Teatro, televisione, cinema, pittura, regista di opere liriche. A dieci anni dalla morte (cento dalla nascita nel marzo scorso) spicca il personaggio Dario Fo. S’impadroniva dell’arte con estrema facilità e certamente con molto studio, oltre al gran lavoro per mettere su gli spettacoli. Ma soprattutto, come ha sempre detto insieme a Franca Rame, il progetto riusciva se procurava divertimento al pubblico e anche a loro due.
Fo è l’autore italiano più rappresentato nel mondo e per tutti questi motivi, aldilà delle polemiche, ha meritato il Premio Nobel per la letteratura. Ha percorso il pianeta, con “Mistero buffo”, la sua opera geniale. E il meccanismo funzionò, tante risate, tanti applausi, tante parodie che vengono dalla cultura delle classi subalterne, dai giullari non cortigiani, dagli “affabulatori”, i cantastorie che Dario Fo ascoltava incantato, come davanti al teatro dei burattini, fin da bambino.
Lui ricorda, legge, rielabora, inventa, e vien fuori quella comicità inesauribile, che però è anche politica perché si scaglia contro il Re e la sua Corte, che affamano il popolo e lo fanno soffrire. E questo fa sentire il pubblico di tutto il mondo come quel bambino davanti all’uomo che raccontava storie stravaganti.
A Roma, anni ottanta, accadde il prodigio: Dario Fo mi concesse un’intervista. E insomma, il tipo era tosto, non è stato men che gentile, ma – si capiva – era nervoso, non vedeva l’ora che me ne andassi. Lui e Franca probabilmente erano stanchi. Recitavano una pièce su Elisabetta I d’Inghilterra, e anche lì fu successo.
C’incontrammo al teatro tenda di piazza Mancini.
L’intervista cominciava all’incirca così: ”Possiamo dire, ancora oggi, che il suo è un teatro politico? “No, il mio è teatro classico, il teatro politico è un’idea schematica che, per quanto mi riguarda, molti critici si sono inventata. Sì, è vero, c’è un teatro pamphlettario ed imbecille, fatto di comizi sceneggiati, in gran parte senza dialettica, senza dubbi e senza conflitti. Io non l’ho mai fatto. Non diciamo perciò teatro politico, ma teatro che parla dei nostri giorni, delle nostre contraddizioni, della nostra vita.”
La rivoluzione a teatro indubbiamente fa ridere. È più giusto costruire uno spettacolo che ti fa pensare, ti fa scattare un certo meccanismo nella testa, ed esci da teatro con qualcosa che ti dice: bisogna cambiare.
In tutte le storie di “Mistero Buffo” esiste questo meccanismo, ma il massimo della scienza teatrale lo si raggiunge con il “grammelot”. Quella lingua inventata, che Dario Fo mette al centro della sua macchina scenica. E lì la risata non si ferma, se guardi la faccia di Dario che dice parole incomprensibili. Ma non è neanche così perché, mentre parla, Dario Fo gesticola, indica, ci piazza due parole in italiano, e se gli spettatori non capiscono, ce ne piazza altre due. Finché la risata non diviene incontenibile. Il grammelot, con i suoi suoni, le sue metafore, i suoi significanti ribalta la lingua borghese e allo stesso tempo dimostra che il teatro è universale. Il genio di Dario Fo e Franca Rame si vede mentre sono all’opera. Mistero Buffo è uno spettacolo miracoloso. Ha debuttato negli anni settanta ed è talmente intercambiabile nelle sue storie, che non si percepisce la fine.
Dice Dario Fo: “Il riso è sacro. Mio padre, prima dell’arrivo del nazismo, aveva capito che buttava male; perché, spiegava, quando un popolo non sa più ridere diventa pericoloso.”

Dario Fo in scena
Anniversari Linguaggio Premio Nobel

Bellissimo ricordo, gli hai restituito la sua essenza polimorfa e geniale. Grazie 🌺
Mi è sempre piaciuto il suo teatro era geniale! Personalmente avrei avuto altri scrittori cui assegnare il Nobel, ma non sono quasi mai d’accordo con l’assegnazione del premio della Accademia Svedese.