Quella di Nolan e altre moderne ricostruzioni fuori concorso, restano tre migliori Odissee “classiche”, sia per età – appartengono al secolo scorso – sia per intenzionalità: restituire fedelmente, per il grande e il piccolo schermo, il testo omerico. Fedelmente, è una parola!
Ciascuna, pur costretta per ovvie e meno ovvie ragioni a rinunciare a qualcosa anche di importante, assolve egregiamente il compito, ma lo fa a suo modo e nella sua misura, e non è facile decidere a chi assegnare il premio fedeltà.
Nella – fortunata – mancanza di un Paride giudice, ci proverò io.
La prima in ordine di tempo e di popolarità è l’Ulisse di Mario Camerini, appartenente alla grande stagione del cinema italiano anni Cinquanta, dove Kirk Douglas dà corpo all’eroe eponimo secondo la tradizione classica: aitante, atletico, sprizzante energia virile, e, naturalmente, intelligenza e astuzia da tutti i pori; non per niente l’epiteto fisso del Nostro è polýmētis, dal multiforme ingegno. Le figure femminili, truccate in puro stile Fifties, non pretendono neppure di incarnare ideali di bellezza arcaica, e anche i colori, così vividi e smaltati, si adeguano al gusto dominante. A questo livello, la verosimiglianza estetica non è un problema per il regista – e non lo è stato per il pubblico, anzi ne ha fatto un grande successo per adulti e bambini.
Per il resto, la storia delle avventure del protagonista e dei comprimari, nell’atmosfera scevra di tormenti importati dalla modernità e tradotta in una fiaba cinematografica altamente palatabile, è più vicina di quanto sembri a prima vista allo spirito e al dettato del poema.
La più recente (1997), di Končalovskij, ribalta l’ottica, focalizzandosi sulla (ipotetica) realtà concreta della Grecia omerica. È un’Odissea che nasce dalla terra, dalla pietra, dal lavoro quotidiano; Itaca diventa un’isola agricola, sassosa, piena di animali, di fumo, di mani che impastano, di donne aristocratiche che vivono, stendono il bucato, spremono le olive con olio di gomito a fianco delle ancelle in interni scuri e disadorni. Il palazzo di Ulisse prende la forma di un oíkos mediterraneo, più simile a una casa contadina che a una reggia. La stessa dimora del potente Menelao a Sparta è appunto alquanto spartana, e la corte dei Feaci è appena più ricca.
Fin qui il contesto umano, cui fa da contrappunto quello favoloso, delle creature mitologiche, che è sempre chiaro, luminoso, polito, perfetto. Basti pensare alla stupenda Calipso, la ninfa mulatta dagli occhi glauchi come Atena, e all’isola di Ogigia con le candide terrazze e le piscine naturali d’acqua lattiginosa (di Pammukale, in Turchia).
Per quanto affascinante, la ricostruzione storico‑antropologica del regista è tutt’altro che impeccabile. Di nuovo, è sufficiente un esempio: i suoi sovrani micenei sono olivastri, i maschi hanno barbe ricce e geometriche, tutti hanno spessi capelli neri e sopracciglia marcate, mentre nei poemi omerici Menelao ed Elena sono xanthói, dai colori dorati e sfavillanti, e questo tratto ha valore identitario.* Una chiarità che, più sbiadita, è invece stranamente attribuita ai reali itacesi: Penelope, bionda, e Ulisse, castano rossiccio.
Il racconto di Končalovskij è denso, sensoriale, materico, e ripercorre in modo suggestivo molte tappe del viaggio, ma a forza di tagli e invenzioni (escono le Sirene e il vecchio cane Argo, entrano Scilla e Cariddi da film horror‑fantasy e un Poseidone da effetti speciali televisivi), di fatto altera profondamente sia la struttura sia lo stile del poema epico.
Ed eccoci finalmente allo sceneggiato di Franco Rossi del 1969 (il titolo, si noti, è Odissea, non L’Odissea), che espone/traspone il testo omerico e l’evoluzione dell’eroe passo dopo passo, nonostante qualche omissione, iniziando dalla Telemachia.**
Fin dall’esordio con la voce fuori campo del poeta Giuseppe Ungaretti che legge il Prologo ci trasporta là dove è nata la vicenda, sulla piana di Troia e sui resti materiali della città. Poi il nastro comincia a svolgersi e a coinvolgerci attraverso la parola dell’aedo e la postura e la gestualità degli attori. La recitazione è una forma di canto che imita il racconto orale ora lieve, ora ieratico e solenne. Nel canto ricorrono gli epiteti fissi, come Atena occhi azzurri: è la voce di Omero. E c’è il coro, che cambia tono secondo la scena: a volte è una presenza rituale, altre volte – come nello straziante lamento di Penelope – la naturale partecipazione delle donne che vivono accanto a lei.
Persino il trucco tipico degli anni Sessanta – cerone pesante, sopracciglia nere e occhi con gli angoli all’insù – contribuisce involontariamente a quell’effetto‑maschera che ben si accorda con la natura rituale del mito.
Rossi cerca la distanza sacra, il lento dipanarsi, la compostezza della narrazione. Ogni episodio conserva la sua funzione: le Sirene con il celebre stratagemma, la discesa nell’Ade con Tiresia, la scena del bucato con Nausica, il racconto ai Feaci, la prova dell’arco, il letto innestato nell’albero, lo spietato massacro dei Proci, le agnizioni e gli abbracci col porcaro Eumeo, il figlio giovinetto, la nutrice e infine l’adorata Penelope. E poco prima il decrepito cane Argo, dopo la ventennale attesa che l’ha tenuto in vita, riconosce il padrone, muove la coda, protende il muso, si accascia e muore, felice. E’ il momento più tenero e toccante dell’intera sequenza, che nessun’altra versione ha voluto mantenere.
Il mondo di Rossi è povero, mediterraneo, essenziale. Le case di Itaca sono di pietra chiara, i cortili stretti, gli arredi e gli oggetti disadorni. Gli dei sono ovunque onnipresenti, vigilano e interferiscono continuamente con le azioni umane, come un elemento della natura (d’altronde “tutto è pieno di dei”, secondo Talete), ma Ulisse è Ulisse, un uomo che pensa fin troppo con la sua testa, trama inganni, si muove e si esprime di conseguenza, ed ha emozioni e sentimenti veri.
Ulisse è audace, spregiudicato, vendicativo, consumato dalla nostalgia come dalla sete di conoscenza spinta ben oltre l’utile e il ragionevole; è un uomo che ricorda, si dispera, si commuove, ama e piange. E’ l’eroe omerico che piange più spesso: piange al racconto del vecchio cieco sopravvissuto troiano,*** piange ogni giorno da Calipso, piange per i compagni, piange nel riconoscere Telemaco, piange nel ritrovare Penelope e il loro reciproco incrollabile amore, ed è costretto ad asciugarsi una lacrima davanti ad Argo morente.
Penelope, (l’insuperabile Irene Papas) è la forza che regge la casa e il regno con ostinata e sofferente fede nel ritorno e pari risorse d’ingegno del suo sposo.
Entrambi sono esseri umani a tutto tondo e insieme figure ideali secondo i canoni della grecità più antica, ed è proprio questa compresenza dialettica della dimensione terrena e carnale e di quella divina, di virtù e vizi, sentimenti e insensibilità, qui riflessa col massimo rispetto e dispetto per stilizzazioni e attualizzazioni abusive, a restituire integralmente alla storia e ai suoi protagonisti l’attrazione immortale che esercitano da millenni.
Un risarcimento dovuto soprattutto a Ulisse, che qui riprende sia il suo carattere di fondamento archetipico con l’autentico corredo omerico sia quella complessità intrigante che continua a interrogare e ispirare gli uomini e le donne e gli artisti di ogni epoca.
Perciò, secondo il mio sindacabile giudizio, THE WINNER IS…ODISSEA DI FRANCO ROSSI!
*tema già da me affrontato nel post https://www.facebook.com/permalink.php…iRsmzaZnuzxcf4GpPDbXNvT8QH4yx3rdHnmt3l&id=100079280929197
**In questa prima parte del racconto il protagonista è il figlio Telemaco (dal greco antico Telémachos, “colui che combatte lontano”). Il suo percorso alla ricerca del padre, narrato nei primi quattro libri del poema, mostra l’evoluzione del giovane principe da ragazzo insicuro a eroe consapevole del proprio ruolo: un percorso archetipico di maturazione ed emancipazione grazie al quale la Telemachia è ritenuta il primo Bildungsroman, “romanzo di formazione”, della letteratura occidentale.
*** che sostituisce il personaggio di Demodoco, un’invenzione del regista che tuttavia riproduce perfettamente il senso e l’emozione dell’episodio originale.


