qualsiasi cosa sia. Arriva una cameriera con bottiglia d’acqua, un piatto di olive e un cestino di pane caldo. Arriva poco dopo un grande piatto con una composizione artistica colorata: è un’insalata con tortillas di mais, salsa di pomodoro, avocado e ‘chili’. Assaggiandola, capisce che è insalata di pesce. Il chili verde è così piccante che Edoardo alterna un boccone e un sorso d’acqua. Se mangerà così ogni giorno, il suo fegato non resisterà un mese. Chiede poi un dessert che aveva adocchiato sul menu: torta di noci ‘pecan’. Non beve né vino né birra, perché gli sembra ora di colazione.
David, salutandolo davanti all’albergo ieri sera, l’ha invitato a cena a casa di Sarah. Ed intende portare del buon vino, e chiede al cameriere se ne vendono in città. Rigido nella fascia nera da torero, il cameriere gli consiglia un negozio lontano. Edoardo finisce per acquistare due bottiglie costose del ristorante, in confezione regalo. Rientra all’hotel per posarle in camera e uscire di nuovo a comprarsi un cappello contro il sole micidiale. Alla reception trova un messaggio di David: passerà a prenderlo alle quattro. Ha ancora due ore per bighellonare e fare il turista.
Quando David arriva in auto, Edoardo esce dall’hotel con un cappello da cowboy, occhiali da sole Rayban e una camicia ‘country’ bianca, coi bordi delle spalle ricamati di nero e rose rosse sul petto. Edoardo entra in auto e David lo accoglie ridendo. “Ti mancano solo gli stivali!” “Non ho fatto in tempo a trovarli”. “Vuoi proprio fonderti col paesaggio”. “Con lo spirito del luogo!”
L’auto parte sgommando verso Central Avenue. Edoardo agita il cappello in aria come fosse in sella a un cavallo. “Ed, sei pronto per ballare il Tush-Push! Conosci il ‘country dancing’?” “No”. David accende il CarPlay, seleziona una canzone e alza il volume mentre passano davanti al complesso dell’Università del New Mexico. “Questo è Billy Ray Cyrus, ‘Achy Breaky Heart’. È come andare a cavallo: un-due-tre. Stesso ritmo di quando sei in sella”.
Guidando verso la montagna di Sandia, David svolta in una zona di case basse circondate dal verde e ferma l’auto davanti a una villetta in stile adobe. Sarah apre il portone sorridendo. Indossa un sari a colori pastello, coi capelli biondi sciolti sulle spalle. L’ingresso si apre su due grandi sale luminose con alte vetrate a est, verso la montagna. Il pavimento di legno è coperto di tappeti e le pareti sono affollate di quadri. Edoardo non sa dove posare gli occhi, tanta è la varietà di artigianato e sculture indiane sparse per le stanze. Sarah lo vede spaesato: “È la sindrome di Stendhal che dà il New Mexico”.
David rientra dalla cucina con un vassoio di aperitivi: “Questa casa è molto ‘Santa Fe style’. Anch’io mi sono sentito disorientato la prima volta che ci ho messo piede. Come Ulisse nell’antro della maga Circe”. Ridono e brindano all’arrivo di Ed. “David è proprio un Ulisse,” dice Sarah. “L’ho conosciuto a Bali. Il professore di filosofia era lì per studiare gli sciamani, e viveva in una capanna in mezzo alle risaie”.
“Sarah era andata a Bali per studiare le maschere balinesi, ma in realtà voleva imparare le loro danze, quei contorcimenti da serpente che fanno le donne in costume”. “E come avete fatto a incontrarvi, se tu stavi in mezzo alle risaie?” chiede Ed. “Ogni tanto ci davo un taglio e tornavo alla civiltà”. “Venivi nel mio hotel per ubriacarti e dar la caccia alle turiste”. “Non è vero. Quando ti ho vista ho capito subito che volevo solo te”. “E quante altre hai portato a vedere le stelle rispecchiarsi nelle acque delle risaie?” Edoardo ride divertito. “Sarah si è arresa dopo quella notte coi piedi a mollo tra le piantine di riso”. “Poi David ha mollato l’Università di Boston per venire a stare da me”.
“Ho un lavoro part-time qui all’Università del New Mexico” dice David, “ma ho ricevuto da Boston una ‘Fellowship’ per scrivere un libro. Chi manda avanti la baracca è mia moglie. Sarah è un’esperta d’arte, lavora in una galleria del centro storico”. “Si vede!” esclama Edoardo, allargando le braccia verso le pareti della sala.
“Il libro che David sta scrivendo ti interesserà molto,” dice Sarah. Edoardo si sente grato per questa accoglienza discreta. Parlano di sé, di lui non chiedono nulla, come se lo conoscessero da sempre. “David, di che tratta il tuo libro?” “Sto raccogliendo le mie impressioni e ricerche sulla filosofia di vita dei popoli primitivi”. “Perché Sarah dice che dovrebbe interessarmi? Io non so nulla di filosofia, né di popoli primitivi”. “Gli sciamani erano ‘uomini di medicina’ come te, ma noi occidentali abbiamo sempre pensato che fossero pratiche magiche”.
Edoardo: “La psichiatria si reputa una scienza, ma non riuscendo a guarire con le parole, usa sempre più la magia della chimica, gli psicofarmaci”. “Vero. Nei miei studi ho scoperto che gli sciamani non praticano alcuna magia, non sono in contatto con forze soprannaturali, ma naturalissime. Ecco perché riescono a guarire”. “Quali forze naturali?” chiede Ed. Vedendo la sua faccia stupita, Sarah ride e si alza per andare in cucina. “Vi lascio alle vostre diatribe su magia e scienza”.
David: “Uno junghiano ha detto che la psicologia esiste da cent’anni e ancora non ha guarito nessuno”. “L’ha detto James Hillman. Allora, quali sono queste forze naturali di cui si servono gli sciamani?”
“Se consideri il mondo naturale come fanno gli scienziati bianchi, non potrai capire. La natura che ci circonda è misteriosa e piena di poteri nascosti, ed è con essi che lo sciamano entra in contatto”. “Vuoi dire le piante, gli animali?” “E le pietre, gli elementi, tutto quel che noi vediamo come natura meccanica, senza anima. Per i Nativi, chi si ammala non ha più equilibrio, ha perduto il contatto col mondo naturale. Lo sciamano ripristina questo contatto, e con esso la salute”. “Mentale o fisica?” chiede Edoardo con un sorriso scettico.
“Onestamente, pensi che le due cose siano separate? Che il fisico si ammali solo per cause fisiche e la mente per cause mentali?” “No, non lo penso più. Altrimenti sarei rimasto alla clinica di Firenze”.
Sarah li chiama a tavola, dove, in onore dell’ospite italiano, ha cucinato fettuccine al pesto, che lei chiama “fettuccine Alfredo”. Edoardo la vede mentre scola la pasta e poi la passa sotto l’acqua fredda del rubinetto. “Perché la raffreddi?” Sarah si volta imbarazzata: “Il pesto non va servito freddo?” “Ma la pasta appena cotta lo scalda, o l’aroma sparirà”. “Oh, mi spiace. Ho rovinato la cena!” Eduardo si dà dello stupido per aver aperto bocca. “Non importa, vedrai che la pasta non si è freddata del tutto”. “La metto a scaldare nel microonde?” “No, si scuocerebbe. Servi così, e scusa la mia intromissione. Noi italiani siamo impossibili con la pasta”.
Si siedono a mangiare la pasta fredda e scotta. David rompe il silenzio e i pensieri infelici della moglie. “Che cosa ti ha fatto abbandonare la bella Firenze?” Edoardo finge di mangiare le fettuccine con gusto, e intanto pensa cosa dire. “Non voglio intristirvi, né inventare scuse. La verità è che una mia paziente è morta. Non sono riuscito a salvarla”. Sarah posa la forchetta nel piatto. “Hai mollato perché ti sentivi responsabile?” “Un medico è responsabile della salute dei suoi pazienti. Io non ho ben diagnosticato il suo malessere. Anche la scienza medica non è all’altezza del male”.
“Dici ‘male’ come non fossero malattie, ma forze psichiche, incarnazioni del maligno”. Edoardo ignora la domanda metafisica di David. Lo stomaco non reggerebbe, dopo le fettuccine AlFreddo. David versa il vino. “Forse troverai qui l’alternativa”. “Intendi portarmi da uno sciamano?” chiede Edoardo. Sarah alza il bicchiere. “Ora dovresti goderti la vita da turista, visitare i paesaggi incantati qui intorno. La terra è più potente di qualsiasi sciamano”.

“Mia moglie ha ragione. L’anno scorso sono andato in California per una ‘Vision Quest’ nel deserto di Mojave. Una specie di ritiro spirituale nativo. Mi hanno lasciato solo coi serpenti nella Valle della Morte per tre giorni e tre notti”.
“Una cerimonia di iniziazione alla tua età? E che visione hai avuto?” “Non sono cose che si spiegano a parole. Diciamo che sono tornato ridimensionato”.
“È dimagrito sette chili!” dice Sarah ridendo. “Sette chili in tre giorni?” “No, prima siamo stati in gruppo a esplorare i monti per una settimana, per disabituarci alla vita rammollita di città”.
Edoardo: “Ecco, questo mi interessa, un’escursione sui monti. Ma senza serpenti, grazie!”
“Sogni del deserto” è un mosaico di storie e di personaggi che il destino, la strada e l’amore fanno incontrare. Trovi i racconti precedenti cliccando sul nome dell’autrice.

